lunedì 10 novembre 2014

Robert Crumb messo a nudo, l’intervista

Splendida e lunghissima intervista tratta da Conversazioni sul Fumetto a Robert Crumb di Gary Groth, pubblicata su Comics Journal 121 del 1988, traduzione di Graziano Pedrocchi.

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LA FAMIGLIA

Gary Groth Parliamo della tua crescita.
Robert Crumb Brutto affare.
GG Lo supponevo.
RC Un vero casino. La mia famiglia era un gran bel casino.
GG Hai detto che i tuoi genitori erano “drogati di televisione”. Ti va di spiegare meglio?
RC Siamo stati i primi del quartiere ad avere un televisore, nel 1948.
GG Avevi 5 anni a quel tempo.
RC Yep. Passavo un sacco di tempo a guardare la tele.
GG Anche adesso?
RC Nah, quasi mai.
GG Ma ne hai una, no?
RC Certo, Sophie (sua figlia) guarda spesso Sesame street. Se vuoi, ti canta la canzoncina dell’Ispettore Gadget.
GG Com’era la tua vita, in casa? Tuo padre era un Marine, giusto?
RC Fino al ‘56 si. Si arruolò nel 1936 e noi cominciammo a girare parecchio e quando avevo circa nove anni i miei genitori cominciarono a litigare parecchio, costantemente urlandosi addosso l’un l’altro, tirandosi oggetti. Mia madre era drogata. Anfetamine. Per tutti i ‘50 e i ‘60. Il che non aiutava. Spesso scendeva e stava seduta in sala tutta la notte ad infuriarsi con nessuno in particolare. Infuriarsi e basta. A volte mi capitava di svegliarmi e la sentivo mentre imprecava al nulla.
GG In che epoca siamo?
RC Fine anni ‘50 e per tutti i ’60. Andò avanti fino a che andai via di casa.
GG Qual era il suo problema?
RC Prendeva delle pillole che le avevano dato certi dottori. Negli anni ‘50 alle casalinghe venivano somministrate forti pillole di anfetamina e dexedrina, qualunque cosa. Anche mia madre cominciò e ne divenne schiava.

GG Questo le provocò squilibri mentali?
RC Hai mai conosciuto dei drogati di anfetamina? Diventi strano, hai sempre i nervi a fior di pelle, ma non riesci a smettere. E’ come quando la caffeina ti fa rimanere sveglio. Ti senti uno straccio ma non riesci a fermarti. A volte tornavo a casa da scuola e trovavo mia madre in cucina in questo stato (mostra il disegno di un demente)… capisci, che diceva: “Oh oh, stai alla larga.”

GG Un quadretto delizioso.
RC Si, era brutto, ma noi potevamo sempre trovare riparo nel bellissimo, pazzo mondo dei fumetti.
GG Quando dici “noi” ti riferisci ai tuoi fratelli?
RC Yeah.
GG Com’era tuo padre in quel periodo?
RC Sinistro. Era solito tornare a casa dal lavoro, guardare la televisione e litigare con mia madre. Per questo a volte si trovava due lavori: per non dover tornare a casa. A volte ero io che non volevo vederlo.
GG I tuoi genitori erano cattolici devoti?
RC A dire il vero no. Si può dire che, per quello che riguardava i loro doveri, avevano un atteggiamento tipico della working class. Il giorno che noi ragazzi smettemmo di andare in chiesa, anche loro smisero di andarci. E’ stato come se noi avessimo deciso che quelle erano tutte stronzate e quindi anche loro lo avessero deciso. Non si parlò più di questo argomento.
GG Quanti anni avevi?
RC Intorno ai 16.
GG Perché ti sei allontanato dal Cattolicesimo?
RC Ne avevo abbastanza. Se hai un po’ di curiosità intellettuale non ti ci vuole molto per capire che è tutto un casino. Quando avevo 16 anni il parroco, Padre Donahue, si presentò a casa nostra per discutere di teologia. Aveva 50 anni e dava l’impressione di essere un tipo intelligente. Avevo certe questioni da sottoporgli e lui mi disse che sarebbe tornato per parlarmene. Ero una specie di idealista mistico quando avevo 16 anni. Mistico cattolico. Ho studiato le vite di personaggi come S. Francesco. I miei genitori erano molto impressionati da quel prete. Sai com’è, wow, il prete viene da noi per parlare di religione con Robert! E io gli chiedevo cose tipo “Non pensa che molta gente vada in chiesa spinta come da un obbligo? Spesso la gente fa le cose meccanicamente, senza interesse.”. Lui subito diventava rosso. Sotto il collare ribolliva letteralmente di collera e cominciava a inveire contro di me. Una volta mi si è addirittura avventato contro coi pugni stretti. Quel prete irlandese dalla testa bollente. Mio padre dovette intervenire per proteggermi. (Ride). Era troppo per me. Quella fu l’ennesima conferma del fatto che tutta quella è roba per stupidi e manichini. Voglio dire, alle origini del cattolicesimo c’è davvero un corpo di teorie religiose interessante e mistico, che molti devotissimi gesuiti o di altre confessioni cattoliche dovrebbero conoscere, ma gran parte del resto non ha senso. Al cuore di ciascuna religione c’è un interessante elemento mistico, ma molti dei pezzenti devoti a qualunque gruppo religioso sono soltanto abbindolati da un mucchio di paroloni. Si fanno manipolare.
Tornando al prete, mi faceva sempre delle domande curiose, durante la confessione. Era davvero un ficcanaso. Mi chiedeva spesso della mia vita sessuale, che a volte in effetti era un po’ bizzarra.

GG Già a 16 anni?
RC Yeah, ma giusto qualcosa con mia sorella, niente di più. Niente contatti genitali palesi o roba simile. Un po’ di lotta, qualche palpatina. E che caspita!

GG Con tua sorella?
RC Ma si, quella che poi è diventata lesbica (Risata).
GG Non hai molte sorelle, giusto?
RC Una più vecchia, probabilmente la persona più normale della famiglia. A un certo punto della sua vita ha smesso di avere a che fare con tutta la famiglia.
GG Vi sentite ancora?
RC Si, diciamo che ci siamo riconciliati. E’ una tipa a posto.
GG Quindi questa era la tua vita in casa: una madre completamente fuori di testa per la droga e un padre che cercava di evitarla.

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RC Già, le cose erano direi miserabili. Durante la mia adolescenza ho pensato spesso di essere la persona più miserabile sulla faccia della terra. Molte volte ho pensato al suicidio.
GG Questo pensiero derivava dal tuo ambiente familiare? O c’entrava anche la scuola?
RC Tutto insieme. Questo acuto senso di alienazione. Qualcosa tipo “La vita è solo ‘sta roba qua?” Chissenefrega, non ne ho bisogno. Ma ero troppo codardo per suicidarmi. Anche se a volte ci ho provato, alla fine mi sono sempre tirato indietro per la fifa. Morire mi spaventava troppo. “Bene, mi toccherà continuare a vivere su questo fottuto schifoso pianeta.”
GG Pensi quindi che il suicidio sia un atto di coraggio?
RC Ci vuole coraggio per farla finita. Oppure sei così fottutamente infelice che quello ti sembra l’unico modo che hai per fermare il tuo dolore. Avevo deciso di non essere abbastanza infelice.
GG A prescindere dal fatto che tuo padre fosse un ufficiale dei Marine e tua madre una drogata, puoi descrivere il loro sistema di valori, o cosa di loro ha influenzato la tua vita?
RC Mio padre era un uomo tutto d’un pezzo che proveniva da una famiglia puritana, con un background del Midwest. I Crumb erano la tipica famiglia rurale del Minnesota. La famiglia di mia madre era di Philadelphia ed erano tutti dei comuni plebei degenerati e proletari. Mezzi criminali, alcolizzati, con un grosso bagaglio di disillusione, famiglie distrutte alle spalle, tutta questa roba qua. Molto amorali. Quindi c’era sempre tensione tra i miei genitori, dovuta al fatto che mio padre era atterrito da questo aspetto di mia madre e della sua famiglia, gente che voleva solo ubriacarsi e divertirsi. Se ne sbattevano di tutto il resto. Mio padre era invece quel tipo di persona con un forte senso del dovere e dell’onore, queste cose qui. Una perenne fonte di tensione. Se arrivava un assegno, mia madre pensava subito di spenderlo, scialacquarlo immediatamente. I miei litigavano sempre per questioni di denaro, da tipica famiglia borghese di classe medio-bassa.
GG Qual è stata la reazione di tua madre quando hai cominciato a diventare famoso?
RC Direi che le piaceva. Con mia madre la cosa era questa: se io mostravo una certa forza riguardo un argomento, lei lasciava subito perdere le sue labili convinzioni. Capisci? D’altro canto mio padre manteneva la sua schiena dritta e il suo atteggiamento rigido, ma era contrariato quando qualcuno gli mostrava i miei fumetti. Non mi ha parlato per cinque anni.
GG Quindi i valori di tua madre erano più fugaci?
RC Già, lei proveniva da quell’ambiente familiare amorale di cui ti parlavo, ma provava ad avere un po’ di senso della decenza, riuscendoci a malapena. Avrebbe potuto facilmente essere vittima dello scandalo più degradante o diventare schiava dell’eroina senza troppi problemi.
GG Fra questi due estremi tu dove ti collochi?
RC Credo di averli entrambi dentro di me, per quanto in modo che definirei giocoso.
GG Ma tu di sicuro hai delle idee tue su molte cose.
RC Immagino di avere acquisito una sorta di equilibrio, fortunatamente. Adesso conduco una vita responsabile, mando avanti la famiglia e tutto il resto. E’ incredibile che io ci stia riuscendo. Ma ho ancora quella parte degenerata di me che vuole uscire… Ma non parliamone più.
GG E la tua parte responsabile?
RC La mia parte responsabile è quando mi dico “Non devo farlo”. E prendermi cura delle cose.
GG Dipende dell’età?
RC Senso del dovere e tutto il resto. Probabilmente l’ho ereditato da mio padre. Lui era convinto che fossero le persone come lui a portare avanti la civilizzazione, che senza le persone come lui la gente come mia madre sarebbe diventata pazza e tutto sarebbe crollato. Tutti sarebbero stati schiavi di droga o alcool e tutto si sarebbe sbriciolato. Bambini affamati, barbari e comunisti al potere, popoli mai più liberi eccetera eccetera eccetera.
GG Pensi che la tua arte sia il risultato di una certa convinzione morale?
RC Naa! E’ il risultato di un insopprimibile bisogno di compensare il rifiuto sociale. Quando ero adolescente andavo in giro con la mia amarezza, pensando che un giorno tutti si sarebbero dispiaciuti. Gliel’avrei fatta vedere io! Sarei diventato un grande artista, sarei entrato nella storia, mentre tutti quei vagabondi sarebbero morti come cani. Sarebbero stati tristi. Sarei arrivato in città con una splendida bionda al mio fianco e un sacco di grana. Era il mio modo di vendicarmi della società senza diventare un criminale. Mio fratello maggiore sì che aveva tendenze criminali. Gli piaceva uscire e distruggere, ma ogni volta si ficcava in guai davvero grossi. Essendo più piccolo di lui, lo osservavo e già capivo quanto quel modo di agire fosse avventato. Squarciava pneumatici, rubava nei garage, ma ogni volta finiva nelle mani dei poliziotti che lo riportavano a casa e poi di mio padre che lo prendeva a calci nel culo. Ma non ha mai imparato. Finalmente smise di uscire, per evitare di finire nei guai. Ma nel 1967-68 poteva capitare che io andassi a trovarlo a casa e lui mi dicesse “Usciamo a fare una passeggiata”. Uscivamo e immediatamente andava a importunare una ragazza. La quale si spaventava e chiamava la polizia.
GG Col tempo è cambiato?
RC Ha smesso di uscire. Anche adesso, non esce di casa. Se uscisse farebbe ancora le stesse pazzie e tutto il resto.
GG Ma le sue idee folli sono simili alle tue, non è così?
RC Già, ma io non esco per la strada a importunare la gente e a predicare cazzate.
GG Tu le metti su carta.
RC Lui non sa proprio come stare al mondo. Non l’ha mai imparato; non è proprio capace di stare al mondo. Quando era bambino faceva già le stesse cose e finiva in un mare di guai. Mi ricordo che nel suo “periodo Long John Silver” si travestiva da pirata con tanto di gamba legata e stampella che si era fatto da solo, e andava in giro per la città. Aveva circa 13 anni. Mi ricordo che una volta –ho fatto anche una striscia su questo aneddoto- si avvicinò a due malviventi imbrillantinati e cominciò a sbraitar loro “Fermi voi, pendagli da forca, codardi, schiuma dei mari” e roba simile. I due lo presero e gli diedero tanti di quei calci in culo da lasciarlo sul marciapiede ridotto a uno straccetto piagnucoloso. Io gli dissi “Dai, Charles, andiamo via di qui. Non puoi giocare a Long John Silver con quei ragazzi. Non lo capiscono.” (Risata)

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GG Pensi che lui fosse un combinaguai nato?
RC Non lo so. So solo che non è mai riuscito ad associare le conseguenze agli atti che commetteva. Quando era veramente piccolo -io avevo circa cinque anni, quindi lui circa sette- è riuscito a capire quello che succedeva al supermercato, cioè che si portavano le bottiglie vuote e si otteneva del denaro dal cassiere.
GG La resa dei vuoti. Erano le bottiglie vuote che la gente riportava al supermercato, giusto?
RC Quelle. Si portavano con un cestino e le si buttava in un bidone più grosso. Lui col suo bel cestino prendeva le bottiglie dal bidone e si faceva dare i soldi dal cassiere. Alla sesta volta lo beccarono e si limitarono a cacciarlo dal supermercato a calci nel culo. Ma per vendicarsi è sgattaiolato di nuovo dentro e ha schizzato un bel po’ di dentifricio sulle vetrate. Allora finì veramente nei guai.
GG Forse dovremmo intervistare tuo fratello.
RC Povero diavolo.
GG Si può dire che lui avesse una genuina mentalità criminale.
RC Yeah, lui aveva un vero atteggiamento antisociale. Malgrado ciò, è un grande scrittore. Mi scrive delle lettere splendide. Brillanti come diamanti. Ma non riesce ad essere abbastanza organizzato mentalmente da metterle insieme.
GG Di cosa si occupa adesso?
RC Sta a casa e scrive. Non ha un altro lavoro.
GG Scrive per denaro?
RC No, non si rende conto delle cose. Vive con mia madre. Sta nella sua stanza, scende per mangiare, porta a spasso il gatto. Mia madre ha un gatto grasso che ogni tanto porta in giro al guinzaglio. Mio fratello è stato in manicomio per un paio d’anni. Aveva cercato di suicidarsi ingerendo una bottiglia di cera per mobili al limone. Gli hanno dato degli psicofarmaci che ancora prende ogni giorno per mantenere l’equilibrio mentale. Altrimenti, non so come potrebbe andare avanti. E’ totalmente isolato, legge, scrive e basta.
GG Cosa mi dici del tuo fratello più piccolo?
RC Oy! Quello è un altro caso. Vive in un hotel nel centro di San Francisco, ma nell’area di Skid Row. Pensa di essere il più grande santone dell’Occidente. Ci crede veramente. Ne è convinto. Ha la sua sfera di cristallo. Esce e ci si siede di fronte. Tutto il giorno. Questo è il suo lavoro. Quando non è impegnato con questo, lavora alla sua arte, fra parentesi davvero magnifica. Quadri e disegni. Ne ho rappresentato qualcuno su Weirdo. Sono impressionanti, roba davvero bella. Ma ha anche lui i suoi problemi. Ogni tanto gli arrivano degli attacchi e lui si rotola a terra urlando. Gli arrivano circa due volte al mese. Sono provocati da qualunque tipo di stress, specialmente in campo sessuale. Ho avuto il privilegio di assistere a uno di questi attacchi l’ultima volta che sono andato da lui. Ha continuato per sette o otto minuti. Alla fine gli ho detto: “Per l’amor di dio, alzati e ferma questa cosa. Che stai facendo?” Lui mi ha risposto “Non riesco! Non posso fermarlo!”. Quando l’attacco finì, io dissi “Gesù Cristo, è stato veramente straziante vederti in quello stato”, e lui: “Ah, per me è roba vecchia ormai, Jack”

GG Pensi che abbia problemi mentali seri?
RC Certo che ne ha. Ed è il primo a essere interessato a parlarne. E’ così lontano dalla realtà che ha una visione del mondo veramente affascinante. Ma è aggrovigliato in tutta quella roba freudiana. Per un po’ di tempo gli piaceva dare pacche sul culo alle donne nei negozi del centro e poi scappare. A volte gli davano la caccia le donne, altre volte i negozianti, ma lui è sempre riuscito a fuggire. Finalmente venne preso e ficcato nel manicomio della contea, un posto veramente di merda. Lo sai no, lì non ti trattano proprio gentilmente. Ci rimase due settimane. Diceva che il cibo, i farmaci e ogni cosa là dentro era orribile e questo ha avuto su di lui una esperienza rinvigorente, ma in senso negativo. Ha smesso completamente di dar pacche sul sedere. Ma ora, per i suoi sfoghi sessuali, mi ha detto che ha cominciato a frequentare questa parte del Tenderloin a raccattare puttane dalla strada. Le porta in camera e, mentre loro si spogliano, a lui arriva l’attacco. Dopo, loro se ne vanno. E lui viene. Per un po’ ha avuto una ragazza, un’altra pazzoide che viveva in un hotel del centro, un’altra spiritualista stramba pazza quanto lui. Lei godeva pensando che lui avrebbe potuto avere un attacco davanti a lei. In pratica funzionava così: si toccavano un po’, lui aveva il suo attacco, lei se ne veniva e poi tornava di nuovo a casa.

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Maxon Crumb e il suo filo di stoffa

GG Era messa più male di lui, sembra.
RC Certo che si. Era veramente strana. Mio fratello ogni tanto faceva la cosa bizzarra di ingoiare un pezzo di stoffa. Dice che gli pulisce il sistema. Un lungo nastro di cotone. Dice che è lungo 8 metri, passa all’interno di tutto il corpo per poi uscire dal suo culo.
GG La stoffa esce mentre ancora la sta ingoiando?
RC Gliel’ho visto fare un sacco di volte, quando comincia a uscirgli fuori l’avvolge attorno alla vita. C’è un mondo pazzo lì fuori.
GG Ma tuo fratello pulisce la stoffa dopo che è uscita?
RC Certo, ha molti modi per pulirla.
GG Dio, questa è certo una delle cose più bizzarre che abbia mai sentito.
RC Allora senti questa: la sua “fidanzata”… una volta lui mi ha detto: “Se pensi che io sia strambo per quello che faccio con la mia stoffa, lascia che ti dica cosa fa lei.” Una volta era andato da lei e a un certo punto lei tira fuori un contenitore di plastica che sembrava contenere del budino al cioccolato e comincia a mangiarne un po’ con un cucchiaio. Lei disse che si trattava della propria merda.
GG Almeno era fredda di frigo?
RC Non lo so. Lui mi disse che lei gli aveva confidato che la sua dieta era talmente raffinata che continuava a riciclarla. Quella roba buona, appiccicosa, scura e marrone era davvero la sua merda e somigliava davvero a un budino di cioccolato. Mi disse che perfino per lui era difficile da capire.
GG Ho pensato che anche lei potesse mangiare la stoffa. Tu hai mai visto la stoffa uscire da entrambi i buchi? Credi che sia possibile?
RC All’inizio mi sembrava una vera follia. Ma quando andavo da lui e lo vedevo con quella stoffa, beh… credo che ci si possa abituare a qualunque cosa.
GG Ma lui riusciva a parlare?
RC Yeah. Un paio di volte è uscito in strada a chiedere l’elemosina o a sedersi nella posizione del loto, con questa stoffa che gli usciva dalla bocca e qualche frocio sapientone saltava fuori e cominciava a strattonare la stoffa provocandogli atroci dolori.
GG Naturalmente questi ragazzi non sapevano di essere così sadici.
RC Si, volevano solo giocare. Non lo sapevano. E lui ha avuto parecchi guai con la polizia.
GG Lo immagino.
RC Non si può chiedere l’elemosina per strada, comunque. Quindi un sacco di volte la polizia lo ha fatto smammare, ma quando gli hanno impedito di continuare nella sua meditazione, ha dato di matto. Ha cominciato a coprirli di insulti e loro in risposta l’hanno picchiato. Lo hanno portato nel furgone della polizia a forza di calci in culo. Un paio di volte lo hanno buttato nella stanza imbottita alla prigione del centro. Ha passato davvero dei momenti terribili grazie agli sbirri.
GG Come hai fatto a evitare di diventare anche tu mentalmente disturbato?
RC Non sono totalmente sicuro di questo. Sai, credo di essere abbastanza folle. Per fortuna col mio lavoro riesco a buttar fuori tutta la mia follia. Ho trovato il modo di rifilarla al pubblico.
GG E con questo trovando il modo di diventare ricco e famoso.
RC Famoso, forse. Max fa queste lunghe camminate. Anche 25 miglia. Una volta sono andato con lui. E’ stato incredibile. Ha un carattere intenso. Puoi sempre imparare qualcosa dalle persone come lui, se sai cogliere i loro lati bizzarri. Ma io penso questo perché lo conosco, come so che i cosiddetti guru o gente simile, con i quali a volte ti trovi invischiato, hanno un prezzo. C’è sempre qualche aspetto della loro pazzia che è pesante da sopportare. Persone che hanno pensieri forti, che comunicano qualcosa di spirituale, c’è sempre un sottofondo di pazzia in loro. E’ solo una bella favola dire che loro sono perfetti, santi gentili che emanano grandi vibrazioni spirituali o roba del genere. C’è sempre un lato oscuro dietro tutta quella roba. Siamo tutti umani. Ma io ho imparato molto da mio fratello. Moltissimo. Quando litigo con lui, mi capita spesso di capire, parecchio tempo dopo, che lui aveva ragione su tutto.
GG In che modo? Dici a livello sociale?
RC A livello di come vanno le cose. Stranamente, lui è capace di vedere le cose in modo più chiaro rispetto a molti di noi.
GG Pensi che lui sia escluso? Distaccato? Forse riesce a capire l’intera situazione a partire dai dettagli?. Noi tutti siamo talmente concentrati nella vita di tutti i giorni che non ce ne distacchiamo abbastanza per vedere chiaramente le cose come stanno.
RC Certo, anche io credo che questo abbia molto a che fare con lui. Lui è proprio al centro di questo, vive in centro e scende in strada ogni giorno. Vede com’è il mondo, cosa succede in giro. Certo, magari lui non è parte di questo mondo, non ha nulla a che fare con nessuna connessione. Non partecipa a nessuna di queste, se non in un suo modo perverso e strano. Però ha capito parecchie cose prima di altri. Ad esempio, lui non tocca cibo animale da almeno dieci anni, ed è convinto che, mangiando la carne degli animali, l’uomo possa venire contaminato in un modo che noi non potremo mai capire. Come ciò contamini il modo di pensare e interagire di ognuno di noi, che comprende anche il concetto omicidio/violenza/uccisione, noi non potremo mai esserne consapevoli perché siamo tutti complici di questo sterminio di bovini e suini. Mangiando carne, noi siamo complici di tutto questo. Lui no. Per questo, ha delle convinzioni quantomeno strane sul comportamento. Per questo, quello che a lui è permesso fare è diverso da quello che è permesso a tutti gli altri. L’ho accompagnato nei suoi giri almeno duecento volte. Per lui è tutto a posto e io non riesco assolutamente a penetrare il suo schema di cose.
GG Sembra essere uno di quei dogmatisti isolati.
RC Oh si. Gli psicologi lo chiamano “disturbo delusionale”. Ma c’è abbastanza verità da non farti riuscire a penetrare quel disturbo. E’ come Charlie Manson o gente simile. Difficile averci a che fare.

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Robert Crumb (centro) coi fratelli Charles e Maxon

 

 

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I PRIMI ANNI

GG A 12 anni hai traslocato a Milford, Delaware: deve essere stato un vero paradiso. Dove hai vissuto, dopo?

RC Abbiamo girato un bel po’. Mia madre riuscì a far ritirare mio padre dal corpo dei Marine nel ‘56. Lei aveva ‘sta fissa di ritornare a vivere nella città in cui era nata. Era proprio fissata su quanto per lei sarebbe stato bello tornare là. Ricordo il giorno in cui entrammo in città. Era bellissimo. Anche io ero elettrizzato dal vivere lì. Ma poco a poco diventò evidente che quello era un posto abitato da gente di basso ceto e integralisti. Il classico paese in cui non vieni accettato se non sei del posto. Un muro difficile da abbattere. Cominciai a odiare quella città. Ma pur odiandola, apprezzavo comunque la bellezza di una vera, piccola antica cittadina nel tipico paesaggio del Sud: molto verde, boschi tutto intorno, fiumi e laghi. Cominciai ad andare in giro per conto mio, a sedermi sulla riva del lago, a sentirmi infelice.

GG A quale punto della tua vita hai realizzato di essere in conflitto coi valori dei tuoi genitori e della comunità?

RC Intorno ai 14, 15 anni, giù di lì. Non mi ci è voluto molto per costruirmi un ego di superiorità per giustificare la mia alienazione dal mondo. Erano una massa di stupidi, tutti. Ovviamente, ero tropo intelligente per loro.

GG Te la cavavi bene a scuola?

RC Naa. Non mi interessava nulla della scuola. A parte che era una di quelle di infima categoria, dove nessuno dei maestri era competente. Inoltre, non succedeva nulla. Studiavo quello che mi interessava, completamente in autonomia da qualunque cosa riguardasse la scuola. In pratica mi acculturavo alla mia maniera.

GG Quindi come sei arrivato ad avere questo senso di superiorità?

RC Un meccanismo di difesa a buon mercato. L’alternativa era sentirsi orribilmente inferiore. Le ragazze non mi si filavano per niente. Non avrei potuto farcela in nessuno degli scenari tipici dei teenager. Ho dovuto razionalizzare questa cosa pensando di essere troppo intelligente per quelle povere sceme.

GG Hai detto ”Venivo respinto dai miei coetanei”, e poi ti sei riferito a una insanabile paura di non essere accettato, di non essere adeguato, di venire respinto. “Ero un disadattato”. Era un bagaglio che derivava dalla tua vita in famiglia, o qualcosa di slegato da essa?

RC Giusto un fagottino (Risata). Alla fine degli anni 50, quando l’ideale di vita era il tipo figo che abbandonava la scuola, io ero invece quello con la camicia abbottonata fino al collo che si portava tutta la roba di scuola in cartella. Ero il ragazzino idiota a cui, fra l’altro, mancavano due denti davanti. Qualcuno mi aveva picchiato la faccia con una pietra quando avevo 12 anni. Ho fatto tutti gli anni del liceo andandomene in giro senza i due incisivi. Quando finalmente me ne andai da casa e trovai un lavoro decente, i ragazzi qualche volta mi dicevano “Sai Crumb, dovresti fare qualcosa per quei due denti mancanti. Sarebbe parecchio d’aiuto per la tua immagine, sai?” Quindi, appena riuscii a mettere insieme il denaro necessario, andai dal dentista e mi feci sistemare i denti. Non avrei potuto continuare così. Credo di non avere mai imparato ad agire nel modo giusto grazie al fatto che i miei genitori erano folli ed eccentrici e quindi non mi potevano aiutare. Loro stessi non erano capaci di fare la cosa giusta. Ma adesso sono quasi contento di non averlo fatto. Ho sviluppato da solo la mia individualità. Mi considero fortunato per non essere stato invischiato in tutta quella roba. Molte persone che conosco, che si sono rivelate interessanti, credo siano passate attraverso momenti di dolorosa esclusione, soprattutto per quanto riguarda i normali riti della pubertà. In America, se non ti ci adegui, sei considerato totalmente “fuori”. E se invece ti ci adegui e hai abbastanza intelligenza, con gli anni ti troverai a combattere con tutto quel fottuto sistema di valori e a cercare di levartelo di dosso. Mio fratello maggiore Charles e io diventammo davvero molto uniti, da adolescenti. Lui aveva una percezione acutissima e una posizione critica nei confronti della società in generale. Quindi, stando con lui, non ho mai avuto l’occasione di pensare “Gee, vorrei essere accettato. Questo qui è così figo, quello là è così pulito”. Ha sempre cercato di non farmi invischiare in questa melma, dicendomi come tutto quanto fosse schifoso e fottutamente compromesso, il che essenzialmente era vero.

GG Quanto è più vecchio di te tuo fratello?

RC Due anni. L’ho visto attraversare l’intero processo: prima ha provato ad essere figo per venire accettato, poi mandare tutto affanculo. Da parte mia ho evitato accuratamente tutto questo, non ci ho nemmeno provato. Ho capito subito che non c’era speranza. Ho passato un sacco di tempo a disegnare, proprio nel periodo cruciale in cui si sviluppano le tue abilità. Puoi veramente far parte di qualcosa se hai la fortuna di farlo in circostanze favorevoli. Ho cominciato a disegnare seriamente quando avevo circa 16 anni. Intendo davvero seriamente. Passavo tutto il mio tempo libero cercando di imparare a disegnare bene e a sviluppare tutti gli aspetti del mestiere. Non c’era nient’altro da fare. In pratica, per me non c’erano alternative.

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GG Potrei assumere che la tua precoce, intuitiva avversione e condanna della società ha influenzato quelle che poi sono diventate le tue convinzioni politiche da adulto?

RC Naturalmente. Fui immediatamente attratto da tutte le ideologie politiche degli oppressi, tipo il comunismo, roba così, e i beatnik. I beatnik mi piacevano davvero. A 17 anni ho letto Jack Kerouac, “Gesù, questi ragazzi fanno davvero la bella vita!”. Sono usciti dal merdoso guscio e si divertono alla grande! Ho incontrato questo tipo, Marty Pahls, che all’epoca era pesantemente convinto dall’ideologia comunista. Andava alla Kent State University. Lì tutto era veramente difficile. Mi ha indottrinato su tutto quanto quando avevo 15, 16 anni. Ero giovane e quindi ho preso subito a cuore questa ideologia, ma non l’ho portata avanti a lungo. Ci siamo scritti per parecchi anni e adesso posso dire che ha superato il periodo della Kent State e dell’educazione politica che ho ricevuto da lui.

GG Riesci a definire più precisamente contro cosa ti ribellavi politicamente a quell’età?

RC Quando al liceo vieni sempre attaccato, e magari hai un po’ di intelligenza, sviluppi un certo modo di pensare alle cose, ti poni delle domande. Facilmente si arriva a capire che tutto quanto in un certo senso è fottuto, che c’è qualcosa che non va con tutta l’immagine da Ozzie Nelson che ci si aspetta tu segua, in pratica tutto il sistema di valori della classe media.

GG Spieghi meglio il concetto “sistema di valori della classe media”?

RC Ha molto a che fare con materialismo e decisionismo. Il liceo dove andavo io era frequentato anche da figli di contadini e altri ragazzi poveri. I ragazzi della classe media li consideravano sporchi e per questo li trattavano con molto disprezzo. Anche se sei ragazzino capisci subito che questo è sbagliato. Venivi considerato solo quando avevi la macchina fighetta, i vestiti fighetti e ogni altra cosa fintamente di moda che avevano imparato a indossare. Se vieni da fuori e hai un minimo di percezione, puoi vedere il quadro in tutta la sua interezza. Inoltre, la rabbia e il dolore per essere “uno di fuori”, ti fanno diventare un osservatore critico della realtà. Questa cosa ti allontana dagli altri. Tu pensi di essere figo. Io pensavo di essere figo e non riuscivo a capire perché avrei dovuto essere respinto.

GG Hai detto che tu e i tuoi fratelli riuscivate a trovare una via di fuga dalla scuola e dalla follia familiare leggendo e disegnando fumetti. Fu un’ancora di salvezza per te?

RC Oh, si. Durante gli ultimi quattro anni del liceo ero diventato completamente ossessionato da Mad, specialmente i lavori di Kurtzman. Da ragazzini facevamo fumetti pseudo-divertenti che avevano come protagonisti gli animali. Abbiamo fatto centinaia e centinaia di animali facili da disegnare che erano tutti imitazioni di Andy Panda, Mickey Mouse eccetera. Quando ero piccolo non amavo molto disegnare fumetti. Fu mio fratello a farmelo piacere (Ride). Il mio personaggio si chiamava Brombo the Panda, che ho disegnato per sette-otto anni. Lo facevo solo perché quell’orsetto era facile da disegnare. Potevo disegnare una storia di Brombo the Panda in due giorni (Ride). Di solito le storie erano lunghe circa 12 pagine.

GG E da chi ti facevi ispirare per realizzare quelle storie? Forse Barks? Qualcun altro?

RC Quando avevamo meno di dieci anni eravamo molto discriminatori. Leggevamo tutti quei buffi fumetti della Dell Comics con gli animali, ma soprattutto ci piacevano i New Funnies, quella roba della Disney tipo Little Lulu e Mighty Mouse. Mio fratello andava matto per Mighty Mouse. Ma Barks era sicuramente il miglior disegnatore degli animali della Dell.

GG Eri già conscio di questo a quell’epoca?

RC Certo, anche se non sapevo ancora il suo nome. Sicuramente era una spanna sopra tutti gli altri narratori. I suoi fumetti e anche Little Lulu di John Stanley erano i due migliori fumetti per ragazzi e ancora adesso mi piace un sacco leggerli. Ho una vasta collezione di fumetti di Little Lulu e spesso mi piace tirarne fuori qualche numero e rileggermelo. Sono grandi. Grandi storie.
Mi ricordo che quando avevo circa cinque anni ero attratto sessualmente da Bugs Bunny. Irresistibilmente. Non so perché. Ma è vero. Mi ricordo che tagliavo Bugs Bunny dalle copertine dei fumetti Looney Tunes e lo portavo in giro con me. Ero affascinato da Bugs.

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GG L’inizio della tua aberrazione sessuale.

RC Prima mi stavi dicendo di esserti bruciato la mano col ferro da stiro. Questo mi fa ricordare che il Bugs Bunny che avevo ritagliato a un certo punto divenne tutto raggrinzito e io chiesi a mia madre di stirarmelo. Me lo stirò col ferro.

GG Era davvero attrazione sessuale?

RC Mi eccitava da pazzi, Bugs Bunny.

GG Gente, qui si rasenta la patologia.

RC Mi ricordo di aver letto qualcosa, più in là negli anni, scritto da qualche sapientone sulla rivista Mad Peck, che diceva “Siete sessualmente eccitati dagli animali carini e simpatici?”. Ho pensato che forse era un’esperienza comune fra i bambini piccoli.

GG Un presagio di ciò che sarebbe avvenuto. Quando hai cominciato ad avere impulsi sessuali verso altri personaggi o verso altre persone?

RC All’improvviso, quando avevo circa 12 anni. Hai mai visto la serie televisiva di Sheena la Regina della Giungla? L’attrice che la impersonava era quella gran bella donna di Irish McCalla. Cambiò tutto per me. Basta Bugs Bunny. Non vedevo l’ora di andare a letto la sera per sognarmi Sheena tutta la notte.

GG Com’erano i rapporti con e ragazze durante i tuoi anni del liceo?

RC Praticamente zero. Niente. Beh, a dire il vero in terza media facevo spesso piedino a Jeanette Bates, la ragazza che stava dietro di me al corso di Storia Americana. Ma fu tutto. Oltre quello, nient’altro.

GG Fino a?

RC Finché non sono andato ad abitare a Cleveland e cominciai a frequentare le ragazze beatnik che riuscivano ad apprezzare anche uno sgorbio come me.

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GG E’ stata l’epoca in cui hai incontrato colei che diventerà la tua prima moglie?

RC Già, era più o meno quel periodo. Mio padre diceva sempre che avrei sposato la prima donna che sarebbe passata per la strada.

GG Quando ti piacevano Kurtzman e Mad, ti ispiravano anche altri fumetti della EC o magari i fumetti di guerra di Kurtzman?

RC Non molto.

GG Quindi più che altro Mad.

RC Si, più che altro Mad, ma più tardi ci fu anche Humbug and Trump. Stava succedendo qualcosa in quei fumetti che, secondo me, dicevano tutto sul modo di vivere americano di quel periodo. Se li leggo ora, mi vengono in mente gli stessi pensieri. Tutto qui. Era un gran periodo per ogni tipo di commedia e di satira.

GG Quali altre forme di commedia e satira ti piacevano?

RC I dischi di Stan Freberg. Non hai mai sentito una delle sue satire sul rock and roll, tipo “The Great Pretender”? Esilaranti! Lui odiava il rock’n’roll. Anche certa roba in tele mi piaceva: Ernie Kovacs e Phil Silvers. Mi ricordo ancora quando ho visto la copertina del n. 2 di Humbug nelle edicole del centro. Un’esperienza quasi mistica per me, ancora considero quel momento uno dei più belli della mia vita. Ho visto quella copertina e ho pensato: “Che diavolo è questo!?” Non aveva niente a che fare con quello che stava succedendo. All’improvviso era arrivata questa cosa, assolutamente diversa da tutte le altre stronzate. Diceva tutto. Ho comprato subito la rivista e ne sono stato risucchiato immediatamente..

GG Da allora hai mai più visto niente che ti abbia dato le stesse sensazioni?

RC Forse qualcosa nella mia mente, ma credo che questo genere di cose accada solo una volta alla maggior parte delle persone. E’ come la prima volta che scopi. Qualcuno mi ha detto di aver provato la stessa cosa nel vedere i primi fumetti di Zap. Capita una volta sola nella vita di provare sensazioni che ti spaccano dentro e subito ti rendi conto che mai ti è successo niente del genere e mai ti succederà più. Anche se ricordo vagamente di aver passato un momento simile da bambino, ma ero troppo piccolo per capire bene. E’ stato quando ho visto la copertina del n. 11 di Mad, impaginata in modo da imitare la rivista Life, con un disegno di Basil Wolverton. Avevo 11 anni e quando la vidi in edicola mi paralizzai. Ero maledettamente confuso. Era incredibile. Avevo di fronte una pesante presa per i fondelli del più venerato magazine che ogni famiglia aveva in casa. In quel quadrato rosso c’era la scritta “Mad” e poi c’era quel laido, grottesco cartoon che non faceva nemmeno finta di nascondersi o di rendersi minimamente rispettabile o gentile. Era pura e semplice sovversione di tutto ciò a cui noi davamo un valore nella società di quel periodo.

GG Pensi che quel tipo di umorismo sarebbe inefficace oggi, visto che ormai è diventato la regola?

RC Adesso è diverso. Noi siamo passati attraverso le peggiori sconcezze. Le cose non saranno mai più le stesse di allora.

GG Le istituzioni sociali di adesso sono quasi impossibili da sbeffeggiare.

RC Non tanto questo, ma il fatto che il modo di relazionarsi è diverso. Ovviamente, con le mie copertine di Weirdo sto cercando pateticamente di catturare di nuovo le sensazioni che ho provato di fronte a quei numeri di Mad e Humbug.

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GG Quindi mi dicevi che quelle due copertine hanno catturato la tua mentalità sovversiva quando avevi 11 anni?

RC Certo, ma solo in modo molto vago. Ero troppo giovane per occuparmi di quelle cose. Mi ricordo che da piccolo quando guardavo Mad ero insieme affascinato e quasi disgustato da quei disegni che potrei definire lascivi. Mi davano la sensazione che puzzassero, come se dentro le pagine ci fossero capelli e sudore, eccchhh. Non riuscivo a tenerlo in mano. Mia madre non avrebbe mai tollerato nessun fumetto della EC in casa nostra. Dovevamo andare giù al negozio e leggerli lì, finché il garzone non se ne fosse accorto e ci cacciasse a calci nel sedere dicendo “Andiamo andiamo, ora basta. Se non comprate nulla, fuori dai piedi.”

GG Tua madre pensava che avessero una certa influenza sovversiva?

RC Sporchi. C’erano le ragazze sexy e questo significava che erano riviste sporche. Mio fratello tentò di portare a casa un paio di fumetti horror della EC e l’unica cosa che fece nostra madre fu stracciarli e buttarli in pattumiera. E’ interessante, ora che ci penso. Mi accorgo ora che quello fu probabilmente il momento della mia vita in cui mi accorsi per la prima volta di essere un esiliato. Non lo avevo mai capito prima. Avevo 14 anni quando ebbi la consapevolezza di essere un disadattato, e questa cosa iniziò proprio quando cominciai a guardare a Mad e a fumetti di quel tipo come dei prodotti culturali di mio interesse.

GG Pensi che Mad ti attraesse in quanto culturalmente sovversivo?ù

RC Non so. Era culturalmente sovversivo a prescindere, per quei tempi. Non ne sono sicuro. Non me ne rendevo forse ancora conto. Ne ero affascinato e basta.

GG Forse ne eri attratto inconsciamente?

RC Credo che sia stato perché mi liberava dal desiderio di venire accettato socialmente. Non era un bisogno. Mi liberava solo perché smisi di pensarci. Smisi di provare ad essere socialmente accettabile. Smisi di provare a vivere secondo le forme culturali e sociali seguite dalla massa, smisi di apprezzare o biasimare ciò che era stato stabilito da altri. Cominciai a seguire le mie opinioni. Benché doloroso, l’essere emarginato fu un processo liberatorio.

GG Anche Foo! venne in parte ispirato da Kurtzman e Mad, non è vero?

RC Oh si. Foo! era una totale imitazione di Mad. Fu il mio primo fumetto stampato, la primissima volta che ho provato la magia della carta stampata.

GG Era un fumetto che avevate messo in piedi tu e tuo fratello quando eravate al liceo.

RC Yeah.

GG Andavate letteralmente porta a porta per provare a venderlo alla gente dicendo loro che era un progetto scolastico e questi, o vi sbattevano la porta in faccia o, senza prendere la rivista, vi davano i soldi solo per levarvisi dalle scatole.

RC Corretto. Costava poco, solo 10 centesimi. All’inizio abbiamo provato a venderlo a scuola, ma ci consideravano dei pervertiti allucinati e per questo le persone lo prendevano, lo guardavano e poi o ce lo restituivano o se lo portavano via senza darci i soldi. Più spesso nessuno voleva avere a che fare con noi e con la rivista. Rimanemmo molto delusi. Ma ci dicemmo “Dobbiamo vendere questa rivista con ogni mezzo.” Andammo in quelle enormi zone residenziali dove c’era anche una base dell’Aeronautica e provammo di nuovo col porta-a-porta. Trovammo gente che non era interessata alla rivista, benché avessimo detto loro che il denaro sarebbe stato devoluto alla scuola. Lo guardavano –senza sapere cosa fosse, la nostra imitazione di Mad- e restavano basiti. Io dicevo “L’abbiamo disegnato noi”, e loro rispondevano “Oh bene, e cos’è?” e io “Un giornalino di fumetti” “Di cosa parla?” Cosa potevo rispondere? Allora chiedevano “Siete sicuri che i soldi vadano alla scuola? Ne siete davvero sicuri? Chi è il vostro insegnante? Come si chiama?” Io davo tutte queste informazioni e mi sentivo rispondere “No, non mi interessa”. Stava cominciando a diventare un lavoro un po’ troppo impegnativo. Potevi fare un dollaro in due ore. (Risata).

GG Quella fu la tua prima esperienza di vendita con l’inganno?

RC Fu la mia prima esperienza nel business dei fumetti. Molto scoraggiante. Mi venne voglia di smettere coi comics da quanto ero giù di morale. Avevo perso completamente ogni illusione di diventare un artista nel campo dei fumetti. A quel punto in effetti miravo più a diventare un artista commerciale, ma per qualche oscura ragione continuavo a disegnar fumetti. Non so perché, o cosa sperassi di guadagnarci. Solo, ci ero talmente dentro che non riuscivo a farne a meno.

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Le prime storie dei fratelli Crumb

 

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Cleveland vista da Robert Crumb in uno sketch degli anni '60

Cleveland vista da Robert Crumb in uno sketch degli anni ’60

 

CLEVELAND

GG Quando hai cominciato a lavorare per la American Greetings Corporation?

RC Nel 1963, quando avevo 19 anni, subito dopo essermene andato di casa. Ci ho lavorato saltuariamente fino al 1967.

GG Come hai cominciato? In quali circostanze?

RC Abbastanza semplici. Marty Pahls, a cui scrivevo regolarmente, abitava a Kent, nell’Ohio. Mi aveva invitato a trasferirmi da lui dopo che aveva conseguito il diploma e si era spostato a Cleveland. Andai all’ufficio di collocamento, dove dichiarai di essere un artista. Mi mandarono all’azienda delle cartoline d’auguri. Lì davano lavoro a un sacco di giovani artisti appena usciti dalla scuola d’arte. Di base era una gigantesca fabbrica di artisti. C’erano centinaia di persone che preparavano mucchi di materiale illustrativo e le pellicole di quadricromia.

Lettera di Crumb a Marty Pahals

Lettera di Crumb a Marty Pahls (fronte)

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Lettera di Crumb a Marty Pahls (retro)

GG A macchina?

RC No… le pellicole erano tutte preparate a mano. Non usavamo retini. Mascheravamo le aree e con l’aerografo facevamo i mezzitoni. Per i primi quattro mesi per me fu solo apprendistato. Ma non avevo idea di cosa stessi apprendendo. Non sapevo cosa fossero le pellicole di quadricromia. Ti ordinavano di fare quelle percentuali di grigio con l’aerografo. Poi testavano il tuo lavoro con un misuratore di luce per controllare se avevi fatto la percentuale esatta del 20 o del 30 percento.

GG Quindi dopo un anno di quel lavoro sei diventato staff artist?

RC Qualcuno dei ragazzi là in azienda si accorse che ero capace di disegnare fumetti. Mi assegnarono al reparto dove disegnavano cartoline umoristiche. Era un lavoro facile.

GG Otto ore al giorno?

RC Si. Timbrare il cartellino e tutto il resto.

GG Ti piaceva quel modo di vivere? Ti è servito per disciplinare il tuo modo di disegnare?

RC Naa, l’unica cosa fu che capii come funziona tutto il processo commerciale. Quando iniziai a disegnare le cartoline umoristiche ho passato sei mesi a non fare altro se non allenarmi e allenarmi a disegnare in modo carino, per cercare di rimuovere ogni grossolanità dai miei disegni. Disegnavo un soggetto convinto di farlo nel modo più aggraziato possibile e loro mi dicevano “No, troppo grezzo”. Dicevano “Guarda quelle mani, sembrano artigli, mani da umanoide. Non ci serve questo. Vogliamo figure piccole, carine, grassottelle.” Avevano un personaggio standard per le loro cartoline: un timidone con la testa enorme, il corpo piccolo e magro, mani e piedi piccoli e grassocci; lo conosci, no? Quello stupido personaggio chiamato Ziggy? Beh, era disegnato da Tom Wilson, che era il capo del dipartimento. E lui era convinto che Ziggy fosse il personaggio ideale.

GG Ti stai lamentando del fatto che non riesci ancora a disegnare in modo aggraziato?

RC No. Ormai è radicato. Non riuscirò mai a cambiare. Ma ci provo sempre. Probabilmente ciò aiuta a vendere i miei lavori.

GG Devi raccontarmi la storia che sta dietro le strisce di Roberta Smith Office Girl. Sei finito nei guai a causa sua, non è così?

RC Avevo cominciato a disegnarla per il giornale aziendale della American Greetings Company. A qualcuno venne in mente di dire che, per dargli una rinfrescata, potevo fare una striscia per l’house organ. Fu un brutto affare. Roberta Smith era una ragazza per cui avevo una cotta. Ho proposto una striscia in cui si vedeva uno dei colleghi che correva troppo in macchina, e il redattore che doveva impaginare il giornale mi disse “Non possiamo mostrare un nostro impiegato che si comporta a quel modo. Avrebbe cattive ripercussioni sull’azienda.” Allora ne disegnai un’altra, che sbeffeggiava l’atteggiamento serioso di quel redattore. Lui disse che non si poteva pubblicare nemmeno quella strip. Smisi del tutto di disegnarne.

GG Non avevano capito che potevi essere fonte di guai per loro quando ti chiesero di disegnare una striscia?

RC Non me l’hanno chiesto loro. Ne avevo presentate un po’ e le prime erano carine e amorevoli. (Ride). Rappresentavo piccoli, graziosi, innocui giochi da ufficio, in cui Roberta porta la sua piantina al lavoro, la appoggia sulla scrivania, parla con lei. La amavano tutti, ma io mi stancai presto. Ecco quando capii che non ero proprio fatto per disegnare una strip carina e amorevole.

GG Ti piaceva vivere a Cleveland?

RC Oddio, no. E’ talmente sinistra. Provatela per un anno. Provate Cleveland.

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Crumb illustra la copertina di American Splendor #21, il fumetto di Harvey Pekar

GG Come pensi che riesca a viverci Harvey Pekar?

RC Beh, lui ha quel suo fatalismo ebreo… Ha imparato a farlo fruttare, a ricavarci qualcosa. Lui è l’artista che parla per Cleveland. Ha reso famosa Cleveland fino a che la storia culturale ha sostenuto quel periodo.

GG Una volta hai detto “Di tutte le grandi città che ho visto, Cleveland è probabilmente la più mortale” e poi hai detto “E’ una città silenziosa”. E per questo motivo che la ritieni non-vitale?

RC Beh, ci sono molti gruppi etnici, di classe operaia, che hanno messo radici e si odiano gli uni con gli altri. C’è un forte clima di sospetto e isolamento. Ognuno sta nel suo brodo e non vuole avere a che fare con gli altri gruppi. Inoltre qui, in passato, c’era una ricchezza culturale unica, che è stata spazzata via dai mass media e tutto il resto. C’è rimasto qualcosa di quel “colore” etnico, ma tutto il resto sta scomparendo velocemente. La chiusura dei mass media crea a sua volta paranoia e sospetto, e da qui si trasforma in chiusura a carattere xenofobo.

GG In che modo i mass media hanno spazzato via l’identità etnica?

RC Le nuove generazioni non hanno nessuna voglia di essere identificate con tutte quelle vecchie cazzate. Vogliono essere moderne, apparire fighe. Non vogliono più ballare la polka alla Baby-Doll Lounge. Vogliono ascoltare il Rock ed essere fighe. Purtroppo conservano questo atteggiamento fino all’età adulta, facendo così morire le antiche tradizioni. La sola cosa rimasta è il sospetto verso gli altri gruppi. I neri stavano in un ghetto davvero malmesso, sul serio. Dio, era come stare all’inferno. Faceva schifo quando stavo lì, negli anni ’60. Ma almeno c’era ancora quel bel viale colorato pieno di bar e club. Un sacco di musica, piccoli saloni di lustrascarpe neri all’angolo delle vie, negozi, saloni di bellezza. C’erano un paio di vie con tutta questa bella roba. Ora non c’è più nulla. Completamente spazzato via. Devastato. Adesso puoi andare solo al K-Mart, c’è rimasto solo quello. Oppure te ne stai a casa, a guardare la televisione o ad ascoltare la tua musica. Fine.

GG Nel 1964 hai incontrato la donna che sarebbe presto diventata la tua prima moglie. Tu non eri mica quello che avrebbe sposato la prima ragazza che gli avrebbe girato intorno? Ho sbagliato qualcosa?

RC No, hai ragione. Eravamo due disperati. Ci aggrappammo disperatamente l’uno all’altra.

Crumb e la prima moglie, Dana Morgan

Crumb e la prima moglie, Dana Morgan

 

Da Help #25 del 1965

Da Help #25 del 1965

L’EUROPA

GG Mi interessa la tua esperienza di vita in Svizzera e Danimarca. Come mai sei finito laggiù?
RC Ero arrivato al punto di dire “L’America è fottuta davvero. Adesso vado a vivere in Europa.” Ma dopo averci vissuto per un anno, ho capito di essere troppo legato alla cultura Americana. L’Europa mi era già diventata noiosa e pesante. Non lo so, magari erano così solo la Svizzera e la Danimarca.
GG Perché la Svizzera?
RC Mia moglie conosceva qualcuno là, così ci andammo.
GG Hai pensato di andare a vivere anche in Francia e in Italia?
RC In effetti andavamo solo dove c’era qualcuno che conoscevamo. Non so come mai finimmo a Copenhagen.

GG Com’era vivere là?

RC Fisicamente bello. Non è tutto cianfrusaglie come in America. Niente miglia e miglia di tristi fast food. Non ci potevo credere. Tutto era bello, tutti erano radicati nelle loro classi sociali e nelle loro idee. Gli Americani si muovono e cambiano sempre, e anche io mi sentivo di essere -per questo- un prodotto dell’America. In Svizzera ogni cosa ha la propria nicchia e lì rimane. E tu capisci subito questa cosa anche se vieni da fuori.

GG E’ stato questo sistema di vita rigido che ti ha infastidito?

RC Quello e anche le loro tradizioni, molto forti. Tutto è governato dalle tradizioni. Ognuno ha il suo pezzo di terra e non sono capaci di liberarsene o di venderlo o cambiare il modo di fare le cose.

GG Anche la gerarchia sociale era meglio definita, laggiù?

RC Si, tagliata con il coltello, veramente. In un certo senso è interessante, ma non vedevo per me nessun futuro in quel posto. Stavo ancora disegnando cartoline e aspettando gli assegni dall’azienda per continuare la nostra vita. A volte arrivavano un bel po’ in ritardo, e questo non andava bene. E non andava bene nemmeno con mia moglie. Per questo non avevo voglia di rimanere bloccato in Europa con lei.

La prima moglie in un ritratto di Crumb

La prima moglie in un ritratto di Crumb

GG Lei la pensava allo stesso modo?

RC No, lei in realtà mi stava attaccata. Era come una macina attaccata al mio collo. Lo è ancora adesso.

GG Quindi cosa ti mancava di più dell’America?

RC La follia. E’ una nazione fottutamente demenziale. Non riesci mai a capire cosa succede o dove potresti adattarti. Le possibilità sono tante. Anche gli anni ‘60 erano così. Adesso non so. Ma se si continuerà a scivolare verso questo fottuto conservatorismo fascista, penso seriamente che mi toglierò dalle palle.

GG Dovremmo traslocare Fantagraphic Books in un castello svizzero.

David Olbrich Jerry Falwell potrebbe diventare presidente, nel frattempo.

RC Lo penso anch’io. Se ci ritroveremo sul groppone uno di quei pagliacci dopo che Reagan avrà finito, manderò tutto al diavolo! Di certo non me ne starò qui. Stanno già radunando la gente. Ma negli anni ‘60 l’America era un posto molto più interessante della Svizzera.

GG Lo pensi anche adesso?

RC Beh, si… anche se adesso le cose sono diverse. Oggi c’è più paura, specie se non segui la fottuta corrente, i valori prestabiliti. Almeno a quei tempi ti davano un po’ di credito, se cercavi di uscire dal comune. Le cose sono davvero cambiate quell’anno in cui me ne andai di casa, dal ‘64 al ‘65. Perfino a Cleveland la gente che conoscevo pensava che le cose stessero cambiando e molti stavano realmente cominciando a muoversi. Quelli della mia generazione, gli adolescenti e i ventenni, si infervoravano per ogni cosa. Giravano un sacco e volevano essere come Jack Kerouac: vivere On the Road. Non volevano sistemarsi stabilmente per poi avere intorno un sacco di fuffa. Quando lavoravo per l’azienda delle cartoline tutti quelli che conoscevo –tutti- si sentivano obbligati a pensare di vivere in questo modo: uscire dal lavoro, entrare in un bar, ubriacarsi, aspettare che la moglie li chiamasse al bar, andare a casa, buttare all’aria le cose, andare a dormire e ricominciare daccapo il giorno dopo andando al lavoro. Alcuni di loro provarono a diventare artisti, ma dopo le prime frustrazioni smettevano o abbandonavano a metà il loro lavoro per anni lasciandolo a prendere polvere sui cavalletti. Tutti loro si sentivano infelici per se stessi e per la fatica che dovevano fare nella vita e io cominciavo a pensare “Ci deve essere ben più di questo nella vita, qualcos’altro, dietro tutto questo”. Ecco quello che ti si chiede dopo che sei nato e cresciuto: trovarti uno di questi fottuti lavori, prenderti una casetta carina in periferia e metter su famiglia. Tutto qua? No, ci deve essere qualcos’altro. Un sacco di gente la pensava in questo modo, in quel periodo. Per questo me ne andai in fretta a San Francisco. Non avrei più voluto avere un lavoro fisso, te lo dico sinceramente.

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Illustrazione per un reportage su Harlem, da Help! #22 del 1964

Illustrazione per un reportage su Harlem, da Help! #22 del 1964

 

NEW YORK

GG Quando sei tornato da Copenhagen hai vissuto di nuovo a Cleveland, poi sei andato a New York a lavorare per Harvey Kurtzman a Help!

RC Prima ho lavorato ancora un mese per l’azienda di cartoline d’auguri. L’estate precedente, tornato dall’Europa, avevo passato un mese a New York a lavorare per Terry Gilliam come assistente redattore alla rivista Help! Gli correvo dietro e lo aiutavo a sistemare piccoli dettagli e poche faccende di produzione. Ho fatto quel pezzo su Harlem, dopo che Terry e io ci eravamo stati. A quel tempo avevo una piccola rubrica in uno dei fumetti che pubblicavano. Quindi quando tornai dall’Europa contattai Kurtzman e lui mi disse “Si, Terry Gilliam se n’è andato e quindi ho bisogno di un assistente,” e mi chiese se fossi interessato a quel posto. Saltavo di gioia. Quell’uomo era il mio fottuto eroe! Era la mia chance. Andai a New York con mia moglie, prendemmo armi e bagagli e trovammo un appartamento. Il giorno dopo, lunedì  mi presentai al lavoro. Non scherzo: sono entrato nella redazione di Help!. Kurtzman era in piedi contro un muro, disperato, mentre stavano letteralmente portando via i mobili! (Risata). I raccoglitori, le scrivanie, gli armadi…

GG Il tuo primo giorno di lavoro…

RC Chiesi “Che succede?”, Kurtzman rispose: “Warren ha deciso di chiudere il giornale. Non guadagna abbastanza. Scusami, sto davvero male.” Si sentiva in colpa per il mio trasloco a New York e per questo mi promise che avrebbe cercato di trovarmi un lavoro. Ho passato un anno lavorando come uno schiavo per quella gente. Mi stavo guadagnando da vivere. Gesù, mi sono fatto davvero un culo così.

GG Che tipo di lavori commerciali hai fatto a New York?

RC Ogni tipo di lavoro. A volte anche ricerche di microfilm per gli articoli. Quando portavo il blocco degli schizzi alla redazione di Mad, mi dicevano “Carino, ma adesso non cerchiamo altri artisti”.

GG Chi ha rifiutato i tuoi disegni? Al Feldstein?

RC Jerry DeFuccio. Ma non li ha rifiutati. Solo diceva “Si, è roba bella, hai talento, ma non abbiamo bisogno di altri artisti adesso”.

GG Hai provato da qualche altra parte? Cracked? Sick?

Alcune illustrazioni per le gomme da masticare Topps

Alcune illustrazioni per le gomme da masticare Topps

RC Ho fatto qualcosa per una rivista chiamata Yell. (Risata). E’ durata tre numeri. Ho provato un po’ tutti gli aspetti dell’arte commerciale. Woody Gelman mi riempiva di roba da fare, cataloghi di vendita, opuscoli promozionali per le gomme da masticare Topps. Era troppo pesante per me. Non potevo gestire tutto quanto. C’erano ragazzi che lo sapevano fare bene, preparati per andare a spremere gli art director e ottenere il lavoro per cui erano profumatamente pagati. Questo mi ricorda di quando ero piccolo e provavo a vendere giornali a Camp Pendleton. C’erano sempre dei ragazzini che venivano scarrozzati in un cassone di camion e scaricati con un grosso fascio di giornali vicino alla base aerea. Alcuni di loro erano davvero dei piccoli imbroglioni intraprendenti. Vendevano tutti i loro giornali e alzavano un sacco di grana, mentre io me ne stavo lì col mio fascio cercando di capire cosa avrei dovuto fare per venderli. Non ero molto bravo con gli imbrogli. Non avevo molte risorse.

GG In che modo l’arte commerciale era diversa rispetto all’azienda delle cartoline augurali di Cleveland?

RC All’azienda delle cartoline lavoravo dalle nove alle cinque. Vai al lavoro, timbri il cartellino, torni a casa con l’autobus, ed è finito. Se sei in grado di sopportare tutto questo, allora avrai il tuo salario, la malattia pagata e tutto il resto. Ma a New York io ero un freelance e quando sei freelance devi sgomitare per avere lavori come quello, dove ti sfruttano alla morte e non riesci mai a capire quanto ti pagheranno, restano sempre sul vago, mentre il lavoro lo vogliono per domani, poi esigono delle modifiche… oh, è stato orribile. Orribile.

Illustrazione per cartolina di compleanno (fronte)

Illustrazione per cartolina di compleanno (fronte)

Illustrazione per cartolina di compleanno (retro)

Illustrazione per cartolina di compleanno (retro)

 

GG Se le cose fossero andate meglio a New York, se avessi avuto dei lavori più facili…

RC Non penso che avrei resistito comunque. Non mi piaceva per niente la commercial art. E’ pesante. Si pretende molto da te. Inoltre c’erano in giro un sacco di giovani creativi che facevano lo stesso lavoro mio, ma lo facevano meglio. Parecchi erano davvero bravi, artisti brillanti, con tutte le basi tecniche. Io non ero così preparato. Non sapevo nulla se non fare le separazioni di quadricromia su acetato. Non sapevo usare i colori, non ero bravissimo col lettering, non ero capace di mettere in piedi qualcosa di uniforme e ordinato. Non avevo studiato molto, ero impreparato. Alla gente piaceva il mio talento, ma si aspettava che io dessi ai miei lavori una finitura professionale che ancora adesso non sono capace di ottenere. Per questi motivi non ho resistito a lungo.

GG La mia domanda era: se ti avessero rifilato abbastanza lavori, magari saresti stato felice di fare le pubblicità dei reggiseni o qualunque altra cosa ti avessero chiesto di fare.

RC Uh-uh. Non riuscivo a sopportarlo. La paga era pessima e volevano il lavoro per il giorno dopo. Sempre. Quattordici ore al giorno solo per spremere tutta la merda da quei ragazzi. In quegli anni dovevi lavorare come un cane per farcela come artista commerciale, a meno che non ti fossi già fatto un nome. Allora potevi lavorare come uno schiavo, ma per prenderti la tua piccola casetta a Long Island.

GG Credevo che i pubblicitari prendessero una barca di soldi, a New York.

RC Forse oggi. Di sicuro all’epoca no, malgrado tu avessi un nome e un’ottima reputazione. Era dura. Ho lavorato con Jack Davis su alcuni storyboard. Lui aveva una casa grande a Scarsdale, doveva mantenerla. Al piano di sopra aveva tre stanze adibite a studio e tutto il giorno correva da una all’altra lavorando a progetti diversi. Correva e lavorava freneticamente. Era questa la vita di un artista famoso? Ma neanche per idea! E Kurtzman! Ho lavorato un sacco per lui. E lui sudava sopra Little Annie Fanny.

GG Quando dici che Davis era frenetico, credi che lo facesse per guadagnare di più?

RC Già, solo per fare soldi. E non riusciva a smettere. Il suo tenore di vita era bello alto e bello fighetto.

GG Cosa hai fatto per lui?

RC Storyboard per spot commerciali.

GG Di cosa ti occupavi esattamente?

RC Non ricordo… Immagino che lui facesse la traccia dei disegni e io li riempissi. C’erano centinaia di disegni a matita che dovevano essere ripassati a china. Tipo animazioni.

GG Hai avuto modo di conoscere Davis anche fuori dal lavoro?

RC Non benissimo, no. Lavorava tutto il tempo. Non socializzava. Lavorava. (Ride). Anche tutti gli altri erano così. Non erano certo dei festaioli. Se ne stavano a lavorare nei loro minuscoli studi-attico. Tipo quello che faccio io oggi.

GG Immagino che sia inevitabile.

RC Beh, ti pagano, hai la tua casa, la tua famiglia. Ma non diventi ricco se fai solo l’artista commerciale. Se ti fai il culo, prendi i tuoi soldi.

GG Fu una rivelazione per te vedere gli artisti che ammiravi trasformati in macchine?

RC In effetti si. Anche a me è successo qualcosa di simile sia all’azienda delle cartoline che a New York, con tutta quella roba che dovevo smaltire, ma avevo comunque la vaga idea che uno potesse fare l’artista commerciale, o comunque guadagnarsi da vivere come artista senza essere troppo materialista. New York mi ha insegnato dove può portarti la carriera di artista commerciale: in una grande casa a Scarsdale con tre stanze in cui tu corri come un pazzo a disegnare storyboard per gli spot promozionali.

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Avenue D, New York, 1966

Avenue D, New York, 1966

 

Hugh Hefner secondo Crumb

Hugh Hefner secondo Crumb

 

KURTZMAN E PLAYBOY

GG Visto che ti eri trasferito a New York per Warren, non si è sentito in dovere di trovarti un lavoro da qualche parte?

RC Warren? Non ho mai parlato con lui, né l’ho mai visto.

GG Ma non era l’editore?

RC Kurtzman. Faceva tutto Kurtzman. Lui mi ha offerto il lavoro, lui si sentiva responsabile per me. Per un po’ fu convinto che io potessi lavorare agli sfondi di Little Annie Fanny, quindi ho fatto pratica lavorando come uno schiavo per quasi una settimana cercando di imitare quelle bellissime sfumature ad acquerello –ecco com’erano fatte, ad acquerello!- Non li avevo mai usati prima e a un certo punto ho pensato di essere bravino. Kurtzman guardò uno dei miei sfondi e disse “No, continua a fare il tuo lavoro. Sarà sicuramente meglio per te, piuttosto che fare malvolentieri questo.” Aveva ragione. Mi fu veramente molto d’aiuto. Mi ha dato un sacco di buoni consigli. Mi ha sempre indirizzato sulla strada giusta. Probabilmente è stato l’unico buon maestro che ho incontrato in tutta la vita. L’unico. La sola persona da cui ho imparato qualcosa di utile.

GG Cosa ti ha insegnato quando hai lavorato con lui?

RC Innanzitutto molte cose sulle tecniche e sull’utilizzo del colore, e poi un sacco di dritte sul business dell’arte pubblicitaria, come funziona, come presentarsi e come evitare le trappole. Senza contare i consigli sulla vita in generale. Comprendeva il fatto che io fossi giovane, idealista, sprovveduto e un po’ folle. Questo non gli dava fastidio, anzi riusciva a farmi capire se una cosa portava a un vicolo cieco o se stavo per sbattere la testa contro un muro… cose così. Che Dio lo protegga.

GG Siete quindi diventati amici?

RC Non come con Will Elder. Ma si, abbiamo passato un sacco di tempo insieme. Ho mangiato a casa sua un sacco di volte; stavamo seduti senza far nulla e a conversare del più e del meno.

Paul Mavrides, Spain Rodriguez, R. Crumb e S. Clay Wilson

Paul Mavrides, Spain Rodriguez, R. Crumb e S. Clay Wilson

 

GG Ci sono altri cartoonist che rispetti allo stesso modo in cui rispetti Harvey?

RC Ho molto rispetto per Spain (Rodriguez). Ho imparato un sacco anche da lui. E’ un paio d’anni più vecchio di me, ma davvero mi ha insegnato molto. Stimo molto anche un sacco di miei pari. Justin Green, Kim Deitch, (S. Clay) Wilson, anche.

GG Anche.

RC Si, anche quel pazzo di Wilson, che si ubriaca ogni notte fino all’incoerenza. Peter Bagge. Lo rispetto.

GG Qualcuno della generazione precedente? Quella di Harvey.

RC Non mi viene in mente nessuno così su due piedi. Anche perché non ne ho incontrati molti.

GG Puoi descrivere che tipo di persona è Harvey?

RC E’ un grande. Un ragazzo meraviglioso. No, non te lo so descrivere. La sola critica che forse posso fargli è che lui era molto impressionato da quell’ambiente privilegiato. Gli piacevano le riviste grandi, con cui si divertiva molto; i grossi assegni; guidava macchine alla moda. Lui è del Bronx ed è cresciuto prevalentemente negli slum. I suoi erano i tipici ebrei comunisti vecchio stampo. Da bambino lo mandarono in un campeggio estivo comunista. E lui ha sempre rifiutato tutto questo. Ecco perché alla fine è approdato a Playboy. Era affascinato da Hugh Hefner e tutto quell’ambiente. Per lui la Playboy Mansion era il massimo dell’eccitazione e il massimo livello del successo, con tutte quelle belle ragazze che giravano con costumi e vestiti sexy, la piscina, tutto quanto (Risata). Non so, era affascinato da tutta quella roba.

GG La cosa ti disturbava?

RC No, non mi ha mai dato fastidio. Non mi aspettavo che lui fosse perfetto. Forse ho un atteggiamento critico nei confronti di questa sua cosa. Mi divertivo a prenderlo in giro. C’era una brillante redattrice di fumetti, Michelle Urry, che lavorava a Playboy. L’hai mai incontrata?

GG No.

RC Negli anni ‘60 lei era la classica tipa aggressiva. Kurtzman mi aveva mandato da lei dicendomi di farle vedere il mio album dei disegni, quello che hai visto anche tu, della Big Arcade. Lei mi aprì la porta con addosso un negligé in stile Playboy che non copriva praticamente nulla, con i capezzoli turgidi e tutto quanto: proprio una ragazza Playboy. Non so se pensasse di piegarmi al suo volere o che. Ma Dio santo, era una vedova nera! Mi faceva veramente paura! Kurtzman e tutti gli altri, tipo Arnold Roth e Jack Davis, erano sempre con un palmo di lingua fuori quando c’era lei. Erano i suoi cagnolini, correvano ai suoi richiami. Davvero patetici. Non mi sarei avvicinato a lei nemmeno con un bastone di 3 metri. Finimmo a litigare sull’argomento LSD. La assumevo, in quel periodo. Credevo fosse una panacea e dissi alla Urry che secondo me poteva alleviare i problemi psicologici di molte persone. Lei disse “No!” Mi disse che anche lei era stata sotto LSD molto tempo prima e non aveva risolto nulla: secondo lei questa era la prova che l’LSD non aiutasse la psiche della gente. Litigammo pesantemente, e alla fine lei disse “Guarda, se vuoi lavorare a Playboy faresti bene a non discutere con me in questo modo. Non va per niente bene, se vuoi lavorare qui”  Fu molto fredda nel dirmi questo, tipo pfftt, mettilo là sul tavolo. Ho pensato whew!, fratello, fammi uscire di qui!

GG Quali erano le sue competenze, per essere redattrice di fumetti a Playboy?

RC Mi hai beccato. Non lo so.

GG Magari le hai notate quella sera?

RC (Ride) Bel paio di tette. Questo lo posso dire.

GG E’ ancora redattrice di fumetti?

RC Yeah.

GG Mi domando se accolga ancora gli aspiranti cartoonist vestita solo di un negligé trasparente.

RC Non lo so… Sono passati 20 anni…

GG Hai detto che Harvey ti ha portato a incontrare Hugh Hefner (nel 1971)?

RC Si, alla villa di Chicago.

GG Puoi dirmi com’è stato?

RC Fu parecchio divertente (Ride). In tutta la mia vita non sono mai stato in un ambiente così noioso e teso come la Playboy Mansion. Gesù. Kurtzman invece era letteralmente abbagliato da tutto ciò che ci circondava, le ragazze, le celebrità, i divertimenti. Per me è stato… non ti so dire… non divertente.

GG Come mai eri lì?

RC Non lo so, a dire il vero.

GG Stavi cercando lavoro?

RC Beh, Kurtzman credeva che se io avessi incontrato Hefner, magari avremmo potuto parlare di una mia collaborazione con Playboy, ma non sono mai arrivato a quel punto. Hefner era troppo impegnato col suo backgammon o qualcosa di simile.

GG Non hai mai visto Hefner?

RC Si, l’ho visto e gli sono anche stato presentato. Ci siamo dati la mano. Ha tirato fuori la pipa di bocca quel tanto che gli è servito per dire due o tre amenità e tutto finì lì.

GG (Sarcasticamente) Hai avuto l’impressione di essere al cospetto di un grande?

RC Ero al cospetto di un fenomeno americano, questo è sicuro. Sulla grandezza di questo fenomeno, non ti so dire.

GG Incuteva timore?

RC Quando ero con Kurtzman avevo l’impressione di essere al cospetto di un grande. Ma fu triste vedere colui che consideravo un grand’uomo essere impressionato da quell’imbroglione di Hugh Hefner. Un imbroglione americano di grande successo. A Kurtzman piacevano le cose su cui era stampata la parola SUCCESSO.

kurtzman e una pagina del suo Little Annie Fanny per Playboy

kurtzman e una pagina del suo Little Annie Fanny per Playboy

GG Tu e Harvey avete parlato di questo, qualche volta?

RC Non in profondità, in effetti. Lo prendevo in giro per questi motivi. Lui era della generazione della II Guerra Mondiale. E’ cresciuto nel Bronx. E’ stato un ragazzo di strada. Una volta stavamo parlando di volo e io dissi che odiavo gli aeroplani. Lui disse che amava volare, amava gli aeroporti perché c’è sempre eccitazione, gente che va in luoghi diversi, dove accadono le cose. C’è successo nell’aria, o almeno così dicevano negli anni ‘60. Posso dirti che a New York gli piaceva fare parte dell’ambiente privilegiato in cui circolavano i gran soldi. Gli piaceva. E Playboy, che stava vivendo l’età dell’oro, andava a gonfie vele.

GG Quando l’ho intervistato, Harvey ha difeso i valori culturali di Playboy.

RC Oh si.

GG E mi è parsa un po’ un’anomalia, visto il suo punto di vista generale.

RC E’ buffo, perché se si ubriacasse, uscirebbe e ammetterebbe cosa diavolo ha dovuto passare con Hef per il suo fumetto. Non solo Kurtzman dovette chiudere il proprio magazine, ma anche sopportare Hefner, che correggeva personalmente con la matita blu ogni cosa che passava dalle sue mani. Gli schizzi tornavano indietro con un pezzo di carta da ricalco sopra (con voce stridula) “Cambia questo dettaglio, fai spuntare di più le tette, non mi piace questa tavola.” Lo stesso Hefner era un cartoonist frustrato e quindi interferiva: Kurtzman piangeva lacrime di rabbia, a vedere quella roba. Ma difenderà sempre Hefner come un gran genio dell’editoria. Anche perché ha tirato Harvey fuori dai guai. Kurtzman era parecchio in difficoltà quando Help! andò giù. Poi, con Humbug, finì sul lastrico. Hefner lo risollevò e cominciò a pagarlo bene. C’erano artisti come Arnold Roth e gli altri ragazzi che erano eccitatissimi per essere stati coinvolti nell’ambiente di Playboy. Era quello che faceva per loro. Tipo “wow!”, hai presente no?

GG Voleva dire soldi e status.

RC Si, e poi ragazze, lusso, ogni cosa. Pensavano di avercela fatta. Negli anni ‘60 era chiaro che, per i ragazzi della generazione II Guerra Mondiale, Playboy rappresentava il vero, prosperoso edonismo americano.

GG Un edonista? (sorpreso)

RC Già, proprio così.

GG E nascondeva le sue tendenze edoniste?

RC Era il classico edonista del dopoguerra. E l’ambiente di Playboy era tipo: okay ragazzi, abbiamo vinto la guerra, adesso questo è il nostro mondo, viviamocelo. Levatevi di dosso tutte le ipocrisie se siete ragazzi furbi, intelligenti e liberali. Lui si prendeva gioco dei valori rigidi che avevano gli stupidi come mio padre, gente che credeva ancora a quelle stronzate ipocrite. I ragazzi come Kurtzman, i ragazzi intelligenti di quella generazione, si liberarono di tutta quella fuffa e decisero di vivere alla grande. Non c’è motivo per cui non dovresti godere coscientemente di una ragazza al tuo fianco, la macchina alla moda e tutto il resto, non preoccuparti di nulla e non sentirti colpevole per questo.

GG Come fai a conciliare questo pensiero con la mordace satira di Mad? Sembra contraddittorio.

RC No, non lo è. Mad prendeva in giro l’ipocrisia. Lui l’ha sempre attaccata. Ne vedeva anche un po’ in Playboy, ma io penso che lui vedesse Hefner come un valoroso soldato nella battaglia contro tutto quel genere di cose. Playboy è di base un sex magazine per l’uomo intelligente.

GG Un’altra contraddizione in termini.

RC Già, giusto. Donne nude aerografate e tutto quanto.

GG Quando intervistammo Harvey, toccammo anche questo argomento e lui espresse il suo disappunto per i fumetti di guerra lontani dal reale che furono pubblicati proprio mentre lui stava disegnando i suoi fumetti di guerra alla EC. E in effetti devo dire che Playboy era parecchio lontano dal reale.

RC Beh, quei ragazzi non vedevano il materialismo come concetto artificiale. Lo concepivano solo come il godere i frutti del loro lavoro. Non c’era ipocrisia in questo. Era il modo in cui vedevano le cose. Io penso che anche in questo c’è una certa falsa idea. Non è una vera coscienza radicale, ma Mad, insieme a quello che Harvey fece negli anni ‘50, fu davvero radicale per quell’epoca. Un sacco di quei ragazzi, tipo Stan Freberg, invecchiando diventarono molto conservatori. La loro critica proveniva da una certa follia e non analizzavano i fatti prima di criticarli, ne ridevano e basta. Questa irriverente presa per il naso dell’ipocrisia dei vecchi valori americani “tutti d’un pezzo” tentava di nascondere le brutte cose scopandole sotto il tappeto. Kurtzman e quei ragazzi volevano spaccare tutto, e questa era una risposta sana. Ma io penso che fossero troppo imbevuti di materialismo. Fui sorpreso quando mi disse che lui non aveva particolari tendenze di sinistra. Pensava che tutta l’ideologia di sinistra fosse davvero stupida. Lui è cresciuto circondato da una ideologia comunista di basso livello con la quale veniva investito in ogni momento: gli slogan, i campeggi estivi sulla East Coast riservati ai ragazzi Ebrei di sinistra, a cui erano soliti mandarlo. Riesco a capire che crescendo lui abbia voluto scrollarsi di dosso tutta quell’ideologia. I suoi genitori erano comunisti e lui li criticava palesemente, benché fossero degli idealisti sinceri.

GG Non sapevo che Harvey avesse idee conservatrici.

RC Lui dice di essere liberale. “Sono un tipico liberale”, mi disse una volta.

GG E probabilmente considera te un pazzo radicale.

RC Oh si. Io ero ridicolmente radicale.

GG Più radicale di adesso?

RC Si, al limite dell’assurdo. E Kurtzman mi ha aiutato anche a superare questa fase e a capire quanto fossi sciocco. Una volta disse, “Mi par di capire che a te piacerebbe non vedere alcun tipo di polizia nel mondo e che ciascuno potesse fare ciò che ha voglia”. Subito risposi di si. (Ride). Ma ci pensai un po’ su e poco dopo, “Hmmm, beh, si, forse è un po’ ridicolo.” Io rispettavo la sua intelligenza. Nonostante tutti i suoi atteggiamenti borghesi, era ed è una persona intelligentissima e molto perspicace.

Will Elder, Harvey Kurtzman, una coniglietta di Playboy e Jack Davis

Will Elder, Harvey Kurtzman, una coniglietta di Playboy e Jack Davis

 

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CRUMB SE NE VA

GG Dove sei stato dopo aver lasciato New York?

RC Sono tornato a Cleveland. Avevo smesso con New York. Era troppo veloce per i miei gusti. Decisi che era meglio tornare all’American Greetings perché il lavoro da fare era certamente più semplice. Anche se di livello molto più basso. Dopo un anno già ne avevo abbastanza. Tutto questo succedeva dopo che iniziai con l’LSD. Tutto cominciò a sembrare una grande finzione, tutto, l’intera fottuta civiltà improvvisamente era crollata davanti ai miei occhi come un castello di carte.

GG Come mai hai cominciato con l’LSD in quel periodo? (dopo il ritorno dall’Europa)

RC Nessuno all’American Greetings ne sapeva ancora qualcosa, io invece conoscevo quei tipi alla moda che ciondolavano intorno alla zona universitaria di Cleveland e che cominciarono a prenderla. A quell’epoca stava prendendo lentamente piede ed era ancora legale, perché te la prescrivevano gli psichiatri. Anche alla mia prima moglie l’aveva prescritta lo psichiatra. Quindi la gente ne parlava, e anche Timothy Leary. Era quasi il passo successivo alla marijuana, che in effetti avevo preso a fumare più o meno in quel periodo. Dicevano che l’LSD ti dava delle visioni e potevi riuscire a comprendere il profondo, cosmico significato della vita. Beh, suonava bene. Non avevo idea che potesse essere un’esperienza così potente come invece fu. Mi ha preso violentemente a calci nel culo. Mi ci sono voluti poi dieci anni per staccarmene. Dieci anni! Ma che dico? Ne son passati venti da quando la prendevo.

GG Quali erano gli effetti?

RC L’esperienza in sé non si riesce a descrivere, di sicuro posso dirti che dopo non ti senti più parte della realtà comunemente accettata. Ti senti come un alieno, utilizzi un linguaggio antico per comunicare con gli altri, vedi le cose come se provenissi da qualche altra parte. Andare al lavoro dopo una notte di LSD era come tornare da Marte sulla Terra. Era difficile. La gente mi guardava e mi chiedeva “Crumb, che ti succede? Cosa c’è che non va? Che problema c’è?” Io rispondevo “Niente. Oh, niente.” “Sembri strano. Che ti è successo?” Così la vita e la società normali diventarono strane: andare a lavorare, avere a che fare con cose che la gente prendeva seriamente mentre a te ovviamente sembravano un mucchio di stupidi giochi senza alcun significato.

GG Questa sensazione “distorta” della realtà ha danneggiato il tuo lavoro nel mondo reale?

RC In qualche modo l’ha reso più facile, perché non lo prendevo troppo sul serio. Ma naturalmente stavo aspettando il momento giusto. Una volta, nel gennaio 1967… dopo il lavoro ero solito andare in questo bar. Una sera c’era una coppia di amici miei che stavano andando a San Francisco, abbiamo cominciato a parlarne e senza nemmeno pensarci andai con loro. (Pausa. Espressione di sbigottita incredulità sulla faccia di Groth). Non sono tornato a casa. Ho mollato mia moglie, il mio lavoro, non ho detto nulla a nessuno.

GG L’hai fatto e basta?

RC Yeah.

GG Avevi dei soldi in tasca?

RC Si, credo sette dollari.

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Copertina per San Francisco Comic Book #3 (1970)

GG Beh… Cosa ti ha spinto ad agire in quel modo? Insoddisfazione a casa, l’LSD…?

RC Un po’ tutte queste cose. Ma avevo anche sentito che a San Francisco stavano accadendo cose interessanti. Appena un mese prima, qualcuno aveva portato da San Francisco dei poster psichedelici. Nel momento stesso in cui li vidi, fui sicuro che anche là c’erano artisti che prendevano l’LSD e che l’esperienza lisergica poteva trasformare la loro arte. Questo non stava succedendo di sicuro a Cleveland, anche se c’era qualche spirito affine a me, là fuori.

GG Come è arrivata questa notizia alle orecchie di tua moglie?

RC L’ho chiamata io tre settimane dopo e le dissi dov’ero. Lei mi mandò affanculo e in seguito mi raggiunse.

GG Quanto è durata?

RC Abbiamo vissuto insieme ancora parecchi anni, abbiamo avuto un bambino e tutto il resto. Gesù, che sbaglio! Ma a San Francisco non fui più in grado di fare cartoline. Continuavano a inviarmene da fare, ma non riuscivo più. Mi mandavano i soggetti per posta, io li leggevo e mi veniva il mal di stomaco. Non riuscivo più a farmi andare bene la realtà delle cose. Quando ero a New York stavano nascendo le riviste underground e alcune hanno pubblicato i miei disegni, ma questi erano stati presi dai tavoli di una coffee house perché io ce li avevo lasciati. Li ho visti pubblicati la settimana dopo. A San Francisco sono andato dai ragazzi che disegnavano quei manifesti psichedelici per i locali da ballo e mi dissero che non cercavano altri artisti. E’ stata l’unica cosa che ho provato a fare a San Francisco per cercare di lavorare come artista. Ho incontrato qua e là delle persone che volevano dei disegni. Mi ricordo un paio di lavori che ho fatto: un quadro esterno a smalto con scritte psichedeliche. Uno per un guru, un altro per un negozio di antichità e un altro paio. L’ho fatto per pochi dollari. E’ tutto.

GG E vivevi in un buco su Mission Street con tre dollari al giorno?

RC Mia moglie aveva un lavoro, lavorava in una casa per ragazze madri. Vivemmo così per qualche tempo, poi rimase incinta e per parecchi anni tirammo avanti grazie all’assistenza sociale. Io disegnavo ancora, ma non pensavo di guadagnarmi da vivere o di fare carriera con quel tipo di lavoro. L’LSD mi sconvolgeva a tal punto che non pensavo più alla carriera, né a tutte le cose pratiche. Andavo in giro come in un sogno. Anche tutti gli altri lo facevano, quindi sembrava okay. (Risata) Non potevi chiedere a nessuno come si guadagnava da vivere, come faceva a sopravvivere, come tirava su qualche soldo. Ti avrebbero guardato e poi avrebbero risposto “Stai dicendo che pensi ancora a queste cose? Rilassati!” Un tizio mi disse “La sopravvivenza è trascendentale” “Oh, okay” (Risata) Il governo caccia dei soldi per questo. Un sacco di gente vive dell’assistenza governativa, qualcuno vende droga, altri prendono soldi dai genitori… Le cose andavano avanti. Gli affitti erano bassissimi. All’epoca costava davvero poco vivere in quella città. Avevo un appartamento con due camere che mi costava 70 dollari al mese. Era carino. Si viveva bene. Non riuscivo a credere che vivere in quella città fosse un gioco da ragazzi, dopo aver vissuto a Cleveland, New York, Chicago e altri posti simili. Era carino e tutto era fresco. Non c’era tutta quella putrefazione urbana.

GG Era il ‘67 o il ‘68, giusto?

RC Si, in quegli anni. Stavo ancora disegnando e inchiostrando gli album. Le cose stavano ancora girando. Non potevo fermarle. Non sapevo cosa fare di tutto ciò.

GG Come facevi a permetterti l’LSD?

RC Non l’ho mai acquistata. Era in giro. Ce n’era talmente tanta che la gente la regalava. Non l’ho mai comprata, non ho mai speso un soldo per nessuna droga. Nemmeno per uno stupido spinello, niente.

GG Mi sembra di ricordare che tu hai dichiarato di aver fatto alcuni dei tuoi lavori migliori sotto LSD.

RC Mai sotto LSD. Non sono mai riuscito a lavorare mentre ero sotto effetto dell’LSD.

GG Ah, allora appena dopo gli effetti.

RC A partire dagli ultimi ’60 tutto era ispirato dall’LSD. Le visioni e gli atteggiamenti che mi arrivavano dalla droga hanno certamente alterato i miei lavori in modo rilevante.

GG Consideri l’LSD una sostanza che disinibisce?

RC Non avrei usato quel termine. (Risata) Altera talmente tanto la tua realtà e le tue percezioni, che tutto quello che prima aveva un significato, ora non ne ha più. Tutto quello a cui credevi diventa assurdo, il tuo senso dell’assurdo si espande fino a toccare tutti gli aspetti della realtà che ritenevi avessero senso o importanza; così diventava più facile per me divertirmi per qualunque cosa, fino a prendere in giro me stesso come artista o fumettista. Tutto diventa molto più semplice.

GG Hai raccontato una storia come se avessi avuto un brutto trip…

RC Uno, o due, o tre, o quattro…

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GG No, intendevo quando raccontasti che “qualcuno ti aveva detto di stare attento a una particolare droga, ma tu l’hai presa ugualmente” e descrivesti te stesso “come immerso in una ‘strana nebbia elettrica’ da cui facevi fatica ad uscire”.

RC Ah si, avevo preso quella droga a New York (nel 1965), poi andai a Chicago ad abitare dal mio amico Marty Pahls. Era il periodo in cui ho creato tutti quei personaggi che dominavano i miei fumetti: Mr Natural, Shuman The Human, The Snoids, Flakey Foont… Vedevo gli Snoids dappertutto, era veramente una situazione sovrannaturale. In un certo senso ero in uno stato di grazia. Incapace di parlare. Dovunque io fossi, sull’autobus o semplicemente seduto in giro, la mia mente entrava in questo stato incontrollabile. Vedevo ragazze che ballavano, figure umane elettroniche, senza che riuscissi ad averne il benché minimo controllo. Era una specie di delirio visionario, e mi sembrava quasi bello. Mi ricordo che quando finì, ho pensato “Okay, eccomi qua. Sono di nuovo sulla Terra. Molto male.”

GG Quanto è durato il delirio?

RC Un paio di mesi. Entravo e uscivo da quello stato. Ero completamente fuso. Ero incapace di fare qualunque cosa. Riuscivo a disegnare, ma difficilmente parlavo con la gente, tralasciando il fatto che non riuscivo a mantenere un lavoro a lungo, o altro.

GG Quindi mi stai dicendo che non saresti riuscito a creare i tuoi capolavori senza l’aiuto della droga?

RC Sarebbero stati certamente diversi senza. Non ho dubbi. Assumendola, mi succedeva qualcosa. Guardando i miei album di schizzi posso dirti con esattezza quando cominciò il periodo in cui ero in quello stato di torpore e la mia arte di colpo subì un cambiamento nell’arco di un paio di mesi. Non ti so dire se sarebbe successo lo stesso anche senza droga. Ero libero da ogni interferenza che arrivava dalla parte razionale del mio cervello. I lobi frontali erano completamente sfuocati. (Risata) E’ come quando la tua tv capta delle interferenze e tutto all’improvviso diventa sfuocato, e questo è accaduto alla parte cosciente della mia mente. Sfuocata. Se anche solo provavo a pensare in modo razionale o a mettere a fuoco un pensiero, tutto ciò che ottenevo erano contorni indistinti. E se lasciavo continuare questa cosa, tutte quelle immagini cominciavano a danzare.

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GG Trovi inquietante il fatto che ti serviva l’LSD per entrare in quel particolare stato creativo?

RC No, assolutamente. Ne sono contento.

GG Sei contento del fatto che non avresti avuto quelle facoltà creative se non con la droga?

RC Ne avrei avute eccome, solo sarebbero state diverse. Fin da piccolo ero convinto che avrei fatto questo lavoro, solo che sarebbe stato diverso senza LSD. Forse più serio. Non sarei mai entrato, forse, nella mia fase dei fumetti ridicoli, quando cioè disegnavo cartoon che richiamavano lo stile degli anni di Popeye/Basil Wolverton/Snuffy Smith. Lo facevo per gioco. Ma un certo tipo di assurdità nel modo di vedere le cose era comunque ormai profondamente radicata nella coscienza americana e quando ero in quello stato mentale la sentivo anch’io. Tutte le mie immagini danzanti facevano parte di quello stile di fumetti grottesco e buffo con le scarpe grosse e tutto il resto.

GG Trovo interessante il fatto che, malgrado tu fossi in quello stato mentale, riuscivi a essere fisicamente e psichicamente estroso.

RC Ma ho perso un sacco di qualità tecniche. Un sacco di abilità naufragarono.

GG Si nota questo nei tuoi lavori di allora?

RC Si nota molto, si. Nel ‘64 dovevo fare dei complicati disegni dal vivo di vari tipi di costruzioni. Mi ricordo un molo di Atlantic City, con le travi e tutto il resto al posto giusto, disegnato direttamente a penna, di getto, senza pensarci troppo. Sono rimasto di stucco quando ho rivisto recentemente quei disegni e mi sono reso conto che per anni avevo perso quello stile perché ero rintronato. La qualità del disegno si abbassa e diventa molto semplice, quando sei in quello stato.

GG Dici semplice per dire rudimentale?

RC Rudimentale si, e le immagini erano iconiche, sullo stile dei progetti e dei disegni tecnici. Ecco, la qualità si abbassa a questo livello di semplicità. E’ l’unico modo in cui riesco a spiegarlo. L’aspetto tecnico perse la sua importanza. Tutto quanto diventò più scanzonato, e ciò mi andava benissimo, visto che prima tendevo a prendermi molto sul serio. (Ride) Adesso invece, ogni tanto ho problemi: se un artista si prende troppo sul serio, questo si ripercuote negativamente sul suo lavoro. Avevo perso tutto questo, all’epoca.

GG Cosa fai adesso quando ti accorgi di prenderti troppo sul serio?

RC Cerco di evitarlo. Adesso l’LSD non funzionerebbe. Ha finito il suo tempo. E’ stato un regalo.

GG Quali credi che possano essere le conseguenze adesso, se cominciassi a prendere il tuo lavoro troppo sul serio?

RC Beh, le ho già sperimentate. E’ pesante. Il tuo autocompiacimento pesa talmente che ti schiaccia. Roba brutta. Si perde un certo… Come posso spiegarlo? Non lo so.

GG Suppongo che tu usi la tua autoironia per evitare di cedere a quella pesantezza.

RC Si, questo è un modo, dici bene. Quando prendevo l’LSD lo facevo per combattere il mio perenne tentativo di essere sempre il più figo possibile e di voler percepire le immagini il più nitidamente possibile. Avevo questa esigenza. E con l’LSD capii che essere fighi non aveva alcuna importanza. Lascia perdere, se credi abbastanza profondamente in te stesso, non hai bisogno di essere figo. Se ti fidi del tuo istinto e se non è stato in qualche modo indebolito, allora è tutto a posto. Prima o poi le cose si sistemeranno. Non sei tenuto a spiegarla in modo lineare, ignora quella vocina a mitraglietta che prova a farti combattere con ciò che il tuo istinto sta cercando di dirti. In questo discorso c’entrano molto la paura, il senso di colpa, la pressione sociale e tutto quello che occupa la parte cosciente della tua mente.

GG Stai dicendo che non hai bisogno di analizzare la percezione?

RC Per me, è meglio se qualche volta non lo faccio. Fondamentalmente ciò che esce dal mio subconscio è qualcosa di stupido. Esci! Esci, stupida cosa! (Risata). Se non ci pensi troppo, esce meglio. Magari è un atteggiamento più da animali che da uomini, ma c’è della forza in questa cosa, anche se stupida. (Ride). C’è sempre la battaglia tra il ragazzo figo e quello scemo, dentro di te.

GG Questo vale solo fino a quando il tuo istinto è degno di fiducia.

RC Io penso che lo sia.

GG Pensi che sia possibile ottenere percezioni diverse anche senza utilizzare l’LSD?

RC Oh, certo. In mille modi.

GG Ma tu avevi bisogno dell’LSD.

RC Non so se ne avessi bisogno. La prendevo. E una volta che cominci, non torni più indietro. Non puoi fare Ctrl-Z. E’ come quando una pianta è stata sradicata, non si può più… il programma standard della realtà non ti va quasi più a genio. Sebbene più tardi siano successi dei fatti confusi. Le mie ultime assunzioni di LSD non furono più la stessa cosa. Aveva finito di funzionare. Era diventato qualcos’altro. Come credo succeda anche con ogni altra droga, all’inizio trovi tutte le qualità rivelatorie, ma dopo un po’ che la prendi non funziona più alla stessa maniera. Ho cominciato da giovanissimo, dunque non ero ancora abbastanza sgamato per sapere esattamente quello che succedeva quando la prendevo. Era magica e mi ha fatto capire un sacco di cose, ma col tempo divenne difficoltoso ordinarle e classificarle. Allora ho smesso di prendere droghe e sono tornato al mio vecchio atteggiamento serio verso la realtà: non volevo prenderla troppo sul serio per non rimanerne invischiato, e cercavo di ironizzare anche su me stesso. E benché sia passato attraverso l’esperienza dell’LSD, ancora mi trovo a dover fare i conti con questi atteggiamenti. So che la mia mente è costantemente alterata. Non sarò mai la persona che avrei potuto essere qualora non avessi mai assunto droghe.

GG Hmmm.

RC Tu ne hai provata qualcuna?

GG No.
RC Non ti scomodare (Risata).

GG Dio solo sa in cosa mi sarei potuto trasformare.

RC Abbiamo bisogno di te così come sei, Gary. Quindi, non prendere l’LSD.

GG Ma in effetti è vero che da quando hai cominciato a prenderla ha cambiato le tue percezioni. Non è stata un’alterazione momentanea.

RC Per certi versi, fu temporanea. Fino a un certo punto, non completamente. Lo stato in cui ero nel 1967 e 1968 non poteva durare. Non si può vivere sempre in uno stato di grazia visionario come quello. E’ stato un regalo… ma non puoi passare tutta la vita su un ottovolante.

 

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Copertina del primo numero di Zap

Copertina del numero zero di Zap

 

ZAP: NASCONO I FUMETTI UNDERGROUND

GG Hai contattato Brian Zahn, che a Philadelphia pubblicava una rivista underground chiamata Yarrowstalks. Cosa ci racconti a riguardo?

RC Aveva visto in giro qualche mio lavoro. Forse gli ho anche dato un po’ di materiale dei miei album per il suo giornale underground. Gli piacevano molto e mi chiese di realizzare i disegni per un intero numero della rivista. Solo fumetti. Accettai. Fu un lavoro ben fatto e per questo disse che avrebbe voluto pubblicare altri fumetti e mi chiese se avessi voglia di farne ancora. Era l’estate del ‘67. Mi misi subito al lavoro, realizzando due numeri di Zap Comix. Gli spedii tutto il materiale per il n. 0, che in origine avrebbe dovuto essere il n. 1. Non l’ho mai più sentito. Ho provato a chiamare in redazione e qualcuno mi disse “Certo amico, è andato in India o qualcosa del genere, amico. Non lo so.” Fine della storia. Non ho mai più avuto indietro i miei disegni.

GG Ma avevi delle copie.

RC Per qualche strana ragione avevo fatto delle fotocopie da lasciare a qualcuno in visione. Non lo facevo abitualmente, e naturalmente me ne sono dimenticato. Intanto Don Donahue decise che avrebbe dato alle stampe il secondo numero, che diventò Zap n. 1. Dopo un anno circa mi tornò in mente a chi avevo lasciato le copie e me le feci mandare. Da quel momento, il n. 2 fu messo in cantiere e portato avanti con altri artisti, per cui io lo chiamai Zap n. 0.

GG Perché non n. 3?

RC Beh, ne abbiamo parlato, io e gli altri artisti, in quanto Zap era diventata un’impresa collettiva. Decidemmo che sarebbe stato meglio chiamarlo n. 0 perché in effetti era stato scritto e disegnato prima degli altri. Chiamarlo n. 3 avrebbe sballato la cronologia.

GG Come sei riuscito a contattare Rick Griffin e Victor Moscoso per realizzare Zap n. 2?

RC Loro realizzavano dei bellissimi manifesti psichedelici, in stile “fumettoso”, e avevano l’idea di pubblicare anche delle storie a fumetti. Videro Zap n. 1 e io credo che abbiano pensato: ecco la nostra occasione. Mi contattarono e parlammo della loro intenzione di pubblicare comics psichedelici. Quasi allo stesso tempo arrivò dal Kansas S. Clay Wilson, con lo stesso desiderio di fare fumetti “demenziali”. Mi è sembrato naturale metterli insieme. Per la stampa fu coinvolta la Print Mint. Erano editori e distributori di manifesti psichedelici, quindi sarebbero stati in grado di occuparsi anche dei nostri fumetti.

Gli autori di Zap: Rick Griffin, Spain Rodriguez, Robert Williams, Robert Crumb, Gilbert Shelton, S. Clay Wilson, Victor Moscoso

Gli autori di Zap: Rick Griffin, Spain Rodriguez, Robert Williams, Robert Crumb, Gilbert Shelton, S. Clay Wilson, Victor Moscoso

 

GG Saresti d’accordo a dire che quella riunione contribuì a far crescere la controcultura e il coinvolgimento politico (degli artisti) di diverse fazioni?

RC Si, concordo su tutto.

GG Oggi non si vede più quel tipo di politicizzazione capace di unire gli artisti.

RC Uh-uh. C’è ancora qualcuno che cerca di unirli, ma oggi è più difficile.

GG Ma questa comunione d’intenti manca perfino fra gli artisti più seri, che teoricamente dovrebbero avere ideali condivisi.

RC Non è mai stato così. E anche prima dell’avvento delle riviste underground, non c’è mai stata una reale condivisione di ideali, tra i fumettisti. Adesso c’è… qualcosa di simile. Non c’è mai stata all’epoca una comics convention, né c’è qualcosa del genere oggi.

GG Però esisteva una sorta di comunione d’intenti fra i fumettisti underground, non è vero?

RC Beh, quella esiste ancora, direi.

GG E’ addirittura più che combattere le fazioni estetiche.

RC Il passo successivo dopo la comunione d’intenti è il combattere fazioni.

GG Nel ’68 eri proiettato verso il successo?

RC Verso la fine del ‘68, si. E’ accaduto molto in fretta. All’inizio io, mia moglie, Donahue e un paio di altri mettevamo insieme a mano i nostri fumetti e li vendevamo in strada prendendoli da una carrozzina; in soli sei mesi la situazione cambiò: un sacco di avvocati con la parlantina veloce litigavano per i diritti d’autore e ragazzi trasandati offrivano contratti principeschi. Tutto questo in sei mesi. Erano giorni tumultuosi. All’improvviso la mia vita venne rivoltata come un calzino. Verso la fine del ‘68 ancora non mi ero reso conto di cosa diavolo stesse succedendo. Non riuscivo a pensare ordinatamente. Ero giovane, avevo circa 24 anni quando mi capitò tutto questo, e all’improvviso il telefono squillava incessantemente, la gente voleva parlare con me. Volevano farmi lavorare, questo e quello. Il fenomeno hippie era in piena espansione gli avvoltoi scendevano in picchiata per spolpare la carcassa. L’ambiente dei fumetti era così. Quei tizi vedevano che ai ragazzi piaceva quella merda, per cui cercarono di guadagnarci sopra e farci un bel gruzzolo.

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GG Come è riuscita la Viking a pubblicare la collezione Head Comix? Mi sembra che fu nel ‘69.

RC Si. C’era un certo William Cole, un vecchio alcolizzato di New York. Non ricordo esattamente quale fosse la sua posizione nello schema delle cose, e nemmeno quale fu il motivo del suo coinvolgimento, ma in qualche modo lui diventò il contatto tra me e la Viking Press e si prese parte del denaro. Io devo aver capito male qualcosa, in quel giro. Su quella prima edizione Viking Press c’era scritto “Un fumetto di William Cole”.

GG Sto cercando di ricordarmi chi fosse. Ma quale fu il tuo primo grande confronto con gli “uomini del denaro”?

RC Ce ne fu una serie. Qualcuno mi offrì dei biglietti aerei gratuiti per New York. Volevano parlarmi. “Ragazzi! Biglietti gratis per New York! Non posso lasciarmeli sfuggire!” Quindi ci andai, e trovai tre tizi vestiti con impermeabili di pelle. Avevano una carta che volevano farmi firmare. “Calma un attimo, questo è un contratto in esclusiva per cinque anni! Volete il controllo totale su tutto quello che farò nei prossimi cinque anni?! Cosa siete, pazzi? Non firmerò mai quelle carte!” C’erano droga, donne e alcool dappertutto.

GG Ne hai presa, di questa roba?

RC Certo. Ma non ho firmato quelle cazzo di carte. Quelli che mi fregarono, alla fine, furono i tipi del film su Fritz the Cat.

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GG Ralph Bakshi?

RC Bakshi, si.

GG Hai cominciato a disegnare Fritz in Europa nel 1965?

RC No, ne ho fatto i disegni a matita sui miei album per anni, probabilmente ho cominciato nel 1959 o 1960. Era una specie di evoluzione di quei fumetti di animali che mio fratello e io disegnavamo da piccoli. Avevamo questo gatto che si chiamava Fritz. Il gatto di famiglia. Ho cominciato a fare fumetti sul nostro gatto per far divertire la mia sorellina e il mio fratellino. Questo è probabilmente l’inizio della storia di Fritz. I primi ad essere stampati sono stati quelli che avevo disegnato nel 1964 e ‘65.

GG Quindi in pratica tu hai disegnato Fritz cinque o sei anni prima della sua pubblicazione.

RC Yeah, ma quelli pubblicati sono senz’altro migliori dei primi che ho disegnato.

GG Come sei riuscito a vendere Fritz alla Cavalier?

RC Non mi ricordo. Non ricordo nemmeno quando quella gente vide la mia roba.

GG In pratica hanno diviso i tuoi album da disegno in capitoli?

RC Già. Questo lavoro fu fatto da un certo Mike Thaler, che era cartoon editor alla Cavalier. Non ricordo come ci incontrammo. Forse fu attraverso Woody Gelman o qualcun altro, non so.

GG E come fu che incontrasti Bakshi?

RC Un altro biglietto aereo gratis per New York. Mi accolse all’arrivo ed era il classico tipo nevrotico che tremava e sudava. Doveva parlarmi di un progetto, di cui aveva già pronti tutti i materiali. Erano tutte le sequenze animate, disegnate a matita, del film di Fritz the Cat. Era disperato. Mi disse: “Guarda. Devi lasciarmelo fare. Tutta la mia carriera è legata a questo film. Voglio farlo ad ogni costo.” Io dissi “Beh, non lo so. Fammi tornare a casa e lascia che ci pensi un po’ su”. Non gli ho mai detto che poteva procedere. Era un ciarlatano, un totale fannullone senza talento. Ha realizzato un cartone animato da due soldi, a dir poco terribile. Il produttore, Steve Krantz, era un totale debosciato di Palm Springs. Il classico Ebreo, tipo Milton Berle. Mi piaceva abbastanza questo suo aspetto. Ho avuto questo incontro con Mr. Kranz e gli ho detto “Sono preoccupato per il mio lavoro e non so cosa ne stiate facendo. Sono giovane e non ho abbastanza esperienza per controllare tutto quanto.” Mi ha messo un braccio sulle spalle e mi ha detto, “Robert, se ne avessi il potere ti prenderei fra le mie braccia e ti proteggerei da qualunque male che questo business possa farti.” Stava facendo tutte queste smancerie con sincerità. Che squalo!

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GG Ma quindi alla fine hai dato loro il permesso di fare il film?

RC No, non gli ho mai dato il benestare.

GG Non sei stato pagato?

RC Quello che accadde è che Bakshi alla fine venne a San Francisco, disperato, a cercare di farmi firmare quel contratto. Aveva già realizzato metà del film e io non avevo firmato nulla. Non gli ho detto di no, gli dissi soltanto “Non lo so, non lo so.” In pratica non sapevo come confrontarmi con quel tipo. Era disperato, nevrotico, aggressivo. Sudava, le goccioline uscivano copiosamente. Alla fine venne a casa mia per farmi firmare ‘sta carta e io gli dissi “Okay, ma ascolta, adesso devo vedere delle persone. Ho detto loro che li avrei raggiunti all’una precisa. Tornerò qui fra un po’”. Me ne sono andato una settimana. (Risata). Nel frattempo ha scoperto che anche mia moglie aveva il potere di firma. Le disse, “Firma questa carta e riceverai subito un assegno di 10mila dollari.” Lei firmò senza farsi più di tanti scrupoli. (Risata) Lui le diede l’assegno. Lei lo prese e subito comprò una casa. Qualche tempo prima, girando in macchina, avevamo visto una casa col cartello “In vendita” e lei aveva detto “Ecco la casa che voglio!” E si comprò quella casa. A quell’epoca potevi comprare un bel pezzo di proprietà per 20mila dollari. Per quanto ne so, vive ancora in quella casa.

GG Quanto tempo dopo che lei firmò quella carta avete divorziato?

RC Anni. Ho rotto subito con lei, ma ufficialmente divorziammo dopo qualche anno. Tornando a Fritz: gli avvocati che avrebbero dovuto rappresentarmi dissero “Qual è il tuo problema? Quei tizi ti renderanno famosissimo con il cartone animato di Fritz the Cat. Per quale motivo stai a cavillare sulla tua preziosa creazione? Prenderai un sacco di soldi, diventerai famoso.” Sapevo che me l’avrebbero rovinato. Non c’era un solo motivo per pensare che avrebbero realizzato un prodotto di qualità.

GG Quindi prendesti solo quei 10mila dollari?

RC No, me ne diedero altri. Più tardi arrivarono altri 8mila dollari. E ancora otto anni dopo, all’improvviso, arrivò per posta un altro assegno da 30mila dollari. Inaspettatamente, gli avvocati contabili di Krantz misero a posto i suoi affari in qualche modo. Non so come. Ho ricevuto l’assegno dal suo ragioniere, e fu come se mi avessero dato un calcio nel culo. Ero seduto per terra quando aprii la busta della Batton, Barton, Schmuckface e Jerk. Trentamila dollari. Anzi, 31 mila e qualcosa. Strano modo per guadagnarsi da vivere.

GG Non ti piacque il film?

RC Era terribile.

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GG Lo odiavi abbastanza da ficcare nella testa di Fritz un piccone per ghiaccio?

RC Avevo bisogno di uccidere ferocemente. (Risata) In seguito hanno fatto quell’altro, Le Nove Vite di Fritz the Cat.

GG Come e perché hai dato loro di nuovo il permesso?

RC Non gliel’ho dato di nuovo. Ce l’avevano già. Era nero su bianco nel contratto scritto dai miei avvocati. Ormai Fritz the Cat era di loro proprietà.

GG Quindi avrebbero potuto fare tutti i film di Fritz che volevano?

RC Già. Anche Fritz diventa Hawaiano, qualunque cosa.

GG Hai preso soldi anche per il secondo film?

RC Niente. Neanche un dollaro.

GG Come facevi ad avere ancora quegli avvocati tra i piedi?

RC Beh, Michael Stepanian era un grosso avvocato di San Francisco che seguiva drogati e rockstar. Moscoso lo conosceva e disse che quel tipo sarebbe stato giusto per noi artisti di Zap. Così, quando iniziammo questa cosa di Fritz the Cat, Stepanian e il suo partner Rohan videro in essa un’ulteriore opportunità per entrare al massimo livello nell’ambiente dei media, per mettere realmente le mani nella marmellata. Loro volevano buttar giù un contratto favorevole a Krantz e compagnia per il loro interessamento. Ricordo di avere avuto un furioso litigio con Rohan nei loro uffici. Gli dissi “Guardate che quella gente sta rovinando tutto ciò che riguarda Fritz the Cat, non sono capaci di lavorare e io di base non voglio che si prosegua su questa strada”. Rohan mi propinò una storiella su come noi avremmo dovuto fare pubblicità al film, quanto sarebbe stata proficua per noi tutti questa grandissima stronzata. Gli ho chiesto, quasi umilmente, ”Beh, ma a te cosa porta tutto questo, Mr. Rohan?” Lui disse “Oh, niente. Voglio solo che tutti siano felici. Vorrei che la gente venisse a casa mia a nuotare nella mia piscina.” Ricordo questa frase in modo particolare. Devo avergli detto “Sei licenziato!” lì sui due piedi. Ma cosa ne sapevo io? Gesù, avevo 25 anni, quanto ero inutile!

GG Si può dire che il film ha aumentato la tua popolarità? O ha fatto incrementare le vendite dei tuoi fumetti?

RC Non lo so. Anche se non mi sembra che in realtà abbia avuto questo effetto.

GG Quali altri progetti ti vennero offerti?

RC Oddio. Un tizio a New York era già pronto con del merchandising su Fritz the Cat. Ce l’aveva già in testa prima che arrivasse Krantz. E faceva pressione per ottenere tutto quello che poteva. Un bel po’ di persone erano solo degli hippie con grandi idee su qualcosa. Un gruppo chiamato Prodigious Productions –non potrò mai dimenticarli- era formato da hippie che secondo me provenivano dai ceti alti, molto idealisti. Avevano ogni tipo di progetto: film, musica, multimedia, tutti. Non se ne fece nulla. E’ evaporato da solo. Noi vivevamo con l’assistenza statale. Non ho guadagnato un soldo con i fumetti se non a partire dal ‘71 o ‘72, quando cominciarono a pagarmi abbastanza per uscire dal programma assistenziale.

GG Sono stati i tuoi anni più prolifici.

RC Già, fino ad allora solo roba da due soldi. Troppi furbastri e tizi con la parlantina sciolta. Gesù. Fino a che non raggiunsi un po’ di notorietà non feci mai questo tipo di vita. Ero un ragazzo semplice.

GG Suppongo che questi tuoi discorsi derivino dal tuo scetticismo verso gli editori.

RC Affaristi.

GG Uomini d’affari in generale.

RC Avvocati, editori. Alcuni hanno buone intenzioni. Molti di loro pagano solo quando ne sono costretti. Funziona così. Devi diventare fottutamente meschino per essere pagato. Io non sono capace. Ancora adesso non ci riesco. Cerco di circondarmi di poche persone fidate, o di cui mi fido a metà.

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Gli autori di Zap con Crumb in primo piano

 

Crumb a New York nel 1968

Crumb a New York nel 1968

 

VAGABONDARE

RC La sola cosa buona che la fama mi ha permesso è stato rendere le belle donne più accessibili per la prima volta nella mia vita.

GG Immagino che queste nuove opportunità ti abbiano portato dei vantaggi.

RC Oh, si. Puoi starne certo. Erano tutte là, quelle boriose ex cheerleader, a mia disposizione. Era la prima volta. Indimenticabile. La fama ha veramente un effetto ipnotico sulle donne. Non posso credere a quante cagate son riuscito a fare diventando famoso. Una volta mi stavo ingroppando una bellissima ragazza e c’era anche un mio amico. Non mi aveva mai visto fare sesso prima. Era lì a bocca aperta e a un certo punto disse, “Se tu non fossi stato famoso, non saresti mai riuscito a farlo. Lei ti avrebbe mandato al diavolo.” E io dissi “Non lo so!” (Ride)

GG Quando dici che la stavi ingroppando, intendi che la stavi montando da dietro?

RC Si, me lo lasciò fare. Pensava che io fossi carino, sai. Ma già il fatto che fossi famoso mi legittimava. Se non lo fossi stato: “Cosa fai, pervertito!”

GG Cos’è che ti rendeva queste donne accessibili?

RC Se le volevi, loro erano lì.

GG Erano loro a bussare alla tua porta?

RC No. Intanto, nessuno voleva mettersi nei casini con la mia prima moglie. Non venivano a casa mia. Ho viaggiato molto. (Risata) Ho toccato ogni punto della mappa a quel tempo, nel 1969 e ‘70. Ero dovunque. Non riesco a farti una cronologia mentale precisa su ciò che ho fatto in quel periodo, dove andavo, cosa facevo. In tutta quella follia posso solo dirti che qualche volta riuscivo anche a lavorare.

GG Erano viaggi di piacere?

RC Giri in giro. Autostop. Scarrozzate in macchina con gli amici. In uno di questi viaggi ho preso un treno merci per Chicago. Ero mezzo morto quando arrivai. Non l’ho più fatto.

GG Su un treno merci? Racconta meglio.

RC In quei tubi giganti che servono per fare le condutture dell’acqua. I tubi culvert: vengono trasportati con i vagoni piatti. (Risata)

GG Gesù. E ci hai dormito dentro?

RC Si, tre giorni. E ne avevo già abbastanza di quelle corse dopo solo due. Ero su quel carro merci con i pantaloni abbassati e con il coso che prendeva aria.

GG Cosa hai mangiato?

RC Poco e niente. La cosa peggiore fu la mancanza di acqua. A un certo punto il treno entrò in una città del Wyoming, credo. Ero con un tizio che avevo incontrato e che viveva, come andava di moda ai tempi, “on the road”, Jack Kerouac e tutto il resto. Il treno entrò in questa cittadina e noi dicemmo: “Va bene, scendiamo qui o moriremo.” Andammo in città coi nostri pochi soldi, mangiammo e bevemmo qualcosa, andammo un po’ in giro. Tentammo di tornare verso casa in autostop, ma non trovammo un cazzo di nessuno che ci raccogliesse. Arrivammo in un posto dove c’erano altri tre tizi che per otto ore avevano tentato di trovare un passaggio, e dicemmo loro: “Ritorniamo alla ferrovia.” I tubi culvert erano ancora lì ad aspettarci. Ci risalimmo.

GG Ormai era casa tua, quella.

RC Hai ragione. Alla fine siamo riusciti a farci arrestare a North Platte, in Nebraska.

GG Per aver viaggiato sul treno merci?

RC Già. Un agente di polizia ferroviaria ci portò dentro. Si sedette e ci rimproverò mentre si puliva le scarpe. Mise i suoi rozzi scarponi sul tavolo. Ci fece una ramanzina dicendoci che in America no si può viaggiare gratis. E’ un paese libero, certo, ma bisogna pagare. Uno degli altri che era con me disse, “Ehi amico,” e lo sbirro rispose, “Non chiamarmi ‘amico’!”

GG E poi come avete fatto a tornare a Chicago da North Platte?

RC Il tipo ci ficcò in prigione e disse, “Fatevi mandare dei soldi con un vaglia. L’unico modo che avete per levarvi dalle scatole è trovare dei soldi per pagarvi il biglietto del treno.” E lo facemmo. Tornammo a Chicago su un treno passeggeri. Il personale del treno fu molto d’aiuto. Un paio di volte ha fatto in modo che non ci uccidessero.

GG Sono stati gentili.

RC Già. Ci dissero “Quando cambiano le carrozze, le mettono su quel binario per disaccoppiarle e se ci rimanete sopra, l’impatto potrebbe uccidervi, spaccandovi il cranio.” “Grazie per avercelo detto. Lo apprezziamo molto.”

GG Se in quel periodo stavate bene, perché non siete andati a Chicago in aereo, invece di saltare in un tubo culvert?

RC In effetti io non stavo poi un granché bene a quell’epoca. Ero famoso, ma non facevo molti soldi.

GG Neanche con tutti quegli squali che ti giravano intorno?

RC Non andavo proprio matto per gli squali.

GG A un certo punto mi pare che Michelle Urry ti offrì 500 dollari a pagina per una striscia su Playboy.

RC Si, intorno al ‘71 o ‘72, al culmine dell’era dei fumetti underground. Ho avuto il grandissimo piacere di dire a Michelle che poteva ficcarsi la sua offerta tu-sai-dove. E anche a quel Hefner. Era davvero incazzata. Sai cosa mi ha detto? “Fai l’arrogante adesso che hai successo, ma un giorno verrai qui strisciando, implorandoci di farti lavorare nella nostra rivista. Ti aspetto. Quel giorno arriverà, e tu verrai a chiederci l’elemosina”. (Risata) Per favore, Playboy, ho bisogno di te! Ti prego, dammi un lavoro! Non farmi tornare all’American Greetings! Michelle, te lo chiedo in ginocchio! Le dissi “Foooottiti!” (Risata) Fu uno dei piaceri migliori della mia vita. Anche se avevo bisogno di soldi, provai soddisfazione a risponderle in quel modo. A quei tempi ogni fumettista sognava di lavorare al fottuto Playboy. Dopo il New Yorker era il posto di lavoro in cui si veniva pagati di più.

GG Perché tu non volevi lavorarci?

RC Avevo visto quello che era successo a Kurtzman.

GG Beh, non sei ancora tornato strisciando.

RC Non lavorerò mai per Playboy.

GG Mi pare che recentemente abbiano pubblicato qualcosa di tuo, nel loro speciale “Sex in the Comics”.

RC Quei LURIDI schifosi…

GG Cambiamo argomento: la rivista Oui ti offrì una settimana in Giamaica per lavorare con loro?

RC E questa, dove l’hai sentita? Gesù, questo è spionaggio.

GG Ricerca, Robert, si dice ricerca.

RC Quella cosa che di solito non mi piace.

GG Quindi non hai accettato quell’offerta?

RC No. In seguito mi mandarono alcune foto di una gigantesca amazzone nera con cui avrei potuto sollazzarmi se fossi andato là. (Risata)

GG A quel punto, come hai potuto rifiutarti? (Altra risata) Avresti potuto cavalcarla per un miglio.

RC Aveva un culo gigantesco.

GG Un culo Crumbiano.

RC Sul serio. E avrebbe potuto essere tutto mio, nel vero senso della parola.

GG E allora perché non hai accettato? Per gli stessi motivi che ti fecero rifiutare quelli di Playboy?

RC No. Parte del problema era che loro volevano fare fumetti che avrei dovuto sceneggiare io. Ma non mi sentivo abbastanza forte da mantenerne il controllo. Ci sarebbe stato il mio nome, ma il rischio era di fare cose stupide e malfatte. Anche nei fumetti che avevo fatto e che poi finirono su Oui un paio di anni dopo, il fotografo era un maestro nel manipolare quelle donne, quindi in pratica divenne un suo lavoro. Fu lui a condurre il gioco. All’improvviso ero lì seduto a chiedermi “Beh, che facciamo ora, signore?”

GG Non ho mai visto quel fumetto. Sei sicuro di averlo scritto?

RC SI, l’ho scritto. Ne ho scritta la maggior parte. Non so… era un po’ stupido. Non riesco a lavorare bene se in un progetto è coinvolta molta gente. Anche i fumetti su Weirdo molte volte non rispecchiavano esattamente quello che avevo in testa. E’ molto difficoltoso far fare qualcosa alla gente. Devi diventare prepotente per portare avanti le tue idee. Ho deciso che sarebbe stato meglio se avessi fatto il mio lavoro da solo.

GG Sei anche andato a un party alla Playboy Mansion.

RC Già, ci andai con Jay Lynch e Skip Williamson. Kurtzman era molto nervoso.

Robert Crumb con Jane e Jay Lynch nel loro appartamento di Chicago nel settembre del 1968

Robert Crumb con Jane e Jay Lynch nel loro appartamento di Chicago nel settembre del 1968

GG Pensava che tu potessi comportarti male?

RC Già, perché noi tre eravamo insolenti, impertinenti. Kurtzman stava sudando freddo, convinto che prima o poi noi avremmo fatto incazzare Mr. Hefner. Continuava a guardare Hef per essere sicuro che tutto fosse ok. Era patetico. In seguito fu mortificato nel sapere che invece ci eravamo comportati da bravi bambini.

GG Cosa avevate fatto?

RC Niente di male. Ci godevamo il posto e tutto il resto.

GG Con le conigliette avete parlato di argomenti ideologici?

RC Certo! Fu prima che come-si-chiama, Gloria Steinem, si spogliasse e noi chiedemmo alle conigliette come si sentissero a indossare quel ridicolo costume. Una di loro rispose “Per 400 pezzi a settimana si può sopportare.” Erano ragazze che lavoravano, spesso con delle brutte storie alle spalle. Ma non ho mai visto nessuno impegnato in orge edonistiche mentre ero lì. Per come la vedevo io, sembrava un bridge party ad Ames, Iowa, tranne per il fatto che le ragazze indossavano costumi sexy. Immagino che se Hefner avesse deciso di iniziare un’orgia, tutti ne avrebbero preso parte; ma siccome aveva deciso che nessuno avrebbe dovuto fare nulla, nessuno ha fatto nulla. Funzionava così.

GG Era solo un’illusione di sessualità?

RC Non lo so. Immagino che a volte le cose potessero anche progredire: se tu fossi stato nelle sue grazie, avrebbe potuto mandare una delle sue ragazze in camera tua o cose simili. (Risata) Non lo so. Kurtzman disse che, durante il suo soggiorno alla Mansion, quando scendeva per colazione la prima cosa che Hefner gli chiedeva era: “Ne hai provata una, stanotte?” Non so come funzionava. Con tutte quelle donne in giro immagino che fosse sottinteso il fatto che si potesse andare da una di loro, fare due convenevoli e portarsela a letto. Non so.

GG Tu non sei mai rimasto a dormire?

RC No.

GG Poco tempo dopo portasti Harvey a una comune, come ricerca per una strip di Annie Fanny?

RC Fu lui a portarci me. Aveva saputo di questa comune da un certo Jules Siegel.

GG Com’è andata?

RC Beh, lui era in uno stato di vero shock culturale. A me è parso solo un altro gruppo di hippie a briglie sciolte. Ero stato in un sacco di posti come quello. Non c’era molta coesione, c’era molta follia, la tipica pazzia. Kurtzman pensava che fosse un posto allucinante. Non riusciva a sopportarlo.

GG Quanto allucinante era in realtà?

RC Non moltissimo, (Ride) Era folle, ma io avevo già vissuto in quella follia per due o tre anni in precedenza. Non era più pazzo della zona in cui stavo a Potter Valley, ma Kurtzman in pratica non è mai riuscito a staccarsi dalla sua appartenenza alla classe media.

GG Qualche volta hai trovato che questo fosse un ostacolo per la vostra amicizia?

RC Mmmm, forse ogni tanto. Più una barriera fisica che altro, perché lui abitava quasi in centro e io no. Il luogo dei nostri incontri normalmente era casa sua. Raramente è venuto lui da me. Una volta uscito lui dagli slum, non ne ha più voluto sapere niente.

 

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KEEP ON TRUCKIN’

GG Una cosa di cui ora mi piacerebbe parlare è la tua battaglia legale per la paternità dello slogan “Keep on Truckin’” e del relativo logo. Come è cominciata?

RC Dunque, c’era un avvocato di nome Albert Morse, ragazzo davvero contorto. La sua massima aspirazione era diventare lo schiavo-padrone del movimento dei fumetti underground. (Ride) Era il suo grande piano, ma siccome era un grande stronzo, nessuno gli dava retta. La prima cosa che fece fu andare da quelli che stavano utilizzando il marchio “Keep on Truckin’” senza permesso. Riuscì a trovare e raccogliere qualche oggetto di merchandising Keep on Truckin’ e cominciò a intentare causa a chi li aveva messi in giro. Per circa un anno riuscì a ottenere un sacco di soldi, parliamo di circa 100mila dollari, ma credo di più. Non so di preciso, non ho seguito bene la vicenda. Un gruppo di piccole aziende si unirono e cominciarono a dar battaglia: loro assoldavano avvocati, noi rilasciavamo deposizioni, tutte queste cose qua. A me non fregava niente. Ero sempre fatto di droga. Volevo solo fare i miei disegni e andarmene in giro con le belle ragazze. Ma Albert diceva: “Dai Robert, dobbiamo fare questa deposizione martedì prossimo. Devi solo presentarti e raccontare la tua versione.” “Va bene, va bene.” Volevo che tutta quella merda finisse in fretta. Invece la faccenda diventò sempre più pesante. Era circa il 1973, credo. Ho ancora le trascrizioni di una di quelle deposizioni di cui Morse mi diede una copia. Un fascicolo spesso quasi cinque centimetri. Una dichiarazione di parecchie ore. Le ho rilette circa un anno fa e Dio, ero proprio un completo incapace menefreghista. Non avevo idea di quali intrighi ci fossero sotto. All’improvviso mi sono accorto che il motivo principale per cui tutte quelle piccole aziende si misero insieme era che Morse chiedeva somme di denaro ridicolmente alte, imponeva penali, risarcimenti danni, percentuali di vendita enormi, ogni cosa. Ovviamente per lui tutto questo era un gioco. Stava cercando di capire quanto in là poteva spingersi. Non mi passò per la mente, a quel tempo, che il problema più grosso fosse lo stesso Morse; io pensavo, per quale motivo si dannano l’anima e danno tutti ‘sti soldi agli avvocati perché vengano qui da San Francisco a darsi battaglia per questa faccenda? C’è davvero tutto questo denaro dietro “Keep on Truckin’” perché ci si debba sbattere così tanto?

GG Pensi che quello fosse veramente l’unico motivo per cui si davano battaglia?

RC Si, credo di si. Penso che se lui fosse stato un po’ più ragionevole, i suoi avversari gli avrebbero pagato più volentieri una piccola percentuale sul loro guadagno. Non vedo perché non avrebbero dovuto farlo. Perché spendere un sacco di quattrini in avvocati, quando sarebbe stato molto più semplice per loro pagare a Morse una percentuale ragionevole? Ma per lui era una battaglia giusta. Non era per soldi, lui stava bene in quel senso.

GG Ma tu gliel’hai dato, il tuo supporto?

RC A Morse? Certo. “Combatterò con te. Questi tizi stanno cercando di fregarti. Sono dei depravati, bla bla bla.” Lui rispose, “Ci sono centinaia di migliaia di dollari dietro tutta la faccenda, Robert. Devi mantenere la proprietà di questa cosa.” Disse, “Se non combatti, loro te la porteranno via,” eccetera eccetera. Io dissi, “Ok, ok.”

GG Ne hai presi molti, dei soldi che lui aveva recuperato?

RC Non lo so. Si erano messi d’accordo Dana (Crumb) e Morse. Io non ci facevo particolare attenzione. Lui prese un bel po’ di quattrini. Sono abbastanza sicuro di questo.

GG Quelle aziende usavano ancora il logo o i disegni, di Keep on Truckin’?

RC Entrambe le cose. E parte di tutta la faccenda era che io non avevo diritti sullo slogan, ma sui miei disegni o sul lettering, si.

GG Cosa ti chiesero di preciso gli avvocati della difesa?

RC Volevano sapere dove avevo preso l’idea. Volevano sapere anche se avevo copiato i disegni da qualche altra fonte. Cercavano di trovare ogni appiglio possibile. A chi avevo lasciato usare i materiali, dove, in quali circostanze. Questa serie di stupidate andò avanti per ore. Un sacco di stupide domande su tutto l’ambiente dei fumetti. Non avevano la minima idea di come girasse il mondo dei comics. Se funzionava in modo legale o illegale. Volevano mostrare di avere le informazioni basilari sul mondo dei fumetti, ma non sapevano nulla al riguardo. Veramente una roba brutta.

GG Come finì?

RC Alla fine si andò al processo e Albert Morse fu estremamente rude e privo di tatto perfino nei confronti del giudice, il quale dichiarò che tutti i materiali relativi a Keep on Truckin’ sarebbero potuti essere utilizzati da tutti. Questa fu la sua decisione, che in parte derivava dalla vicenda del biglietto da visita della Print Mint -a quel tempo presieduta da Bob Rita- che gli avvocati trovarono nel corso delle loro investigazioni. In pratica, la Print Mint aveva prodotto questo biglietto da visita con i personaggi “Keep on Truckin’” senza la notifica del copyright. Fu una grande scoperta degli avvocati e quando ne avvisarono Albert Morse, lui andò di corsa alla Print Mint e cominciò a inveire contro Bob Rita, dicendo “Per caso Crumb vi ha mai dato il permesso di fare questo biglietto?” Bob Rita sembrava un raccoglitore di cavoli Samoano e si era trovato, non si sa come, alla guida della Print Mint grazie alla dilagante pazzia di quel periodo. Si mise immediatamente sulla difensiva. E siccome praticava anche judo o karate, nessuno lo intimoriva. Quindi rispose, “Già, Crumb mi ha dato il permesso. Si, lo ha fatto. Ya ya ya!” Allora Morse venne da me e mi chiese,” Robert, gli hai dato il permesso di stampare questo biglietto senza la notifica del copyright?” Io dissi, “Non ricordo assolutamente che lui me l’abbia chiesto. Non ricordo nulla di tutto questo. Probabilmente lui ha chiesto, ‘Possiamo utilizzare i personaggi di Keep on Truckin’?’ e io dissi ‘Si, vai pure’. E’ andata così, lo sai.” A quel punto Albert disse che avrei dovuto testimoniare contro Bob Rita il quale, nel frattempo, aveva ipotecato la casa per pagare la stampa della rivista Arcade. (Ride) Quindi avrei dovuto testimoniare contro quel tizio, screditarlo, accusarlo di falsa testimonianza. Ovviamente Bob Rita si sarebbe difeso dicendo “Si, Crumb mi ha permesso di stamparlo senza la notifica del copyright”. E io avrei dovuto dire “No, non l’ho mai fatto.”

GG Ma tu non ne eri sicuro, giusto?

RC Sono sicuro che lui non mi ha mai chiesto nulla a proposito di copyright. Fu una cosa casuale. Quel biglietto da visita venne stampato circa nel 1970, non lo so, non mi interessa. Morse aveva messo Rita alle corde, ma lui continuò con la sua versione “Si, Crumb mi ha permesso di stamparlo senza notifica del copyright, si, proprio così.” (Risata) E quando andai da Rita a parlargli di questa cosa, era furibondo. Diceva “Fottuto figlio di puttana Albert Morse, quel fottuto bastardo. Gli stacco la fottuta testa.” Lo odiava parecchio. Albert andò da lui puntandogli contro l’indice e urlandogli in faccia, a proposito di quel biglietto “Hai fatto proprio una cosa stupida, Rita!” Erano due selvaggi. Allora dissi a Morse, “Non lo farò, non ne vale la pena, secondo me.” Lui disse, “Robert, Robert, questa cosa vale milioni. Roba grossa! Quei tizi faranno milioni di dollari, se non li fermi tu.” Gli risposi, “Non testimonierò contro Bob Rita.” E allora si mise a urlare, dicendo che stavo rovinando il suo divertimento, il suo giocattolo. Per lui era una grande ed eccitante battaglia. Ma fu la fine del mio rapporto con Morse. In pratica ha smesso di esercitare dopo che tutta la faccenda fu chiusa. Non ha mai più esercitato la professione di avvocato. Il giudice dichiarò che “Keep on Truckin’” era libero da diritti. Albert provò a convincermi a ricorrere in appello, ma io dissi, “No, basta, dimentica tutto. Non ho più voglia di avere a che fare con questa roba. Mi sono stancato. Basta con processi, giudici, deposizioni. Non voglio vedere mai più niente che mi ricordi “Keep on Truckin’.” E invece, ironia della sorte, questa cosa continua a seguirmi e mi sa che continuerà fino alla mia morte. Ogni volta che qualcuno fa o dice o scrive qualcosa che mi riguarda, c’è sempre di mezzo quel dannato “Keep on Truckin’”. Una donna a Davis venne a intervistarmi per una piccola rivista artistica dell’Università cittadina. Lei fu molto gentile e scrisse un bell’articolo su di me, ma l’argomento conclusivo riguardava “Keep on Truckin’.” (Risata) Dovrò vivere con questa maledizione. Sono diventato famoso grazie a questa cosa, ma è una persecuzione. Un sacco di gente mi ha detto che il caso ha creato una sorta di precedente, che in seguito sollevò parecchi problemi in merito alle leggi sul copyright; ora la legge è cambiata, è più equa, più morbida e più a vantaggio di chi ha la paternità della creazione artistica. Ho ricevuto una lettera da un ragazzo che sta scrivendo la tesi di laurea sul caso “Keep on Truckin’.” Dice di aver letto le deposizioni e che le ha trovate tristi, che spaccavano il cuore. (Risata) A un punto della deposizione, io avevo chiesto a quei tizi “Quindi, in altre parole, se voi trovaste un modo per fottermi i diritti di “Keep on Truckin’”, io poi potrei crepare di fame nei bassifondi, mentre voi ne ricavereste un fracco di soldi e non mi dareste un cent. Ho sbagliato qualcosa?” E loro dissero no, in effetti è corretto. (Risata) Questo era il livello a cui ero. Non capivo nessuna di quelle macchinazioni legali. Uomini adulti portavano avanti una faccenda talmente trasandata e melmosa che ai miei occhi tutti sembravano essere anime perse, completamente perse. Mi sentivo quasi dispiaciuto per loro. Era questo ciò per cui vivevano? Perdono tutto il loro tempo dietro a questa merda insignificante? A quel tempo io ero un ingenuo figlio dei fiori. Cercavo di fare cose semplici, prendevo l’LSD, cercavo di capire come funzionava il cosmo, e questi qua stavano a perdersi dietro alle stronzate più insignificanti.

GG Non avevi fatto mente locale che ci fossero in ballo un sacco di soldi?

RC Vagamente, ma i soldi non mi interessavano. Il denaro non fa la felicità, quindi? Chissenefrega dei soldi. Cosa potrebbero darti? Una grande casa a Malibu e una piscina vicino alla quale potresti sederti e preoccuparti da dove arriverà il prossimo milione. I miei avvocati erano personaggi viscidi, ma quegli altri occupavano il settimo cerchio del viscidume, il solo vederli mi dava ribrezzo.

Keep-on-Truckin

L’IRS (Internal Revenue Service) (Agenzia delle Entrate)

RC Dopo aver perso la battaglia per “Keep on Truckin’”, Albert Morse viene da me e mi dice, “Robert, devi 20mila dollari all’IRS. Come pensi di pagare? Dovresti tirar fuori qualche altra trovata tipo ‘Keep on Truckin’’. Andiamo, devi pagarli, ‘sti 20mila dollari.” Lui avrebbe dovuto destinare al pagamento delle tasse una parte del denaro guadagnato, ma chissà perché non lo aveva fatto. Già non avevo grosse entrate, mancava solo il debito di 20mila dollari con l’IRS. Altri tre anni d’inferno.

GG Hai perso la casa per pagare questo debito?

RC No. Ho deciso io di venderla, per far fronte al debito. Aline ed io avevamo una casetta pagata 16mila dollari. La vendemmo per quella stessa cifra a un tizio dell’Oklahoma. Dopo averla acquistata deve aver pensato di averci fregato, perché disse, “Sapete ragazzi, voglio darvi una dritta. Dovreste andare a Davis e iscrivervi a un corso in amministrazione finanziaria.” (Risata) Anni dopo non gli riuscì di venderla perché era un po’ troppo fighetta e io credo che lui finì col pensare che noi due fossimo stati meno stupidi di quanto gli era sembrato e che in qualche modo fossimo stato noi a fregare lui perché alla fine non riusciva a liberarsi di quella casa.

GG Come sei arrivato ad avere 20mila dollari di debito con l’IRS? Stavi guadagnando molto, no?

RC In effetti, con “Keep on Truckin’” si tiravano su un sacco di soldi. Ma dopo che quei tizi vinsero la causa il denaro cessò di arrivare, proprio come se si fosse chiuso il rubinetto. (Ride) E io ero indebitato per 20mila dollari. Vedi, io non ho mai preso un soldo né diventai famoso grazie a “Keep on Truckin’”. Albert Morse andò da quei tizi e si prese tutti i soldi che poté. Io non ho mai guadagnato nulla con “Keep on Truckin’” o col suo merchandising. Andava tutto a quelle piccole aziende.

GG Non hai mai avuto fortuna con gli avvocati, vero?

RC In effetti no. Ora che posso, li evito. Anche quelli che non vogliono essere pagati, quelli che lo fanno pro bono, prima o poi ti causano problemi. Per la faccenda dell’IRS avevo un avvocato che mi piaceva veramente come persona. Avrei dovuto dargli un anticipo per il suo lavoro, ma quando gli altri alzarono la pressione, lui cominciò a disinteressarsi della questione. Prometteva, “Bene, diremo loro questo, diremo loro quello.” Ma non si prendeva cura della faccenda, e quando i miei avversari trovarono delle irregolarità, decisero di perseguirmi per frode fiscale.

GG Non solo debiti quindi, ma anche tasse non pagate?

RC Si. Appena trovarono quelle irregolarità, non solo dovevo loro dei soldi, ma mi accusarono anche di frode.

GG In che anni eravamo?

RC ‘74, ‘75, ‘76.

GG Come hai gestito la faccenda?

RC Beh, l’avvocato si preoccupò veramente e si sentì realmente male. Aveva una coscienza. Si sentiva colpevole di avermi messo in un grosso guaio. Lavorò duramente per mesi e riuscì a convincerli a non perseguirmi. Inviarono un investigatore dall’ufficio di Santa Rosa per interrogarmi. Fu una di quelle scene in cui un tizio tiene in mano un cartellino, ti legge i tuoi diritti e tutto il resto. Passai un giorno nell’ufficio dell’avvocato dell’accusa, rispondendo alle domande di quei due pagliacci. Veramente due stronzi. Erano talmente odiosi che per irritare uno di loro lo ritrassi sul mio album mentre mi stava interrogando. Mi chiese, “Che stai facendo lì sopra? Sarei io? Se lo pubblichi ti denuncio.” (Risata) Ne sapeva talmente poco che lo pubblicai davvero e lui non mi denunciò. E’ in uno degli album pubblicati dai Tedeschi. Pensavo di essermi comportato egregiamente durante il mio interrogatorio, ma un paio di giorni dopo mi chiamò il mio avvocato per avvisarmi che mi avrebbero perseguito. Disse “Non hanno creduto a una sola parola di quello che hai detto. Sono convinti che nessuno sia tanto stupido, che tu devi aver tenuto nascoste delle liquidità o qualcosa del genere.” Non hanno creduto a niente. Non hanno creduto a questa mia inettitudine nel gestire il denaro. Hanno pensato che io avessi mentito e nascosto dei soldi. E ovviamente si rifecero sui beni che avevo lasciato a mia moglie. Quando avevo lasciato Dana infatti, avevamo firmato una dichiarazione consensuale in cui si diceva che parte dei miei beni fossero ceduti a lei. Ma siccome l’IRS diceva che le tasse che io non avevo pagato partivano da una data antecedente a quella dichiarazione, tentarono di rivalersi su quella proprietà. Dana si spaventò parecchio e finì col dichiarare che io avessi delle collezioni di valore, che guadagnassi molto più di quanto dicevo. E questo fu in parte la ragione per cui pensavano che stessi mentendo.

GG Come sei uscito da questo pasticcio?

RC Quando sei indietro con le tasse per una cifra come quella, l’IRS ti sta addosso e quotidianamente aumenta il tasso di interesse. Inoltre, aggiunge tutte le penali possibili. Quindi il debito continuò a salire -25mila dollari, poi 30mila, poi 40mila, poi 45mila. Pagavo poco alla volta, circa duemila dollari ogni due mesi. Sai, a quel tempo non avevo molte entrate. Oltre a ciò, il divorzio mi impose di dare a Dana altri 400 dollari al mese per l’educazione del bambino. Io semplicemente non le mandai i soldi, e lo sceriffo si presentò immediatamente alla mia porta. Tipo appena due giorni dopo la prevista data di arrivo dell’assegno. Lei non ha avuto nessuna pietà per me.

GG Gesù. Tutto questo allo stesso tempo.

RC La metà degli anni ‘70. Va da sé che sono uscito –completamente- dalla droga e mi sono dato una ripulita.

GG Lo dici come se ci fosse stato un periodo in cui ne facevi largo uso. (Ride)

RC Dovevo solo capire come gestire tutto quel fardello e intanto continuare a disegnare. Aline ed io ci spostammo in una zona dove potevo stare più tranquillo. Se la gente mi tormenta, non lavoro serenamente.

GG Come sei uscito dall’accusa di frode fiscale?

RC Beh, alla fine l’avvocato andò a Santa Rosa e impiegò due giorni interi a cercare di convincere quei tizi a non perseguirmi. E ci riuscì. Era sempre stato poco concentrato nel suo lavoro e in seguito ebbe a dirmi che la vertenza fra me e l’IRS fu il caso più duro e preoccupante che gli fosse mai capitato di trattare. (Ride) Ma si sentiva in parte responsabile per avermi messo in quel guaio, quindi non volle essere pagato. Mi disse comunque che se avessi dovuto pagare per il tempo che lui aveva dedicato a questo caso, la parcella sarebbe stata di 16mila dollari. (Ride)

GG Come sei riuscito a pagare il tuo pesante debito?

RC Beh, arrivarono in soccorso i Tedeschi. Proprio in quei giorni, nel ‘76 o ‘77, una casa editrice tedesca, la 2001, era intenzionata a pubblicare i miei disegni. L’azienda andava a gonfie vele, lavorava veramente bene, e mi diede 20mila dollari di anticipo per i miei schizzi, qualche ristampa di fumetti e altra roba. In pratica mi salvarono il culo con l’IRS. Riuscimmo a vendere casa ricavando altri 16mila dollari. Poi vendetti un po’ di altre cose mie per un paio di migliaia di dollari. Un paio di collezioni che avevo, tipo bottigliette di soda e robot. Ho venduto tutti i miei robot. E un po’ di disegni originali. Susan Goodrick, una ragazza che conoscevo e che lavorava per Co-evolution Quarterly, aveva sentito parlare di questo mio guaio e pubblicò un annuncio sulla rivista, chiedendo alla gente di inviare donazioni in denaro. Mi arrivarono 8mila dollari. Mille dollari da una coppia. Un altro signore rimasto anonimo inviò 1200 dollari. E Linda Ronstadt altri mille.

GG Linda Ronstadt?

RC Certo. All’epoca stava col Governatore Brown, e il tipo che pubblicava Co-evolution Quarterly era amico del Governatore. Quindi gli chiese se poteva dare una mano; credo anche che a lui e a Linda piacesse il mio lavoro e forse questo aiutò.

GG Beh, strano. Ma in un certo modo fu una cosa simpatica.

RC Direi di si. Quell’annuncio mi portò 8mila dollari. Messi insieme tutti i soldi, potevo farcela a uscire dal debito. C’era un tizio che lavorava all’IRS, a Sacramento, con cui avevamo già avuto a che fare. Patetico, tremolante ubriacone, con l’esaurimento nervoso e una seria patologia di tremito. L’ultima volta che Aline e io andammo all’ufficio di Sacramento per consegnare l’ultimo assegno per quel fottuto debito, cominciammo a lamentarci con lui per l’inferno che avevamo passato a causa dell’IRS; lui ci disse, “Non ditelo a me. Sono nel vostro stesso inferno.” Aveva fatto un casino con un tizio che stava perseguendo e l’IRS gli aveva messo sotto sorveglianza casa sua e tutto il resto. Ci disse, “Presto uscirò dall’IRS. Non posso più sopportare tutto questo.” Mi dispiacque per quell’uomo. Nel viaggio precedente ci aveva detto, “Oh si, purtroppo ti hanno messo un’altra penale di 3mila dollari.” Quasi svenni. Dissi, “Quando finirà? Non puoi proprio fare nulla?” Lo stavo praticamente pregando in ginocchio perché facesse qualcosa, noi non avevamo niente. Lui disse, “Va bene, vedrò cosa posso fare.” E lo fece. Fece togliere quella penale. L’ho semplicemente amato. Lo ringraziai infinitamente. A un certo punto Aline e io avevamo un paio di migliaia di dollari in banca, ma avevamo ancora quel debito. La Bank of America, organizzazione che non esito a definire viscida, semplicemente lasciò che l’IRS mi prosciugasse il conto in banca senza dirmi nulla. Lo venni a sapere solo quando la stessa BoA me lo notificò via posta.

GG Gesù. Oddio.

RC Beh sai com’è, a loro non frega un accidente se ti mettono nei guai. Puoi anche avere dei bambini o altro, ma devi pagare i tuoi debiti. Puoi andare sul lastrico o non avere un cent per vivere, ma a loro non frega nulla. Ero ancora praticamente agli inizi quando l’IRS mi fece svuotare il conto. Recentemente qualcuno mi ha detto che se riesci a non dare alla banca o all’IRS le informazioni che riguardano le tue entrate, loro non possono arrivare a te. Non credo sia vero, però. Non credo che tu possa rifiutarti di dare questi dati, a quanto ne so.

GG In pratica non dovresti consentir loro di avere un dossier su di te.

RC Mi lasciai tutto alle spalle nel ‘78, quando finalmente finì questa faccenda.

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ThatsLife

 

IL DECENNIO PERSO

GG Alcuni dei tuoi lavori che mi piacciono maggiormente sono le biografie dei musicisti blues.

RC Sul serio?

GG Mi ricordo una strip sensazionale su Arcade…

RC Quale, “That’s Life”?

GG Proprio quella.

RC Sono un po’ a disagio a parlare della roba che ho fatto per Arcade. Non ne vado molto fiero.

GG Come mai?

RC Non lo so. Ci ho lavorato proprio in mezzo a tutto quel casino delle tasse e roba varia. Era davvero difficile per me rimanere concentrato. Molta confusione. Ero arrivato al punto di smettere con la droga, cercando di trovare qualcos’altro come fonte di ispirazione. Mi sembrava tutto incerto. Non mi piaceva lo stile di disegno che stavo adottando. Diciamo che ero un po’ a metà, qualcosa del genere. I disegni che facevo alla fine degli anni ‘60 sono molto più definiti e convinti di quelli che ho realizzato a metà dei ‘70. Gli anni ‘70 sono stati un decennio perso, per me.

GG Probabilmente per tutti. E’ stato un decennio così.

RC Dirò di più: era quasi lo stile di vita degli anni ‘60, tra paroloni mistici e un bel po’ di sesso libero…

GG Ma solo fino al ‘73 circa.

RC Oh, no ben più in là. Quella storia del sesso libero andò avanti tranquilla fino alla fine degli anni ‘70.

GG Ma c’era una forte opposizione da parte dei conservatori.

RC Oh si, di sicuro cominciò in quel periodo. La generazione più giovane stava ancora utilizzando le energie degli anni ‘60. Per me invece fu un periodo confuso. Come ho già detto, mi ci vollero 8 anni per capire come convivere con la celebrità, il denaro e tutte quelle faccende e restare coi piedi per terra. Tutti i fumetti che cavai fuori nei primi anni ’70 –Hytone, Uneeda, XYZ, Black and White- se li guardo ora non mi convincono del tutto. Mi piacciono i primi Zap. Le prime due uscite e un sacco di materiale che ho prodotto per le riviste underground di quel periodo, quelli si che mi piacciono anche oggi. Ma tutta quella roba è stata prodotta dalle allucinazioni causate dalla droga. Senza dubbio. Mi sedevo e quelle visioni si disegnavano da sole, tanto era il potere delle droghe. Non c’erano interferenze personali, scrupoli o dubbi su quanto stessi disegnando. Quelli vennero dopo. Mi sono sentito veramente gettato fuori strada intorno al 1969 e ‘70. Tutta la follia che improvvisamente aveva invaso la mia vita mi aveva messo il cappio al collo. Era vertiginoso. Stavo perdendo la consapevolezza di quello che facevo in campo artistico, quel tipo di sicurezza che hai quando sai di essere sulla strada giusta. Magari non hai sempre la certezza di quello che fai, ma almeno sai di essere sulla buona strada. Adesso mi sento così. Per un certo tempo mi sono sentito annaspare. Fottuti ‘70. (Ride)

GG Come ti sembra il tuo lavoro, adesso?

RC Sono tornato ad essere sicuro di quello che faccio. E’ così da quasi cinque anni, da quando ho cominciato a lavorare per Weirdo. Mi piace tutto quello che ho disegnato per loro. Sono contento. Negli anni ‘70 avrei fatto un lavoro che poi non avrei più guardato in futuro. Ero solito pensare che avrei smesso all’improvviso di disegnare fumetti per dedicarmi a qualcos’altro. Ho avuto questo pensiero parecchie volte negli anni a metà dei ‘70. Era come se il disegnare fumetti mi facesse passare dei guai e magari anche che volesse dirmi qualcosa. Sono andato avanti così fino al 1980 circa, prima di risolvere questo dubbio e convincermi che potevo continuare a fare fumetti. Se guardo adesso i miei schizzi e scritti degli anni ‘70, vedo quanto ero confuso e perso. Ma, come si dice: no dolore, no guadagno. Dico bene, Gary? (Ride)

GG E’ quello che dico sempre io. Hai prodotto un sacco di bella roba fino al 1972 circa, poi sembra che tu abbia lavorato molto meno. C’è un motivo particolare?

RC Troppa follia nella mia vita. Mia moglie, le ragazze, i soldi, la follia, io che dovevo tipo darmi una calmata. Ero svuotato. Troppa follia intorno a me. Dovevo farci i conti e invece non ce li avevo mai fatti. Disegnavo, Dio me ne scampi, e lasciavo che le cose intorno a me diventassero sempre più folli. Mi stava uccidendo, ‘sta cosa. Arrivai al punto di non riuscir più a disegnare. La follia mi sovrastava costantemente. Siamo fra il ‘72 e il ‘73. Da lì mi ci vollero quasi otto anni per uscire da quel casino. E subito dopo ebbi un figlio. (Ride) Quindi diventai papà a tempo pieno. Dana mi diede un figlio, ma non ci stavo molto dentro. Non prestavo molta attenzione a questa nuova situazione. In realtà non volevo stare con lei o metter su famiglia con lei.

GG Quando nacque il bimbo che avesti con Dana?

RC Nel ‘68. Ricordo a malapena la sua infanzia perché a quel tempo ero in giro. Non riuscivo a occuparmene. Ero una mezza calzetta e non riuscivo a risolvere la mia fottuta relazione con Dana. Quindi andavo e venivo, e per questo le cose restavano lì, nell’aria. Non ero capace di tranciare di netto e dire “Le cose stanno così,” che era quello che avrei dovuto fare subito all’inizio del nostro rapporto.

GG Alla fine, quando riuscisti a divorziare da lei?

RC Il divorzio si concluse nel ‘77.

GG Quanto poco hai guadagnato durante quel periodo?

RC Dai fumetti arrivava poco denaro. Print Mint e Denis Kitchen ancora mi spedivano assegni. Arrivava ancora qualche soldo, normalmente abbastanza per sopravvivere. Avevamo delle case economiche ad affitto veramente basso. Pagavamo 100 dollari al mese per una casa a Dixon. Eravamo abituati a vivere in economia. Mi andava bene, non mi importava. L’ultima delle mie preoccupazioni era il fatto di non avere una Ferrari o roba del genere. (Risata)

GG Beh, presumo che in effetti possa dar fastidio. (Ride)

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RC I dischi vecchi erano ancora a buon mercato, lo sai. Io suonavo ancora con la mia band. The Cheap Suit Serenaders.

GG Come cominciò? Eri tu il frontman?

RC Beh, io e Robert Armstrong, Al Dodge e Terry Zwigoff abbiamo cominciato quando abbiamo capito di avere lo stesso interesse per la musica e i fumetti d’epoca. Abbiamo cominciato a suonare insieme per caso; continuammo per parecchi anni finché un giorno, miracolosamente, qualcuno ci chiese di suonare in un dancing, e voleva pagarci. Fu un vero fiasco, ma avevamo ancora intenzione di fare soldi suonando. La mossa successiva fu di Nick Perls, che lavorava in una piccola casa discografica di New York, la Yazoo Records. Ci chiamò per chiederci se volessimo incidere un album. Non so come entrò in questo progetto. Credo che avesse sentito delle voci su di noi. Questa proposta ci fece immaginare che saremmo tutti diventati delle grandi rockstar o roba del genere. Per un po’ Al e Robert pensarono seriamente di tirar fuori grandi cose dalla nostra band –avremmo fatto un sacco di soldi e i Cheap Suit Serenaders sarebbero diventati delle celebrità. Questa convinzione portò la band e tutto quello che le girava intorno a un livello più alto di follia, con cui avrei dovuto fare i conti insieme a tutto il resto. Al era molto scaltro e manipolatore, tanto da coinvolgerci tutti per anni in questo progetto di carriera musicale.

GG Quindi la band non andò mai da nessuna parte?

RC Siamo stati nel circuito degli appassionati di musica folk per un po’, ma nessuno è mai diventato ricco con quella roba. Non è come nella musica rock. Non puoi avere un grande seguito se suoni l’ukulele o l’accordion. (Risata) Sviluppammo i nostri personaggi e imparammo a intrattenere il pubblico dei night club con un nostro piccolo spettacolo teatrale. Non mi sentivo molto a mio agio sul palco. Non mi sono mai abituato agli sguardi perplessi o stupiti di quelli che sedevano di fronte a noi. Ma mi piaceva la musica, mi divertivo a suonare. E anche andare in giro con i ragazzi. Ci divertivamo un sacco. Era anche un bel modo per incontrare ragazze, una volta ogni tanto. Di sicuro non come nell’ambiente della musica rock, dove ci sono sempre delle tipe che muoiono dalla voglia di succhiarti il cazzo o roba del genere. Comunque ogni tanto si può anche trovare una ragazza, in un bar, che ha voglia di farsi accompagnare a casa. (Risata) Mettiti alla prova. La maggior parte delle volte si incontrano dei fan assillanti capaci di rendere la tua vita uno strazio per ore intere. Gli appassionati di fumetti sentivano in giro che avrei suonato io e si riversavano a frotte. Mi mostravano i loro lavori. Ho lasciato la band nel 1978. Gli altri hanno pensato che fosse stata colpa di Aline e l’hanno odiata per un paio d’anni. Ma lei mi fu molto d’aiuto. Volevo andarmene già da un pezzo e lei mi ha sempre dato il suo appoggio morale. Suonare con la band mi aveva esaurito. Non mi divertivo più. Inoltre, avevano iniziato a mettere il mio nome in grande sui manifesti per attirare più gente. Questa cosa mi dava fastidio…

GG Stai dicendo che la gente non veniva tanto per sentire la vostra musica, ma per vedere te?

RC Alcuni no. Molti di loro si. E non erano nemmeno facilissimi da sopportare. I Cheap Suit Serenaders continuarono senza di me, e anche bene. Vennero scritturati, cominciarono a suonare in giro e la gente andava a sentire la loro musica, non a vedere Robert Crumb. Ed erano bravi. A dire il vero, suonavano meglio senza di me. Diventarono più seri, più professionali.

GG Ti senti a disagio nei panni di personaggio pubblico?

RC E’ una lama a doppio taglio. Ci sono un sacco di vantaggi. Si aprono molte porte. Se non sei nessuno, quelle porte per te saranno sempre chiuse. Se invece hai un nome che ti precede, la gente è pronta a riceverti, anche in modi impensabili… specialmente le ragazze. (Ride) Essere famoso è una figata, con le ragazze.

GG E il lato brutto della medaglia?

RC Ti rompono le balle fino alla morte. Il telefono squilla costantemente. C’è sempre qualcuno che vuole qualcosa. Ieri, mentre tu, Parlette e la sua fidanzata eravate qui, è squillato il telefono. Un tizio di Philadelphia voleva che disegnassi una striscia per il suo quotidiano, e andava avanti a dire quanto vantaggioso sarebbe stato per la mia carriera, che lui sapeva che sto cercando nuove cose da fare. Non so chi gli abbia dato questa convinzione. (Risata) Mi ha detto che il suo giornale raggiunge un sacco di posti diversi e io gli avrei voluto dirgli, “Non ho voglia di farlo. Non ho voglia. Addio!” Slam! Ma io sono un dannato rammollito, quindi mi sono seduto ad ascoltare tutta la sua merda per 10 minuti. Cose come questa mi succedono molto spesso. Mi dico sempre che sto diventando un bastardo egoista e che mi comporto come Picasso. Quando non voglio fare una cosa, devo rispondere vaffanculo e sbattere giù il telefono.

GG Mi ricordo la prima volta che ti ho chiamato: eri molto diffidente e scettico.

RC Oh, si.

GG Sei stato un osso duro.

RC (Ride) Con gli anni, un pochino ho imparato a fare i conti con questo atteggiamento. Sai, quando ero giovane, se qualcuno mi chiamava per un’intervista o veniva a vedere i miei lavori, io addirittura lo ringraziavo per avermi apprezzato (Ride)

GG Si, hai ragione.

RC Cavolo, gli piaccio, pensano che io sia figo, vogliono i miei lavori, sono desiderato. Mi piaceva… un sacco di clienti, lo sai. E’ incredibile il tempo che ho perso con quegli stronzi. Facile… artisti della truffa, imbroglioni da due soldi, uomini d’affari… da non credere. Non si riesce a far capire alla gente che razza di esperienze siano quelle. Credo che ciascuno abbia la propria croce da portare. Ma quando arrivi in cima sei da solo. E se descrivi alla gente gli aspetti negativi della popolarità, quasi stentano a crederti, perché il 90 percento di essi vorrebbe essere al tuo posto. Pensano che essere famosi sia come stare in paradiso. (Ride) Per carità, ammetto che ci siano parecchi vantaggi. Niente noia. Ne ho quasi desiderata un po’, a volte. Il problema principale quando si è famosi è che un sacco di diciannovenni brufolosi ti scassano le balle fino alla morte. Altra cosa: è raro che una donna si interessi a me solo perché sono un fumettista. Si eccitano quando scoprono che sono famoso, ma la mia fama esiste proprio grazie a ciò che loro non gradiscono, i miei fumetti. Non c’è romanticismo, in tutto questo. Il cartoonist viene visto solo come un ragazzo con la visiera verde seduto da qualche parte in una stanza. Ma nessun altro – poeta, pittore, o scrittore che sia, nemmeno il giornalista- le fa bagnare come un cartoonist. (Risata) Non so dirti perché.

GG Immagino che fare il cartoonist sia una professione un po’ malfamata…

RC Per quello che ne sanno le donne, potresti essere anche un feticista di oggetti in gomma, o peggio.

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GG Vorrei farti un paio di domande sul tuo lavoro.

RC Fammi parlare ancora dell’essere famoso. (Risata) La popolarità può indurti al suicidio. E’ difficile da spiegare se non ci sei passato. Devi essere forte abbastanza da sopravvivere alla tua stessa fama. E’ per questo motivo che parecchie celebrità si disfano con alcool e droga. Devi imparare a trattare con gente aggressiva che vuole sfruttare la tua influenza e che, se non glielo permetti, diventa DAVVERO capace di ucciderti. Ti portano alla tomba prematuramente. L’anno scorso volevo suicidarmi. O almeno, ci ho pensato seriamente. Ci sono arrivato dopo un anno in cui ho permesso che mi trascinassero in un sacco di stronzate fatte da gente che voleva usarmi. Questa cosa ti dissangua. Ti chiedi, “Perché devo vivere? Perché devo fare questa cosa?” Non è divertente. Non ne ricavi niente se non l’essere spremuto… Ti succhiano tutto il sangue.

GG E questo è successo quando è uscito quell’articolo su People?

RC Ne sono successe un sacco: la faccenda della BBC, l’articolo su People, quell’altro affare con The Monkey Wrench Gang, la stronzata del firmare autografi. Sono stato risucchiato dentro tutta ‘sta roba e per qualche strana ragione ho permesso che accadesse. Oggi sono più serio di quanto ero abituato ad essere, non mi drogo più, e quindi, dopo aver passato quella crisi e aver pensato al suicidio, ho deciso di prendere il toro per le corna e mi sono detto: “Bene, esattamente per quale motivo sono arrivato a quel livello di depressione? Come posso gestire questa faccenda?” Finora ho risolto semplicemente non lasciandomi risucchiare dagli eventi. Per ogni rogna che arriva, ogni rottura di balle, devo capire cosa posso ricavarne. Devo chiedermi: cosa mi porterà? Mi farà stare bene? Sarà vantaggiosa per me? Se le risposta è negativa, devo dire di no a chi me la propone. Devo essere, come hai detto anche tu, molto diffidente e scettico verso chiunque venga a chiedermi cose, senza pensare a quanto potrebbe essere divertente -a loro dire- o a quanto potrebbe essere di vantaggio alla mia carriera.

GG Quanto seriamente hai pensato al tuo suicidio?

RC Abbastanza seriamente, cazzo! Stavo lì su quel fottuto terrazzino a pensare se avevo o no il coraggio di buttarmi di sotto.

GG Un terrazzino?

RC Si, a Parigi abitavo in un palazzo di sei piani.

GG Oh Gesù. E’ stato quando eri là con Aline?

RC Si. Sono stato male per mesi. Ho sofferto parecchio, sai? Non sapevo che fare e non riuscivo a uscirne. Mi chiedevo, perché andare avanti? Cosa mi riserva il futuro? Altri anni di tutta ‘sta roba. Quando ho capito di non essere abbastanza coraggioso per farla finita, ho deciso che dovevo fare qualcosa per prevenire questo male. Lo scorso dicembre -per farti un esempio- dopo che mi era arrivato un altro attacco di panico del cazzo a ottobre e novembre, Aline e io decidemmo di andare a Miami. Avevo quasi accettato il fatto di andare a passare due settimane là con lei e i suoi parenti. La zona di Miami è interessante, ma la loro compagnia è per me ancora fattore di stress e isolamento. Eravamo all’aeroporto di Dallas, fra un aereo e l’altro, e a un certo punto ho detto ad Aline che non avrei proseguito. Tornai a casa e passai le due settimane da solo. E’ stata la scelta migliore che potessi fare.

GG Mi stai dicendo che eri a metà del viaggio per Miami?

RC Si.

GG E hai deciso che non avresti proseguito?

RC Mi son detto all’improvviso, “Perché lo sto facendo? Non ho voglia di passare due settimane con tutta quella gente. Credo di aver più bisogno di stare due settimane da solo.” Così tornai a casa: ho passato due settimane facendo nient’altro che star seduto da solo nel mio fottuto studio. Quando poi anche Aline tornò a casa con Sophie, mi sentii meglio, al 1000 percento.

GG Credo che molta gente farebbe fatica a comprendere i motivi che ti hanno spinto a pensare al suicidio. Uno come te, con il tuo talento… Dovrebbe essere parecchio appagante, il saper disegnare.

RC Certo, anche tu lo pensi, vero? (Ride) Se solo tu avessi tempo per farlo. Ma durante tutto il 1985 fu molto difficile per me. Avevo una perenne frustrazione, dovuta al fatto che non riuscivo a concentrarmi a lungo. Non riuscivo a focalizzarmi sul lavoro se non per un paio d’ore ogni tanto. Cercavo di rubare un po’ di tempo qua e là nella giornata. Spesso mi sedevo e non facevo nient’altro che aspettare che il telefono squillasse.

GG Mi sembra strano, anche perché non dai l’impressione di essere debole di volontà.

RC Si, che lo sono. (Ride) Non ho un carattere granché forte. E penso sempre, “Quanto vorrei che qualcuno si occupasse di tutto in vece mia, perché sono debole di volontà.” Nessuno vuole aiutarti in questo. E la gente poi pensa al suicidio. E’ per questo motivo che molta gente che conoscevo è morta.

GG Però si può dire che tu abbia un carattere forte se si pensa al fatto che hai sempre seguito la tua visione artistica e hai impedito alle influenze esterne di corromperla.

RC Si, ci hai abbastanza preso. Ma non so dirti se sia stata una questione di volontà o piuttosto il fatto che quella fosse la mia strada. Adesso ho preso il vizio, e non ho nessuna voglia di precipitare di nuovo nell’ambiente commerciale. Quindi ho una certa libertà di seguire le mie visioni, se ho il tempo di farlo. Se riesco a capire come gestire il lavoro, metterlo in testa alle priorità e realizzarlo. Quando mi capita di non lavorare per qualche giorno, comincio a sentirmi depresso. Se questo continua per settimane, penso al suicidio. Comincio a impazzire. Io sono un tipo immediato. Vorrei che le cose andassero sempre come in queste due ultime settimane, mi è difficile pensare a lungo termine. Questo è parte del mio problema: non riesco a pianificare la mia vita. Aline invece è bravissima in questo. Viene da me e mi dice, “OK Robert, martedì prossimo alle tre abbiamo appuntamento con il tal tizio, c’è questo evento, sabato prossimo dobbiamo fare questo…” Io dimentico tutto. Non sono capace di assorbire le informazioni. Non riesco a pensare in quel modo. Non lo so. Sono immediato. Voglio fare solo ciò che mi piace in questo momento, in questo secondo, e non credo di essere capace di modificare molto questo mio atteggiamento. Gli affaristi e gente del genere hanno una mentalità schematica e sono quindi lontanissimi da me. E’ forse per questo che gli artisti spesso sono vittimizzati dagli affaristi. Hanno due modi di pensare diversissimi. Se ho troppa roba da fare, non riesco a trovare abbastanza tempo per lavorarci sul lungo periodo, proprio come è successo per tutto il 1985. E vado in depressione. Difficile che la gente riesca a capire. Loro ti ammirano perché sei un artista, ma non sanno come funziona in realtà. Perfino quelli che ti sono più vicini non riescono sempre a lasciarti fare quello che senti, benché ti ammirino per i tuoi lavori. Se già non riesci a stare in piedi da solo, ti uccidono con il loro amore.

GG Hai mai pensato di assumere un agente o un avvocato che gestisca queste cose per te?

RC (Ride) Avvocato, avvocato, mi son girato piano… un passo alla volta… un centimetro alla volta… Agente, agente, mi son girato piano…*

GG Per caso non ti fidi di agenti e avvocati?

RC Quella gentaglia può essere il peggior guaio che possa capitarti. L’agente può essere una vera sciagura. Bill Griffith ha un agente a Hollywood che gli dà una mano. Ce l’ha da un sacco di tempo e ha imparato come funziona. Intanto, nessun agente di alto livello vuole lavorare per te se non quando è sicuro che sei uno che tira su un sacco di soldi. Inoltre, devi anche essere interessato a restare nel mondo commerciale, e io non lo sono molto. Potrei prendere un inetto che si spaccia per agente, perché quelli di buon livello che sanno muoversi bene in questo ambiente vogliono solo arricchirsi.

GG Si, giusto. Quindi stai cercando più uno che interceda per te, non tanto uno che si sforzi…

RC Diciamo non tanto un agente quanto più un segretario o qualcosa del genere, visto che qua ognuno deve intercedere per se stesso. Altrimenti troverai tutta gente che vuol solo vivere la tua stessa vita, comandarti a bacchetta e tenerti incatenato al tavolo da disegno a produrre pubblicità per la Coca Cola. Lottare per te stesso in questa vita è quello che ti spetta. Se sei un uomo. Se vuoi essere un uomo e non un pappamolle. (Risata)

GG Suona come un vero paradosso del comma 22, visto che se lotti per te stesso poi hai tendenze suicide.**

RC No, ti vengono tendenze suicide se non lotti per te stesso. Io lo faccio in ogni caso. Se lotto per me stesso, poi non me ne pento. (Ride) Mi pento invece se accetto di occuparmi di una cosa che potrebbe essere pochissimo interessante o se me ne occupo al solo scopo di rendere qualcuno felice se io la facessi. Il paradosso del comma 22 sta nel fatto che è difficile essere un sognatore e un artista e allo stesso tempo avere abbastanza nerbo per avere a che fare con affaristi aggressivi e compagnia bella. Qualcuno riesce ad incarnare le due cose insieme. Ad esempio Picasso. Lo invidio, per essere stato così. O Salvador Dalì. Loro scrivevano la lista di quello che serviva e tutti facevano a gara per servirli e averne paura. Potevano fare tutto quello che volevano, ottenere tutto ciò che desideravano: erano persone di successo e realizzavano sempre dei capolavori. Un sacco di grandi capolavori. Sono stati incredibilmente prolifici. Picasso fu sempre creativamente attivo. Ogni giorno andava nel suo studio, sbatteva la porta lasciando fuori i suoi guai e il resto del mondo, se ne fregava di tutto e sfornava i suoi magnifici dipinti. Uno dei suoi figli si suicidò, un altro divenne psicopatico, ma a lui, ha mai fregato qualcosa? (Risata) Lo invidio davvero.

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*”Slowly I turned” nel testo. Questo modo di dire identifica un popolare sketch del teatro Vaudeville, che si può trovare anche in alcuni film o telefilm. Di solito la scena mostra due personaggi che si vedono per la prima volta. Uno di loro dà segni di turbamento dopo aver sentito una serie di parole. Queste parole innescano in lui il ricordo di un trauma del passato. Quando l’altro reagisce sconcertato, il personaggio rivive il trauma dicendo “Mi son girato piano… un passo alla volta… un centimetro alla volta…” avvicinandosi allo sbigottito interlocutore. Reagendo come se questo fosse l’oggetto della sua rabbia, il personaggio inizia a picchiarlo o strangolarlo, fino a che le urla della vittima lo riportano alla realtà. Nel film “Niagara Falls” nomi e città sono state usate come “innesco”.

**Il paradosso del Comma 22 è un paradosso contenuto nel libro Catch 22 (letteralmente “Tranello 22″ ma normalmente tradotto come “Comma 22″) di Joseph Heller.
Il paradosso riguarda un’apparente possibilità di scelta in una regola o in una procedura, dove in realtà, per motivi logici nascosti o poco evidenti, non è possibile alcuna scelta ma vi è solo un’unica possibilità. Nella lingua inglese viene infatti comunemente citato con il significato di circolo vizioso.
Il libro, edito nel 1961, rappresentò una feroce critica alla struttura militare e alla guerra narrando le avventure di un gruppo di aviatori statunitensi dediti ai bombardamenti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Riportava i regolamenti cui i piloti erano soggetti, e fra questi due articoli contraddittori:
Articolo 12, Comma 21 «L’unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia.»
Articolo 12, Comma 22 «Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo.»
In realtà la norma sopra riportata non è mai esistita e, se lo fosse, sarebbe stata evidentemente contraddittoria.

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GLI ANNI 60 SECONDO CRUMB

GG Ti senti ancora escluso dalla cultura?

RC Oh si, diavolo, si. L’unica volta che non mi ci sono sentito, o che addirittura ho cominciato a pensare che forse potevo anche farne parte, fu alla fine degli anni ‘60, all’inizio del movimento hippie. Benché io non mi ci sentissi, l’atmosfera in giro era quella. Da loro venivano molte cose che io percepivo come stupide, ma il clima generale era di apertura, di nuove cose che iniziavano. Mi sembrava che la gente cominciasse a sentire l’idea, a farne parte, a levarsi di dosso tutta quella scorza di stronzate. Purtroppo durò soltanto due o tre anni. Mi accorsi che la gente non si evolveva con la velocità che mi ero aspettato. Erano come scivolati indietro. Adesso sembra che si sia tornati addirittura al periodo precedente. E’ stato scoraggiante, per un po’.

GG Posso sbagliarmi, ma ricordo di aver letto che hai tentato di dissociarti dalla controcultura degli anni ‘60.

RC Quando? A quell’epoca? O adesso?

GG In seguito. Non tanto che tu abbia detto che non ne facevi parte, quanto che non ti sentivi parte di essa.

RC In effetti, lo ero e non lo ero. A quei tempi prendevo l’LSD, come un sacco di gente, e credevo negli stessi valori in cui credevano in molti, ma in realtà non ero un vero hippy. Non uscivo a suonare il flauto di pan e a ballare a piedi nudi al Golden Gate Park. Volevo solo stare nella mia stanza o eventualmente saltare su una femmina grossa se ce n’era in giro qualcuna. E’ buffo che adesso la gente mi associ a quel periodo, visto che non avevo ancora definito il mio aspetto stilistico. Non mi piaceva nemmeno la musica di quegli anni. Non mi è mai piaciuta la musica psichedelica. Era davvero di pessima qualità. Banale, noiosa, tutta: i Grateful Dead, i Doors, Jimi Hendrix, bleah! Ma c’era una percezione forte del fatto che le cose stessero cambiando in meglio: il vecchio impegno materialistico e lo sviluppo tecnologico sembravano fermarsi di botto o perlomeno parevano subire una drastica trasformazione. La gente sentiva davvero che qualcosa del genere stava per succedere. In effetti poi è successo, ma non nelle proporzioni che ci si aspettava. Non furono in molti ad elevare la propria saggezza e a togliersi di dosso il vecchio sistema di valori. Per una persona che tentava di rinnovarsi, ce ne erano cinque che prendevano il suo posto. E’ divertente ritrovarsi con gente che ha vissuto quell’epoca e abbandonarsi ai ricordi. Si arriva sempre a rivangare le esperienze lisergiche perché a quel tempo erano potenti. Negli anni ‘50 e all’inizio dei ‘60 il processo di crescita dei ragazzi era governato da un pesante programma prestabilito che aveva già impostato quello che dovevi diventare. Essere contro questo stato di cose era rivoluzionario. E questo credo abbia cambiato per sempre la storia americana e abbia creato una frattura che non potrà mai essere rimarginata. L’America negli anni ‘50 non era divisa come lo è adesso.

GG Adesso o negli anni ‘60?

RC Adesso, negli anni ‘80, è parecchio divisa. La frattura si è allargata. In pratica negli anni ‘50 c’era un solo modo di vedere la realtà e forse c’erano due o tre persone che non lo condividevano. Adesso il dualismo destra-sinistra è molto più predominante.

GG Non vedi un punto di unione, un grande centro politico?

RC No, non lo vedo. Anzi, tutto è sempre più radicalizzato. La differenza fra ricchi e poveri è maggiore di quella che c’è fra le due opposte ideologie, ma mentre i ricchi hanno la loro visione politica cucita addosso, la povera gente vive di stenti cercando di capire da che parte girarsi.

GG Dove credi che risieda, ideologicamente parlando, la grande classe media?

RC E’ stata fatta a pezzi. Alcuni di loro stanno cercando di assorbire le ideologie delle classi alte, mentre tutti gli altri vengono tenuti schiacciati e non sanno che diavolo stia succedendo. Questo li riempie di risentimento, confusione e rabbia. Nessuno può sapere cosa avranno l’intenzione di fare, alla fine.

GG Come giustifichi le due schiaccianti vittorie di Reagan?

RC Confusione. Reazione. La gente ha voluto reagire in qualche modo. Molti di loro non sono passati attraverso gli anni ‘60, con le prime droghe e tutto il resto, quindi se la fanno addosso, hanno paura di coloro che invece li hanno vissuti. Quando hanno avuto la loro chance, hanno votato per quello che secondo loro avrebbe messo in riga quella gente. Anche le generazioni più giovani, che sono cresciute in quel periodo, ne sono spaventate: hanno paura dei media, dei genitori, di chiunque. Parecchi di loro sono conservatori e quindi hanno votato per colui che sembra dar loro più sicurezza. Ovviamente non è così. Sono stati turlupinati, ma per loro Reagan pare essere più sicuro.

GG Questo dovrebbe indicare una reale crisi del liberalismo.

RC Certo, dovrebbe.

GG Ma a me sembra che noi siamo meno radicalizzati rispetto a quanto dicevi, con una tendenza maggiore verso le politiche sociali ed economiche di tipo conservatore.

RC La tendenza verso il conservatorismo radicalizza la gente sul versante economico, non necessariamente anche in campo ideologico. Quando la faccenda economica si fa dura, la gente tende a dimenticarsi i valori positivi e si interessa solo del proprio orticello, parlando in generale. Ma se le cose si mettessero veramente male, forse gli uomini comincerebbero a ricercare ideologie capaci di risolvere i problemi… Non lo so. Difficile da dire. Potrebbe anche andare diversamente. (Pausa) Potrebbero diventare fascisti prima e socialisti poi.

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GG Tu credi nella democrazia?

RC Merda, non lo so. Non ci capisco molto di quella roba. Credo che sia piacevole credere in quell’ideale, ma osserva gli uomini… Non lo so. Nei primi anni ‘70 L’Associazione Nazionale dei Costruttori aveva un paio di gruppi di esperti che studiavano le cause di quello che andò male e causò le sollevazioni degli anni ’60: volevano evitare che succedesse di nuovo. Il risultato dei loro studi fu che negli anni ‘60 c’era troppa democrazia (Risata), che aveva instillato nella povera gente aspettative fuori misura e un forte malcontento, per cui poi si sono sentiti traditi o andarono oltre le possibilità presentate dalla realtà dei fatti. Non dobbiamo farci sfuggire di mano queste aspettative! (Risata)

GG La carota sta diventando troppo grande.

RC Quanto hai ragione! Un modo per farlo è tenere l’economia a un basso livello o roba del genere… Non so bene. Democrazia. Non lo so.

GG Come hai vissuto il movimento femminista? Eri davvero il nemico che molte di loro credevano di avere?

RC Un sacco di loro mi vedevano come tale, in effetti. Sono cresciuto, ora sono adulto e posso ammettere di essere stato sessista e sciovinista.

GG Che epoca era? Quando hai percepito l’istante della tua illuminazione?

RC (Ride) Fu un processo graduale, dopo essere stato parecchio rimproverato dai gruppi femministi riguardo la mia testarda opinione sulle donne. (Ride) Sono ancora capace di visualizzare tutti i modi in cui hanno una mentalità ristretta, talvolta al limite della stupidità, su ogni argomento. Ma ho imparato un sacco dalle femministe. E’ stato un gran bel movimento per l’America, parlando in generale. Ma allo stesso tempo penso che essere contro la pornografia sia un po’ stupido, in fin dei conti. Di base, quello che ha fatto il movimento femminista è stato inserire le donne nel meccanismo del sistema dei poteri, il potere da quel momento non è più stato appannaggio dei soli maschi. Adesso è un sistema di potere in cui coesistono entrambi i sessi. E lo diventa sempre di più. Per contro, la più grande colpa del femminismo è stato il non rispondere alle domande più semplici su come funzionava il sistema e come avrebbe funzionato se le donne ne avessero fatto parte. Ma va bene così, credo che le donne dovessero reagire per smettere di pensare di essere perseguitate e per convincersi di far parte di un sistema incasinato.

GG Pensi che uno dei due sia da preferire?

RC Se fai parte di una minoranza oppressa, devi cercare di eliminare questo ostacolo prima di pensare che anche tu sia nella stessa barca.

GG Si, ma la verosimiglianza dell’idea che le donne avrebbero cambiato tutto una volta insidiatesi nel sistema di potere ormai sembra lontana, non ti pare?

RC Si, è vero, ma quella era solo una fase dell’evoluzione politica che volevano attuare. Penso che molte femministe abbiano avuto una reazione impulsiva, cominciando a cercare il lato sciovinista in ogni cosa. Covavano risentimento. E’ comprensibile. Ho letto un grande libro recentemente, veramente ottimo. Fotografie di oggetti con la forma di corpo femminile. Apribottiglie, fermaporta, molti di essi antichi. L’introduzione, firmata da una donna, diceva quanto fosse orribile e detestabile il fatto che questi oggetti avessero la forma di un corpo di donna. Ironicamente. Ma io ho un sacco di preconcetti stereotipati sulle donne. Non li avrei mai messi in dubbio se non ci fosse stato il femminismo. Durante la mia giovinezza tutti questi stereotipi venivano continuamente rinforzati. Mi ricordo che da giovane cercavo sempre di essere dominante, di prendere l’iniziativa, perché sembrava che le donne volessero questo. Se non riuscivi a chiamare un taxi o scegliere la bottiglia di vino corretta, loro stesse ti dicevano, “Cosa sei, uno smidollato? Che succede? Non sei l’uomo che cerco, se non sei in grado fare queste cose.”

GG Alcune donne, tipo Phyllis Schlafy, ancora lo stanno cercando e sostengono che il movimento femminista fu solo un’aberrazione sociale. Ma tu riesci ad associare al movimento femminista parte della tua crescita morale?

RC Si. Fu istruttivo, per molte persone… se non per tutti. Guarda queste riviste degli anni ‘50 che ho portato. Ancora propongono spudoratamente roba come… guarda questo articolo: dice che secondo le statistiche i matrimoni durano di più se il marito intimidisce la moglie fino a sottometterla, roba di questo tipo. Picchiala almeno una volta a settimana e vedrai quanto a lungo durerà il tuo matrimonio (Ride), robaccia del genere. Nell’umana società c’è questa tendenza a trovare sempre un capro espiatorio. Qualcuno cerca di trovarlo in fretta, quindi cosa c’è di meglio di tua moglie… se riesci a passarla liscia. Questo era. Se tanta gente si organizza, si alza, urla e strepita, magari qualcosa cambia. Le donne si sono organizzate in questo modo per lungo tempo, periodicamente, facendo del gran casino per il fatto di essere maltrattate. E’ qualcosa che devono fare, credo. Gli uomini di base sono stupratori, predatori e assassini.

GG Era ora che le donne si unissero a noi.

RC Dovrebbero avere le stesse opportunità. Mi piacciono le donne forti e indipendenti. Mi affascina quel tipo di donna. Mi piace quasi vedere la loro forza e indipendenza. L’approvo. (Ride) Tutta questa cosa adesso, delle donne in forma, fisicamente forti, mi piace. E’ perché sono un egoista…

GG Probabilmente, per quello che ti riguarda, è più una preferenza sessuale che un imperativo sociale.

RC Giusto. Sono attratto dalle donne fisicamente forti. Sono contento di vedere tutte queste donne che vogliono essere forti.

GG Sei attratto dalle donne fisicamente forti o per meglio dire da quelle fisicamente più forti di te?

RC Beh, già il fatto di essere forti le rende più forti di me. (Risata) Non ci vuole molto. (Ride) Le donne avevano paura degli uomini perché in genere i maschi sono più forti. Ma se anche le donne mettono su muscoli, un bel po’ di paura se ne va. Le donne riescono ad essere più forti degli uomini in molti modi.

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GG Cosa pensi sia uscito di buono dagli anni ‘60?

RC Molta gente ancora non riesce a “comprare tutto il pacchetto”. Non lo vedono, come se fosse trasparente. E’ quasi buffo far parte di una generazione incagliata fra altre. Questi nuovi giovani non riescono a capire. Credono tutti di avere più di 30 anni. E quindi non hanno fiducia in chi ha meno di 30 anni. (Risata) E’ strano. Non riesco a credere ai giovani con cui parlo. Sembrano dei cinquantenni.

GG Intendi gli yuppie?

RC Ma si, ragazzi poco meno che trentenni che parlano col gergo degli uomini d’affari. E’ incredibile.

GG Stanno solo cercando di avere successo, Robert.

RC Si, giusto. E’ proprio quello che vogliono.

GG Fare un po’ di soldi.

RC Esatto, e non gli frega niente di quanto suoni volgare. Inoltre trattano con condiscendenza i tipi degli anni ‘60 come me. “Ah, come vi amo, gente degli anni ‘60, siete così eccentrici, bizzarri…” (Risata)

GG La cosa ti dà fastidio?

RC Oh, si. Vorrei ucciderli. (Risata) Gesù. Mettere un po’ di LSD nel loro caffè del mattino. “Facciamo una conferenzina, J.B.” Ma diavolo, non puoi fargliene una colpa.

GG Certo che puoi.

RC Suppongo di si, in senso cosmico, visto che dovrebbe essere affare di tutti il voler diventare una persona illuminata. Ma culturalmente hanno mangiato un bel po’ di paura, da piccoli.

GG Forse c’è un sacco di gente che sta provando a mettere quegli anni in un certo ordine, e secondo loro tu sei il portavoce più eloquente dei valori di quel tempo.

RC Non più. Lo ero. Probabilmente l’eredità che mi sono lasciato alle spalle era ancora più eloquente, ma all’epoca c’erano parecchi scrittori che erano davvero testimoni del periodo. La roba scritta da Tim Leary e dai tipi come lui, che all’epoca erano dei big. Non credo che i miei fumetti parlassero della sottocultura che c’era in quegli anni, ma quando li tiro fuori e li guardo oggi, mi riportano ancora con forza a quel periodo.

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LA POLITICA SECONDO CRUMB

GG Una volta stavo parlando con Tina Robbins. Sembrava davvero sorpresa nel sentirmi dire che tu fossi un cartoonist politicizzato. Credeva che tu non fossi per nulla interessato alla politica, ma alla fine fu d’accordo nel considerare “politici” alcuni dei tuoi lavori. A me invece sembra che ogni cosa che fai sia impregnato, anche poco, della tua visione politica.

RC Si, sono d’accordo che, a prescindere dalle mie idee politiche, talvolta le ficco nei miei disegni. Ma tutte le volte che non ho seguito la tentazione di partire con il mio cavallo di battaglia è stato un grosso errore. Far propaganda politica è molto difficile e io non sono mai riuscito a farlo bene. Ho sempre pensato che non fosse una buona idea, anche se qualche volta vi ho ceduto. Di solito cercavo di far uscire dall’inferno la gente troppo schierata a sinistra, quelli che dicevano di avere la responsabilità, come persone, di predicare quegli ideali al mondo. Chi non lo faceva, diventava “parte del problema”. C’era sempre una forte pressione in questo senso, ma non mi son mai sentito “a casa” nel pensarla così. Sono viziato. Sono cresciuto in un’America in cui avrei potuto essere un individuo ben definito. Non avrei potuto continuare a fare lavori creativi, se non quelli decisi da un gruppetto di cupi politicanti, anche se avessi pensato che potevano aver ragione. Quando ogni decisione viene presa da un comitato o consesso, diventa difficile fare qualcosa di interessante o eccitante, perché c’è sempre qualcuno che obietta per un motivo, qualcuno per un altro e quando alla fine si mettono d’accordo, quello che rimane è la parte più insipida del puré. Era così quando lavoravo a Winds of Change (un giornale politico locale). Il magazine voleva sempre presentare alternative positive alla realtà delle cose. Aveva sempre quest’aura noiosa, troppo buona tipo stiamo-mangiando-tofu-seduti-insieme-a-cantare-canzoni-folk. Politicamente ero d’accordo con loro, ma a lavorarci insieme mi annoiavo a morte. Senza contare che non avevano il minimo senso dell’umorismo. “Oh Crumb, non possiamo usare questo fumetto, potrebbe far arrabbiare gli agricoltori. Non possiamo pubblicare questo, potrebbe offendere le donne.” Non possiamo usare questo, non possiamo usare quello. Per una ragione o per un’altra. Una volta avevo disegnato una vignetta e una donna mi disse, “Non possiamo pubblicarla. Farà venire gli incubi ai miei figli.” Ho cercato di fare fumetti politicamente forti, come Thomas Nast: criticavo il lavoro agricolo, e tutti mi dicevano che ero troppo negativo. Su questo erano d’accordo quasi tutti. (Ride) L’ho fatto per anni, era un lavoro veramente ingrato. Figuriamoci se me lo pagavano. Nessuno parlava mai di denaro. Quando arrivò il momento di andare avanti col giornale, hanno venduto le mie opere per un sacco di soldi, ma ancora, “Crumb, non possiamo usare questo cartoon, devi rifarlo, è troppo negativo.” Se vivessi in un paese socialista, dove tutto è rigoroso, tutto è controllato da burocrazia e comitati governativi –un socialismo di tipo russo- questa sarebbe la mia vita come artista.

GG Non saresti durato molto sotto un regime comunista.

RC Mi avrebbero epurato in fretta.

GG Liberiamoci di Crumb!

RC Speditelo in rieducazione! Forse sarei stato più felice con un badile fra le mani, in certe circostanze. Avrei magari realizzato delle sculture in legno e le avrei tenute nascoste nello sgabuzzino.

GG Come ti definisci, politicamente? Non mi sembri un sostenitore del comunismo.

RC Diavolo, si. Lo sono eccome. Comunismo. Si, facciamolo!

GG Perché? Non ci sono esempi particolarmente positivi di comunismo, nel mondo.

RC Per qualche anno la Cina comunista ha operato bene.

GG Di certo non l’Unione Sovietica.

RC No. Troppo centralizzato. Non lo so. Credo più di essere un comunista anarchico.

GG E’ un ossimoro.

RC No che non lo è. Si potrebbe riuscire a vivere in una comune all’interno di una società che di base sia anarchica.

GG Ma il collettivista di solito non permette l’anarchia. O sbaglio?

RC Cos’è l’anarchia? Come la definisci?

GG L’assenza di leggi o regole che valgano per tutti.

RC Io la considero come un’assenza di potere centrale. In pratica l’anarchia viene considerata negativamente da chi ha paura degli anarchici organizzati. Anarchia adesso significa caos, è un’idea di società che non ha alcun consenso sociale. Ma non è questo il suo reale significato. Anarchia in origine significava società senza potere centrale, che non comporta necessariamente un’assenza di consenso sociale o di regole. Non significa questo.

GG Sembra che, una volta ottenute leggi o regole che governino i comportamenti e la condotta sociale, non ci possa più essere anarchia.

RC Beh vedi, questo è perché anche tu pensi all’anarchia in termini di totale caos, di assenza di consenso e di incapacità della gente su come fare le cose. Non è questo. Significa solo non avere un governo centralizzato. E’ l’unico significato. Niente potere centrale.

GG Ma governo locale.

RC Qualcosa tipo una regolamentazione o un insieme di leggi circoscritte.

GG Mi suona come avere la botte piena e la moglie ubriaca.

RC Beh, è proprio il motivo per cui dico sempre che per me la razza umana non si è ancora evoluta abbastanza per gestire una situazione del genere. Qualcuno vorrà sempre approfittarne per erigersi ad Imperatore (Ride) e armare un grosso esercito per rinforzare il suo potere. Quindi… Non lo so. Mi piacerebbe vivere in una situazione collettiva. Non lo disdegnerei. Devo solo trovarne una in cui potrei sopportare di vivere. Ma mi piace il concetto, l’idea, di avere un gruppo intorno che ti supporta. Tutti in America tendono a essere così isolati che ognuno è da solo. Anche se hai degli amici, loro fanno sempre qualcosa di diverso da te e quindi non c’è dipendenza l’uno dall’altro, di nessun genere. D’altro canto, i collettivi sono organismi che ti soffocano, sono asfissianti, perché le leggi sono talmente rigide che non c’è più spazio per l’individuo. Ci deve essere un modo per riuscire a vivere insieme senza venire soffocati dalle regole. Potrebbe non durare molto, se anche fosse. A me sembra che debba succedere, alla fine, perché credo che sia l’unico modo per sopravvivere –il trovare un modo per vivere insieme, giusto? Non possiamo continuare con questo atteggiamento ognuno-per-conto-proprio e nemmeno continuare a seguire regole dettate da altri.

GG Si, è quel forte individualismo di cui si sente molto parlare.

RC Quello funziona solo quando si è in due persone per milione di chilometri quadrati. (Risata) E’ ciò che l’ha tenuto in vita per troppo tempo, in America.

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GG Quali sono secondo te i peggiori effetti del capitalismo?

RC Capitalismo. (Con accento da immigrato) “Con noi ci faranno dei tacchi”…

GG Tacchi, hai detto?

RC Era una vecchia canzone. I peggiori effetti del capitalismo? Ogni cosa è diventata un oggetto da vendere e comprare. Ogni cosa! Per questo la musica è diventata una merda. Troppe volte è stata comprata e venduta. E’ irriconoscibile. Se sei seduto nell’auto di qualcuno e accendi la radio per pochi secondi, ti esplode addosso. E’ orribile da quanto è aggressiva e da quanto bisogno ha di afferrarti e uncinarti. Non posso sopportarlo. Devo spegnere la radio.

GG Quanto sei d’accordo sulla teoria secondo la quale, in un libero mercato, la gente può avere quello che desidera ed è libera di rifiutare ciò che non vuole e cercare qualcos’altro?

RC Si certo. Roba che funziona per circa tre giorni. (Risata) Dopodiché il tipo che ha avuto più successo inizia a comprare gli altri ragazzi e non è più un mercato libero. Ti fa ingoiare qualunque cosa, anche se non vuoi, perché è l’unico che ce l’ha. Poi capisce come risparmiare per costruirla e quindi guadagnare più denaro, vivere nel lusso, investire su qualunque boiata su cui mette le mani, rilevando tutti i piccoli. Ho letto un grande libro, la storia di Nabisco [National Biscuit Company]. E’ il libro sul capitalismo per antonomasia. Racconta di uno scaltro avvocato di Chicago che ha cominciato ad acquistare tutti i piccoli panifici di Chicago e dei paesi vicini. Per prima cosa ha comprato un grande panificio che aveva una ricetta di successo per biscotti e merende. Coi profitti di quel negozio ha comprato gli altri e ha imposto a tutti la stessa ricetta per i biscotti. La normale produzione fu quindi accantonata e questo ha causato dei malumori. L’avvocato dovette licenziare parecchie persone che lavoravano in questi negozi, perché non avevano gradito sentirsi dire che le loro ricette tradizionali non andavano più bene e dovevano essere quindi messe da parte a vantaggio della ricetta di Nabisco.

GG E’ stato il signor Nabisco quindi, a fare questo?

RC No, fu un certo avvocato Greenberg o qualcosa del genere. (Ride) Che aveva la National Biscuit Company. Fu grande. Ha costruito il suo fottuto impero nazionale su quella ricetta. Parte del successo stava nel fatto che quei biscotti avevano una data di scadenza più lunga rispetto agli altri prodotti. Introdusse anche un packaging moderno per le confezioni. Diceva che bisognava disfarsi di recipienti e mensole su cui i prodotti marcivano e venivano infestati dagli insetti. La pubblicità della Nabisco diceva pressappoco questo: “Casalinghe, basta passare i giorni davanti al forno, basta sprecare le giornate a far pane o biscotti per la famiglia e gli amici, ora potete acquistarli in confezione sterilizzata”. Funzionò.

GG E qual è la tua obiezione sul liberarsi dei contenitori infestati dagli insetti?

RC Gradualmente il prodotto divenne sempre meno genuino e più artificiale. La gente man mano si abituò perché era più semplice da gestire, più tranquillo, più affidabile. E’ come gli hamburger di McDonald’s. Tu sai cosa stai comprando. Il fattore imprevisto è eliminato. Non correrai mai il rischio di venire avvelenato dal cibo. Non sarà una cosa eccelsa, ma è pur sempre commestibile. Uguale dappertutto: conveniente, comodo, economico. Tra non molto tutti gli aspetti della vita diventeranno così. Tutto si sta trasformando in un hamburger di McDonald’s: commestibile, ma senza molta sostanza. Greenberg diventò incredibilmente ricco, un vecchio irritabile ragazzo odioso.

GG Pensi che ci sia della scorrettezza morale in questo processo?

RC Si, certamente. Credo che sia una cosa malvagia ed egoista fare questo al mondo solo perché tu solo possa ammassare ricchezze. Sapeva bene quello che stava facendo, era brillante, funzionava. John D. Rockefeller aveva fatto la stessa cosa.

GG Col petrolio.

RC Già, l’industria del petrolio. Era intelligente e infido, sapeva far bene i suoi conti e se ne uscì con un piano brillante: tirare il collo alle piccole compagnie petrolifere controllando il trasporto del prodotto. Brillante. Ma se ti è capitato di giocare a Monopoli, puoi capire dove porta inevitabilmente questo modo di fare. L’inevitabile tendenza dell’uomo: i furbi prenderanno il controllo di ogni cosa. Così è la vita. Marx aveva pensato a un’alternativa. Aveva visto questa tendenza palese. Ha passato 20 anni negli Archivi Reali di Londra a studiare il funzionamento dell’intero processo. Ma doveva esserci un modo più razionale per controllare gli spostamenti di beni e servizi. Queste cose non potevano esistere soltanto per il vantaggio delle persone che li possedevano. Non è questo il motivo della loro esistenza. Come dicevo prima, il libero mercato dura tre giorni. Quando hai abbastanza controllo, controlli l’intero gioco. C’è forse rimasto un 3% di mercato libero, che si oppone al 97% di folli macchinazioni finanziarie e giochi a chi arraffa più denaro, il tutto nelle mani dei ragazzi coi soldi.

GG Pensi che il governo degli Stati Uniti sia più efficiente, competente o attento al sociale rispetto alle grandi aziende?

RC Difficile da dire, finché le aziende controllano il governo. (Risata) Per la maggior parte. Il novantasette per cento, circa. Banchieri, affaristi, politicanti, sono tutti amichetti, frequentano gli stessi country club. C’è sempre stato questo “fattore potere” nella società umana. Guarda gli antichi Egizi. Questi tizi frustavano la gente per costruire le piramidi dei Faraoni. Siamo un po’ migliorati rispetto a quei tempi, di certo. La gente si ingegna di più. Capisce quali sono i migliori modi di operare e si evitano gli squilibri sociali, se li si vuole evitare. Se invece si trova un accordo e permettono che accada, accade. Si possono osservare molte cose intelligenti fatte e accettate da tutti –ad esempio il sistema della metropolitana di Parigi. E’ un eccelso sistema di trasporto pubblico. Non riesci a perderti, anche se non parli una parola di Francese. E’ stato pensato molto bene. A New York invece potresti trovarti smarrito anche se vivi lì da 20 anni. Puoi prendere lo stesso treno ogni giorno e perderti. E’ fatto male. Non è stato pensato in modo razionale. Il sistema della metropolitana di New York è iniziato con cinque aziende in competizione fra loro. A un certo punto si trovarono tutte controllate dalla città, ma non si riuscì mai a rendere razionale quel sistema. Le gallerie erano già pronte, con tutte le fermate, folli come a Times Square o nella 14ma strada. E’ un labirinto, quasi un incubo. Se scendi il sottopasso sbagliato, rischi di prendere il primo treno per Canarsie, scendere e venire ucciso. (Risata)

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GG Mmmm. Non ho capito il punto focale del tuo discorso.

RC Il punto è che esiste dell’intelligenza: se venisse applicata, potrebbe risolvere tutto. Ma ci vorrebbe un po’ più di rettitudine sociale per applicare questo sistema, e dovrebbe portare vantaggio a tutti. Bisognerebbe dire: Okay, vogliamo adottare questo sistema per portare vantaggio a tutti, pensiamo al miglior modo per realizzarlo. Potrebbe essere fatto. Talvolta le cose si incasinano, ma se il sistema è troppo grande o troppo centralizzato può diventare pericoloso, perché se si fa uno sbaglio, questo si ripercuote su tutti. Troppo centralismo, come in Russia, manda tutto a rotoli.

GG Pensi che questo crollo culturale che stai descrivendo-

RC Questo disastro, questo orrore…

GG –sia accompagnato da un crollo anche morale?

RC Certo. C’è proprio confusione morale. C’è sempre stata, perché è sempre esistito il “fattore potere”. Ma, lasciati alla loro immaginazione, le persone tendono a comportarsi in modo moralmente corretto.

GG Questo è vero, ma la conseguenza ultima della confusione morale è l’immoralità.

RC Si, l’immoralità sociale. Questa società accetta e agisce su premesse completamente immorali e tutti diventano complici di questo.

GG Una critica che i conservatori fanno spesso riguardo al dilemma del XX secolo è che il sistema di valori ha subito una battuta d’arresto quando la religione ha perso la sua autorità, e non c’è una disciplina morale abbastanza forte da prenderne il posto. Cosa ne pensi?

RC No, io sono convinto che le religioni portino in sé un sacco di cose immorali. Sono le ragioni legate al potere che guidano gli uomini alla testa delle religioni riconosciute. Quando prima ho detto “lasciati alla loro immaginazione”, intendevo dire: prendi la gente che vive in una società rurale, la cultura contadina o roba simile: sono stati abbandonati, molti di loro andranno avanti cercando di rendere le cose comode per se stessi senza interferire con nessun altro, perché credono che sia la cosa migliore da fare.

GG E’ perché non c’è nessuna tentazione economica. Ma, in una società come la nostra, come puoi combattere le seducenti tentazioni che ti dà il denaro?

RC Tutto l’ideale del comunismo marxista sta nell’eliminare le tentazioni. Devi mettere un tetto alla ricchezza e al potere che una persona sola può accumulare. Un tetto basso, magari… molto basso. Lenin. Stalin e gli altri tizi compresero che, per instaurare questo ideale nella primitiva società russa, bisognava essere, come prima cosa, duramente inflessibili (batte il pugno sul palmo della mano), per tenere sottomesso il popolo e dire che non si poteva andare oltre quel livello. Hanno raggiunto l’obiettivo opposto, il popolo ne ebbe abbastanza dell’intera faccenda. Sono stati troppo duri. Hanno ammazzato gente colpevole soltanto di aver avuto delle idee sull’iniziativa personale o imprenditoriale al di fuori della burocrazia del partito. L’unica ambizione accettata era quella di far carriera nella burocrazia di partito. Bisogna dire che nei primi anni della Russia comunista, sotto Lenin, è stato fatto un sacco di lavoro innovativo ed emozionante. Non so se hai mai visto qualcosa, ma negli anni 20, prima che Stalin prendesse il potere, erano davvero innovativi. Grafica d’avanguardia, incredibili quadri, e c’era molta libertà artistica. Il governo, in realtà, ancora non indicava agli artisti ciò che dovevano fare. Quello arrivò con Stalin. Quindi, non credo che sia impossibile. Intendo dire che puoi essere sotto il comunismo o il socialismo ed essere un artista libero, ma nel mondo ci sono molte teste di legno e molta gente che semplifica al massimo le cose e si comporta in modo estremo. Se noi avessimo uno stato comunista qui, sentiresti le persone dei ceti più bassi dire (con voce stridula e stupida): “E’ così che dev’essere. Non vogliamo quell’altra merda.” Ma, ingegno e intelligenza umana a parte, noi potremmo avere un gran bel mondo. Potremmo avere benessere materiale per ogni uomo sulla Terra. Chiunque potrebbe essere considerato un individuo. Solo non dovrebbe essere oppressivo.

GG Come mai questo non succede?

RC Non lo so. La gente è troppo assolutista, troppo rigida. Troppo spaventata. Come fai a convincerli ad accettarlo?

GG La vera questione è: come pensi di riuscire a disabituare la gente all’avidità?

RC Dando loro un’alternativa. Loro non sanno che c’è di meglio, un altro modo di vivere più appagante e più interessante, per quanto magari sia a un livello più semplice e meno materialista. Ecco, forse quando parli di limitazioni materiali, molta gente urla terrorizzata, perché per loro significherebbe tornare ad essere un miserabile immigrato dell’Oklahoma in cerca di lavoro. Temono solo questo, quando qualcuno propone un po’ meno materialismo. Per arrivarci, devono impegnarsi tutti. Non si può fare una cosa tipo “loro devono accettarlo, ma noi no”. Devono impegnarsi tutti. E qui sta il problema: coloro che hanno molto non vogliono assolutamente cedere. L’unico modo rimane combattere. Ecco la grande, fatale conclusione del continuo dibattito ideologico a sinistra: Cosa si può fare per evitare che questa gente cominci una lotta che potrebbe perfino portare il mondo intero alla rovina? Preferirebbero distruggere l’intera umanità, piuttosto che condividere quello che hanno.

GG Stai praticamente descrivendo la situazione odierna nello stato di El Salvador.

RC E’ la situazione che esiste in ogni luogo in cui c’è una guerra in corso. Sudafrica: i bianchi stanno bene. Hai parlato con qualche Sudafricano bianco? Dio, quanto si sta bene lì, per loro. E’ un bel posto, se sei bianco. Dolce il mondo, per loro. Quasi come negli Stati del Sud appena prima della Guerra Civile. Qualcuno però paga per questo. E’ difficile convincere la gente a cedere i propri privilegi, in tutto il mondo. In molti Stati si è passati al comunismo come alternativa perché in precedenza le cose andavano veramente male, tipo nell’Asia sud-orientale. Si sono ribellati all’antico regime ed è stato orribile. Adesso ci sono quei testardi burocrati comunisti, che però non mi sembrano molto meglio, a dire il vero.

GG Il comunismo è diventato tradizionalmente una sorta di dispotismo.

RC Già. Sarebbe interessante vedere cosa succede in Cina adesso. L’America è probabilmente il posto nel mondo in cui è più difficile avere una prospettiva di quello che succede altrove. Se vai in Europa e leggi i vari giornali, la percezione della politica mondiale è sensibilmente diversa da quella che abbiamo qui. E’ scioccante quanto faziosa sia qui l’informazione. Lo è talmente che siamo isolati dal resto del mondo.

GG Faziosa in quale direzione?

RC Verso la visione americana standard, ovviamente.

GG E’ davvero così?

RC Più o meno. Il punto di vista omogeneizzato, standardizzato, dei quotidiani americani…

GG Non condividi l’affermazione secondo cui i liberali dominano i mezzi di comunicazione?

RC Penso che ci siano un sacco di liberali nei media. Credo che la proporzione sia più alta nei media che nella società in generale. Ma i quotidiani di solito sono conservatori, quasi di destra. Anche le news in televisione sono parecchio conservatrici, se non di destra.

GG Ho sentito dire invece che le news in televisione siano dominate da un’inclinazione liberale. Così vale anche per i grandi quotidiani: il NY Times, il Washington Post, il LA Times, tutti di tendenze liberal.

RC Ma dai?

GG Si, mi spiace.

RC Gesù, che tristezza. Se sono liberali quelli … Gesù.

GG Stavo appunto per chiederti se tu consideri liberale il NY Times…

RC In Europa le notizie sui mezzi di comunicazione sono molto più raffinate rispetto a quello che succede. Molto più intelligenti.

GG Stai usando “raffinate” come eufemismo per “liberale”?

RC Non lo so, non ne sono sicuro. Essere liberal per gli Americani non ha nessuna attinenza con ciò che succede nel resto del mondo. E’ un fenomeno tipicamente americano.

GG Non credo che tu sia soddisfatto delle politiche di governo degli Stati Uniti degli ultimi 20 anni.

RC Ne sono molto insoddisfatto. (Ride) Credo che dovrebbero smettere all’istante di fare qualunque cosa. Se fossi il presidente, ecco quello che farei: prima di tutto non lascerei guidare nessuno al disotto dei 25 anni. E metterei fuorilegge tutte le moto.

GG Sembra un po’ restrittivo, Dittatore Crumb.

RC Hai ragione. Non sarei certamente amato dalla gente. Proibirei anche di attaccare gli amplificatori alle chitarre.

GG Sarebbe come la Grande Rivoluzione Culturale cinese.

RC Giusto. Ma sarebbe parecchio più tranquilla, se comandassi io. Avremmo una linea di tram da Central Lane a Winters. O almeno da Putah Creek Road. Mi piacerebbe andare a Putah Creek Road a prendere il tram. Questo sistema di cose che ti ho appena esposto andrebbe avanti per un sacco di tempo… un sacco di tempo.

GG Sembri costernato.

RC Beh, l’attuale sistema di cose è molto solido e altrettanto potente. Anche se si riuscisse a far qualcosa di veramente estremo tipo far saltare in aria tutto, resisterebbe. La Ford, la General Motors e la Litton Industries andranno avanti ancora un paio di secoli prima di trasformarsi in qualcos’altro.

GG In piccole città-stato?

RC Penso che potrebbe essere uno stadio della loro evoluzione o involuzione.

GG Si, ogni azienda diventerà come una piccola antica città-stato.

RC Hai ragione. (Ride) Controlleranno il territorio. “Hey, sei nello Stato della Ford. Faresti meglio a stare attento.” Ricordo che nei primi anni ‘70, direi circa dal ‘69 al ‘72, la gente parlava seriamente di rivoluzione. Si pensava che la rivoluzione fosse vicina e che ogni giorno fosse buono perché iniziasse. “Sta arrivando. State pronti. Da che parte stai? Meglio che ti schieri con i tuoi fratelli e sorelle.” (Ride) Era un discorso serio. Ma crollò a causa di quell’assioma secondo cui se non fai parte della soluzione, allora sei parte del problema. Per cui tutti si guardavano l’un l’altro con sospetto per vedere se venivano rispettate le corrette linee guida politiche. E’ stato come darsi fuoco da soli. La gente si accusava a vicenda di non essere abbastanza socialista o abbastanza qualcos’altro. Bisognava sempre stare attenti ad agire in maniera politicamente corretta, confessando i propri errori agli amici se si riconosceva di non averlo fatto. Parecchi fra i più severi e dogmatici estremisti che ho conosciuto in quel periodo sono oggi fra gli yuppie maggiormente ossessionati dal denaro.

GG La sindrome di Jerry Rubin*.

RC Hanno semplicemente archiviato tutto quanto come stupido idealismo giovanile. Non ho parole.

 

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*Jerry Rubin (Cincinnati, 14 luglio 1938 – Los Angeles, 28 novembre 1994) è stato un politico e attivista statunitense. Da giovanissimo intraprende un viaggio formativo in India e nei kibbutz in Israele. Esperienza che lo influenzerà notevolmente. Frequenta l’University of Cincinnati laureandosi in sociologia.
Nel 1964 visita Cuba, quando la rivoluzione castrista è in pieno sviluppo. Torna negli States e si trasferisce a Berkeley all’University of California dove indirizza i suoi sforzi verso l’attivismo sociale.
Organizza contro la guerra in Vietnam il VDC (Vietnam Day Committee), ed è co-fondatore dell’Youth International Party.
Nel 1968 partecipa come protagonista alle proteste contro la Convention Democratica a Chicago e con altri sei militanti viene incriminato per “cospirazione” ai danni degli Stati Uniti d’America. Diventa celebre, per aver coniato lo slogan: “Non fidarti mai di nessuno che abbia più di 35 anni”.
Nel 1970 scrive il manuale DO IT! Scenarios of the Revolution: avrà un notevole successo e sarà diffuso e tradotto in molti paesi occidentali.
Nel 1971 viene per l’ennesima volta incarcerato (reati di opinione).
Continua la sua fitta attività politica non convenzionale sino a metà anni settanta, a ridosso della fine della guerra in Vietnam.
Nel 1976 pubblica Growing (Up) at Thirty-Seven (dove descrive nei particolari la sua personale odissea di attivista radicale negli anni ’60). In seguito abbandona progressivamente l’impegno pubblico diventando un quotato businessman, con grossi investimenti nella neonata Apple Computer.
In quel periodo Rubin ipotizza un possibile scenario di capitalismo alternativo per il futuro dei paesi industrializzati occidentali. Tesi che raccoglie solo una parziale attenzione.
Una delle ultime apparizioni pubbliche sarà quella collegata a un giro di dibattiti nel 1980, organizzato con il vecchio compagno di lotta Abbie Hoffman, intitolato “Yippie versus Yuppie”.
Il 14 novembre 1994 lungo il Wilshire Boulevard di Los Angeles incappa in un rovinoso incidente automobilistico. Morirà 14 giorni dopo al Medical Center dell’UCLA.

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LA CULTURA SECONDO CRUMB

RC Allora dimmi Gary, cosa pensi di quel disco di Charlie Patton? Ti è arrivato?

GG Mi ha un po’ disorientato.

RC Immagino che tu non abbia sentito nulla di simile finora…

GG Beh no. Forse servirebbe un po’ di allenamento prima…

RC Si, può apparire un po’ strano. Musica di un’epoca diversa e di una cultura diversa. (Accentuando lo slang) Queste, amico mio, sono le radici del rock and roll.

GG Per cui non vado particolarmente pazzo.

RC Nemmeno io vado particolarmente pazzo per il rock and roll moderno. (Ancora in slang) Spazzatura. Ecco cos’è.

GG Ti interessa la scena punk o-

RC (Enfaticamente disgustato) NO! No, il movimento punk mi incuriosiva quando si espanse alla fine degli anni ‘70. Ho provato di capirne il significato.

GG E cosa hai trovato?

RC C’era qualcosa che ritenevo interessante, ma… Non lo so. Ho un amico che è un vero fan del punk rock. Dennis Worden. Dal 1981 circa mi ha mandato parecchi nastri di complessi punk fra quelli che lui considera più interessanti, insoliti, strani. C’era parecchia roba interessante, ma non mi ha coinvolto granché. A me piace la musica vecchia, tipo il Rockabilly degli anni ‘50.

GG Tu tendi a vedere il mondo popolato di personaggi grotteschi. Come mai?

RC Non lo so. Perché? E’ tutto carino, secondo te? Pensi che io veda il mondo grottesco? (Ride) Cosa significa grottesco?

GG Tendi a vedere le cose come se fossero corrose o appassite o contorte. Anche te stesso, per esempio.

RC Non è molto difficile capire perché. (Risata)

GG Accentui gli elementi più anonimi.

RC Ammettiamolo. Robert Redford non credo lo farebbe.

GG Garantito. Ma ci sta anche che un fumettista accentui certe caratteristiche per rendere i suoi personaggi più ridicoli o grotteschi.

RC Penso che sia già stato detto in precedenza che tutta l’arte che comprende i fumetti e il fare qualcosa di umoristico, implichi una certa tendenza all’esagerazione e al grottesco. Guarda tutta la produzione antica, tipo Gilray. Hai avuto modo di darci un occhio?

GG Uh-huh.

RC Hogarth e tutti i fumettisti del XVIII secolo avevano sicuramente quella tendenza. Ma anche i loro predecessori, ad esempio chi realizzava stampe popolari nel 1500 e 1600: stessa cosa, c’è il sensazionale e c’è il grottesco. Sembra sia davvero questa la tendenza nel campo dei fumetti, non ti pare?

GG Non so, direi che nei tuoi in parte c’è.

RC Oddio. (Risata) Io dico invece che ai fumetti moderni è successo l’esatto opposto e questo mi irrita mortalmente: una tendenza al romanticismo e all’idealizzazione della figura umana. Deriva dal Rinascimento italiano. E’ tutta colpa degli Italiani. (Risata) Michelangelo, Raffaello, e tutte le loro figure romantiche. Non ho mai amato nessuno di loro. Fra la roba vecchia apprezzo i pittori tedeschi e fiamminghi, Hyeronimus Bosch e Brueghel, questo genere di autori.

GG Perché non ti piace il Romanticismo?

RC Non mi attira proprio per niente. (Risata)

GG Solo questo? (Risata)

RC Non so esattamente quali siano i motivi. Tutto quanto riporta a Superman, a tutti i supereroi e alle strip di avventure cosiddette “serie”, che però io definirei come “lettura di evasione”. Si cerca di evadere dalla realtà della condizione umana, sia in positivo che in negativo. Ma non c’è il cuore. Brueghel era uno che aveva sentimenti veri verso il popolo; persone reali, non la realizzazione del desiderio di come avrebbero dovuto essere. Questo desiderio è stato soppiantato dalla gente reale e dagli eventi reali, comprese le angosce e le sofferenze della vita. Voglio dire, la gente dice che Brueghel è grottesco, ma se si osserva bene, è dannatamente realistico. Leggevo un libro su di lui pochi giorni fa e mi sono segnato una citazione che ho pensato si attagliasse molto bene anche ad altri artisti, forse anche a me. Ve la riporto: “Sebbene Brueghel fosse famoso già ai suoi tempi, le citazioni arcaiche della sua arte figurativa e il suo rifiuto di adottare lo stile figurativo che andava per la maggiore fra gli artisti rinascimentali italiani, ebbero, negli ambienti sofisticati, conseguenze negative sulla sua reputazione, sia quando era in vita che dopo la sua morte. La sua arte non si conformava alle regole stilistiche del tempo, con il risultato che la sua carriera non stimolò mai l’ancora primitivo senso storico dei primi critici d’arte.” Un’altra frase inizia così: “Il brutale pessimismo della visione di Brueghel…” eccetera eccetera.

GG Senti un’affinità, pare.

RC Si, ma (nei suoi dipinti) non è raffigurata molta più brutalità di quella che lui vedeva in prima persona. Hai avuto occasione di esaminare i suoi quadri?

GG Si, conosco bene le sue opere.

RC Contadini che danzano e ragazzi che suonano zampogne. Secondo me è una fotografia di quel tempo. Di più: lui ha catturato la vita di quel periodo esattamente com’era. Riesce a riportarti a quel periodo e a fartelo comprendere meglio di qualunque altra opera, di qualunque altro scritto. Brutale e pessimista. Beh, non so, io avrei detto realista. Tutto qui. Non credo che la mia arte sia grottesca per il solo gusto di esserlo, come faceva (S.Clay) Wilson, o anche qualche artista fantasy. La realtà è cruda, se ti costringi a guardare la gente, la gente vera e le cose che fa, e davvero osservi le persone per come sono. Le persone non sono molto belle idealisticamente. (Ride)

GG Non riesci a vedere nessuna qualità nell’idealizzazione? Come hai detto poco fa, comprende anche il Rinascimento italiano.

RC A me non dice niente. Michelangelo non mi dice niente. Nulla. Tutta quell’elegante muscolatura non mi dice niente. (Ride) Invece Brueghel mi colpisce intimamente e personalmente. Mi ricordo la prima volta che ho letto Mad: fu una rivelazione perché rappresentava il mondo esattamente come lo stavo vivendo io. Era una visione stravagante e ironica, un’esatta raffigurazione del mondo reale, compresi lo squallore e il sudiciume. Il mondo reale non è certo pulito, né lucido, né perfetto. Non dimenticherò mai la prima volta che vidi la copertina di Humbug n. 2. Era una rappresentazione cruda e fedele di un oggetto di uso comune come un radiatore, con quelle mutande appese sopra ad asciugare e una figura in secondo piano, in un’altra stanza, coi piedi in una bacinella d’acqua. Un sacco di dettagli, proprio come nei quadri di Brueghel e Bosch. Era il mio mondo, il mio tempo, e il posto in cui vivevo… Sono stato colpito come da un fulmine.

GG Non apprezzi nemmeno i lavori di fantasia?

RC Non mi interessano e basta. Quando la fantasia agisce in modo elaborato e intelligente magari mi intriga, ma quasi sempre la trovo insulsa e mi annoia. Il novantanove percento di tutta la fantascienza mi annoia, la considero una stupidaggine.

GG C’è stato un tempo in cui leggevi fantascienza…

RC No.

GG …o hai provato a farlo?

RC Provarci si, certo, perché molta gente che stimavo lavorava in quell’ambiente e mi diceva dai, dacci un occhio. Ho-hum. A stento sopportavo quei libri.

GG Non eri proprio innamorato di Frazetta, pare.

RC Oh, ho ammirato molto la sua tecnica. L’ho studiata, più o meno.

GG La sua tecnica pittorica?

RC Si, e anche i suoi disegni. Un paio di volte ho anche copiato i suoi disegni, e mentre li copiavo ho capito quanto fossero privi di intelligenza. Lui ha molto stile ed è anche bravo, ma non c’è molto pensiero, dietro i suoi disegni. Sono davvero insulsi. Lui è senz’altro il migliore artista di quella scuola.

GG Pensi che la gente debba evadere?

RC Mi sa che già lo fa.

GG Ma tu no.

RC Guarda dove abito. Un posticino dolce e adorabile, fuori in campagna. Sono un evaso. (Ride) Non vorrei vivere da nessun’altra parte nel mondo. E’ doloroso, alienante, confuso, spaventoso, là fuori.

GG Nel mondo dei centri commerciali.

RC Già. Il mondo reale. E’ un posto ambiguo e spaventoso.

GG Quindi, quello che hai fatto è stato creare una sorta di paradiso personale ed esprimere nei tuoi lavori gli aspetti meno piacevoli della vita.

RC Non sempre sono i meno piacevoli. Questa (la copertina di Weirdo n. 14) non è particolarmente sgradevole. Non penso, almeno. Semmai un po’ assurda. Qualche volta mi capita di rimuginare sugli aspetti negativi dell’esistenza. Ma non voglio essere considerato un artista che pensa sempre in negativo.

GG Però hai già questa reputazione. Che probabilmente ha accresciuto la tua popolarità (Scherzosamente).

RC Talvolta i miei disegni diventano un po’ irritanti. Ho appena finito un’invettiva contro il rock and roll moderno e la musica popolare su Weirdo: è un pezzo in cui esprimo un odio viscerale per Bruce Springsteen. Credo che solo questo abbia fatto allontanare almeno la metà dei miei devoti lettori. Credo che un sacco dei miei fan siano anche fan di Springsteen, pensano che sia grande.

GG Cos’è che non ti piace di Springsteen, o di quello che rappresenta?

RC E’ viscido, supponente e innaturale, anche quando cerca di dire qualcosa di profondo. Non lo so. La musica ha equilibri diversi rispetto all’arte visiva. E’ molto più sensibile alla supponenza e all’innaturalità. E credo sia perché la musica è un’esperienza più immediata.

GG Anche più immediata della televisione, che è visuale?

RC (Pausa) Forse no. La televisione va dritta al cervello.

GG O no. Beh, hanno fatto un bel matrimonio con MTV. Cosa ne pensi?

RC Non ne vedo molta, di quella roba. Alcune cose che ho visto mi sono piaciute. Poche erano dei veri capolavori. Credo che sulla musica si possa dire questo: anche la persona più comune e ordinaria può essere capace di fare grande musica, ma deve essere parte di una cultura autoctona. Se hai perso i legami con qualunque cultura indigena, è molto difficile fare musica buona, io credo. Quindi diventa costruita, industrializzata, massificata e tutto il resto. Se vai nei luoghi in cui la cultura indigena è ancora fortemente radicata –in Messico, ad esempio, puoi sentire piccoli gruppi formati da contadini che fanno musica assolutamente bellissima, che ti smuove nel profondo. E’ musica semplice, ma ci mettono dentro tutta la loro anima, in modo naturale e senza arroganza, senza alcuna aspirazione a scalare le classifiche. Non gliene frega niente dell’influenza creata col merchandising, di organizzare tournée, niente del genere. La musica è la prima cosa a mettersi in moto quando una cultura svanisce. (Sogghigna in modo autodenigratorio) Hanno tolto la musica alla gente per poi rivender loro la versione falsa di essa.

GG C’è qualche tipo di arte in America che tu consideri…

RC Viva e vegeta?

GG …che ancora mantenga le sue qualità autoctone?

RC Non lo so. L’intera cultura è diventata troppo “massmedizzata”. E’ tutta elettronica, non c’è rimasto granché di naturale, la gente non produce più la propria cultura, la propria musica o le proprie arti e mestieri. Una mia vecchia fiamma andò in Romania circa dieci anni fa, mi pare. In qualche modo si ritrovò sulle alte montagne, lontano dalle grandi città, e dalla lunga mano del governo. Diceva che lassù era incredibile, si viveva come nel XIX secolo. Ogni casa aveva il suo tetto scolpito a mano, la recinzione, le decorazioni tutto intorno, realizzate dalla gente che ci abitava. La gente abitava nelle case costruite da loro stessi. Tutto quell’artigianato, i ricami, i bellissimi vestiti, le coperte fatte a mano e tramandate di generazione in generazione. Cose fatte dalla gente, fiera di averle realizzate. Erano contenti così e non volevano assolutamente cambiare. Ma queste piccole cose sarebbero state portate loro via. Il governo avrebbe rimpiazzato le travi scolpite nel legno con pali metallici e cose di questo genere. E’ questo il modo per rovinare un processo virtuoso. Facevano la loro musica. Lei mi disse di aver visto questo ragazzo 15enne che suonava il violino mentre la sua fidanzata cantava, ed era bellissimo. Erano semplici ragazzi del villaggio, che avevano imparato la musica dalle generazioni precedenti. La loro naturalezza era quasi totalmente intatta. Avevano un piccolo allevamento di cavalli e mucche, e quasi tutto era scevro da tecnologie. E la gente era felice. Non erano particolarmente acculturati, ma nemmeno piegati dal lavoro. Facevano un sacco di feste. Si viveva di poco, la vita era semplice, ma ricca e interessante, e la gente era soddisfatta. Non davano per niente fastidio al regime. Il comunismo aveva eliminato la classe dei proprietari terrieri, quindi il popolo non doveva più pagare loro tasse pesanti. Dovevano però continuare a sfamare gli abitanti delle città fornendo parte dei loro raccolti.

GG Di che Paese stai parlando?

RC Romania.

GG Stai raccontando una vicenda recente?

RC Dieci anni fa. La mia ex fidanzata era in strada e una carovana di zingari procedeva con carrozze trainate da cavalli, dipinte con colori brillanti, e i musicisti che camminavano vicino a questi carri suonando violini e cornamuse.

GG Se è vero che la cultura americana è diventata troppo tecnocratica, perché la gente che ne è stata colpita riesce lo stesso a esprimersi?

RC Perché è stata loro tolta la voce. La persona media ti dirà, “Non so cantare, non ne sono capace”. Se non riescono a fare quello che fa Bruce Springsteen, pensano di non essere capaci di fare nulla. L’industrializzazione li ha intimiditi a tal punto che non riescono ad esprimersi e vivono in un perpetuo stato di distrazione, alimentata dall’industria del divertimento. Tutto ciò ha una origine di tipo commerciale, costruita al solo scopo di rendere ricche le persone che ne fanno parte.

GG Ma anche quando Bruce Springsteen esprime se stesso in modo genuino non ti piace?

RC No. Uh-uh. Troppo industrializzato, troppo viscido, troppo costruito. Non c’è la semplice voce schietta della persona comune, che è il solo tipo di musica che mi emoziona profondamente. Nella musica veramente spontanea, nei luoghi dove ancora ne esiste una, puoi sentire che la voce è potente e non impacciata e la gente non è ancora del tutto demoralizzata. Un’altra caratteristica delle persone cresciute nelle moderne zone suburbane è che non sanno che esiste qualcosa di meglio. Crescono credendo che il divertimento inizi quando si schiaccia un bottone o si gira una manopola. Non sono capaci di concepire di poter ricavare soddisfazione dall’imparare a fare da soli quelle cose. E quand’anche le cominciassero a fare, se un ragazzo volesse fare musica, penserebbe soltanto “Voglio fare un disco per andare anch’io in classifica, voglio essere anch’io una grande rockstar.” Non pensano “Voglio fare della bella musica”, o “Voglio suonare questa musica.” E’ tutto un “Voglio essere una star, voglio essere un rock-and-roll man molto figo.” (Sogghigna)

GG Questi due obiettivi si escludono l’un l’altro?

RC Si, credo di si. Uno ambisce solo alla fama, ai soldi, al potere. Non viene spontaneo imparare musica perché è un’estensione del tuo patrimonio culturale. All’inizio forse gli uomini riuscivano a pensarla in questo modo semplicemente per intrattenere gli amici, i parenti, il villaggio… Impari la musica, la musica emoziona, esprimi la tua personalità in quel modo senza ulteriori pensieri.

GG Cosa intendi quando dici “All’inizio”? Quando pensi che sia cominciato il declino?

RC E’ successo in epoche diverse e in zone diverse. Ci sono zone del mondo in cui ancora oggi la gente è genuina, e quando le scopri è meraviglioso. In uno sperduto bar del Messico, Arreola’s Café, i braccianti si incontrano portando le loro chitarre e le fisarmoniche, e si mettono a cantare. Grande. E’ la loro voce, la voce di un popolo. Niente a che fare con ciò che succede nei mass media. E’ stupefacente che queste cose esistano tuttora in California. Mi ricordo che ho parlato di questo con la padrona del ristorante. Le ho detto quanto mi piacesse la musica Norteño che suonavano i braccianti lì nel suo locale e lei mi rispose, “A me non piace. Preferisco la musica mariachi,” che è una musica tipica messicana, orgogliosa e arrogante. Secondo loro questa musica ha sfumature classiche, nel senso di “aver classe”. La musica Norteño, invece, è solo la musica dei contadini. (Ride) Chi guarda al futuro deve rimuovere questo atteggiamento, perché ricorda loro quando erano arretrati. E’ successo anche per la musica country americana. La gente se l’è messa talmente alle spalle che adesso quasi non esiste più. Sopravvive ancora da qualche parte. Qua e là saltano fuori dei revival, ogni tanto.

GG Però sai, i fumetti sono ancora un tipo di arte essenziale. Gli autori ancora li scrivono e li disegnano. Non sono ancora stati vittimizzati dalla tecnologia. Uno scrittore ancora scrive e un artista ancora si china sul tecnigrafo a disegnare. [Ho detto questo senza pensar alle spaventose implicazioni di Shatter*]

RC Beh, come dicevo, credo che la musica sia più sensibile a questi cambiamenti. E’ la prima cosa che è cambiata con l’entrata dei mass media. Arriva alla gran parte delle persone in modo immediato, mentre il disegnare materiali grafici richiede sempre un livello di competenza tecnica che va oltre la capacità media del contadino, perché servono i materiali e tutte le cose giuste per realizzarli. Per fare musica serve poco. Devi solo tirar fuori uno strumento in qualche modo. Queste cose, nelle comunità contadine, si sono tramandate senza l’aiuto di fattori esterni, cornamuse, violini, corni rudimentali. I fumetti implicano il processo di stampa. E’ una forma d’arte figlia della tecnologia, quindi deve risiedere in città: l’artista deve risiedere a New York o in un’altra città per stare dietro a tutto il processo. E’ una cosa realmente diversa. Alcune forme artistiche possono essere molto impacciate, ma se ti ci impegni, possono diventare grandi.

GG Pensi che una cultura come la nostra, che è diventata così tanto industrializzata e massificata e così via sia ancora capace di creare forme artistiche durevoli?

RC Certo, lo penso. Non è colpa della tecnologia, sono le persone che devono inventarsi cose nuove. Guarda il cinema. Sono state fatte molte grandi cose.

GG Ma anche i film sono realizzati da grandi professionisti e tecnici che di certo non hanno un background proletario.

RC Si, hai ragione. Bisogna avere un alto livello di competenza tecnica per utilizzare bene tutti quei materiali e fare le cose nel modo giusto. E’ molto diverso dalla musica. Anche la musica professionale può essere grande, certo. Basta che non sia brutta, falsa o artificiale. Quel disco che ti ho fatto sentire prima è degli anni 20; era un gruppo di grandi artisti. Credo che quella musica sia grande. Adesso è diventato un business completamente saturo di motivazioni dettate dal denaro. Non mi sembra di vedere molto cuore nella musica di questi tempi.

GG Sembra di capire che non sei un fan di Madonna.

RC (Ride) Non la caccerei dal mio letto, ma la sua musica in effetti non mi dice molto.

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I FUMETTI SECONDO CRUMB

GG Stai seguendo la questione della censura nei fumetti?

RC Oh, dici quella faccenda di apporre o meno ai fumetti un’etichetta che li classifichi in una specifica categoria? Diciamo di si. Ci sono i pro e i contro. Per un po’ ho pensato anche che fosse una buona idea. Credevo che potesse aiutare grossisti e dettaglianti a decidere di mettere i fumetti con il bollino “per adulti” in zone specifiche del negozio, per essere riconosciuti e individuati più facilmente. Per loro sarebbe anche stata una tutela maggiore. Ma poi un mio amico del nordest che lavora per la DC disse che secondo lui era una pessima idea perché parecchi commercianti non avrebbero mai più voluto nemmeno sfiorare i fumetti considerati “per adulti”. Riconoscendoli dall’etichetta li avrebbero rispediti al mittente e questo avrebbe danneggiato seriamente il mercato dei fumetti per adulti. Non lo so.

GG Beh, avrai saputo che recentemente un negozio è stato bruciato …

RC Si, in Illinois.

GG Sembra che la colpa in parte sia di Weirdo.

RC Già, Weirdo insieme a Omaha The Cat Dancer e altri fumetti simili. Sono sicuro che quando avvengono cose come questa, poi si ripercuotano su tutto il mercato dei fumetti e tutti si spaventano. Si perde la voglia di continuare ad occuparsi dei fumetti per adulti. Forse bisognerebbe trovare il modo di cambiare il tipo di negozio in cui venderli o tentare altre modalità di vendita: i normali negozi di fumetti evidentemente non sono più il miglior posto per vendere fumetti per adulti. Non so quale possa essere il miglior modo di procedere –forse ordinarli per posta, o qualcosa di simile. Mi piacerebbe continuare a realizzare fumetti per il resto della vita, ma non so se ne sarò capace. Gli sbocchi si stanno sempre più restringendo. Non so. A volte spero che succeda una grande svolta improvvisa, che qualcuno se ne accorga, che questa cosa fallisca miseramente e noi tutti si possa fare un sacco di soldi disegnando fumetti pazzeschi.

GG Beh, Maus ha sicuramente dato una svolta.

RC Si, beh, con l’edizione economica… Pekar non è mai riuscito a cavar fuori nulla dai suoi comics finché la Doubleday non pubblicò quel libro. Nessuno gli prestava attenzione, prima. Forse qualcuno. Ma chi non ha mai visto nulla di suo, compra l’edizione economica. Non sarebbero mai andati in un negozio di fumetti, e se avessero visto esposto American Splendor non l’avrebbero mai acquistato. Ma prenderebbero molto sul serio quel libro, se lo trovassero da Walden o in negozi simili. A me non piace quel tipo di “format” per i fumetti, e non mi piace neanche il pensiero di fare qualcosa appositamente per quel tipo di format. Io prediligo i piccoli albi da 36 pagine. Amo quel formato. Mi piacerebbe fare solo quelli finché ne sarò capace.

GG Beh, puoi pensare che quel libro sia una sorta di “somma” di tre o quattro di quei tuoi albi da 36 pagine.

RC Yaach! Non dirlo neanche.

GG E’ troppo per te, eh?

RC Troppo. Non ci pensare nemmeno. L’albo da 36 pagine è un progetto piccolo –non come impegno, qualcosa che puoi riuscire a finire nell’arco di pochi mesi. Ed ecco qua, stampato, questo piccolo oggetto carino. Sono davvero innamorato degli albi da 36 pagine.

GG Beh, i capitoli di Maus originariamente erano di circa 24 pagine ciascuno, se non sbaglio.

RC Giusto. Non so, io dopo dieci pagine sarei contento se avessi già finito il lavoro. Come quella storia tratta da Krafft-Ebing** (da Weirdo n.3). Mi sono davvero divertito e l’ho trovata interessante, ma dalla decima pagina sarei stato felice di avere già terminato il lavoro. Quando un impegno di quel genere ti coinvolge così profondamente, quando lo finisci è un sollievo. Non sono sicuro di saper disegnare una storia di 100 pagine per cui dovrei impegnarmi per molto tempo.

GG Pensavo a qualcosa tipo “allungare la tua arte”. Una sfida.

RC Una storia così lunga? No. Mi piace variare gli argomenti. Non voglio trattare un solo argomento per così tanto tempo. Devo poter uscire da un tema e cercare una nuova idea.

GG Cosa intendevi dire con la tua storia I Once Led The Life of a Millionaire, in cui Snoid, per puro capriccio, fa in modo che la sua cameriera di colore gli diventi ostile?

RC Cosa intendevo? (Ride) Cosa intendevo dire? Cosa intendi dire, chiedendomi cosa intendevo dire?

GG Beh, prima l’hai resa estremista, poi l’hai di nuovo ridotta alla sottomissione, hai messo in mezzo il gruppo eversivo e l’hai di nuovo fatta diventare estremista e alla fine hai messo Mr. Snoid in cima al suo palazzo che bruciava, facendogli dire che sarebbe morto per il materialismo.

RC Mr. Snoid, l’ultimo dei reazionari. (Ride) Quando le fiamme arrivarono a lambirgli i fianchi, ha dovuto arrendersi. Tutto gli si rivoltava contro, quindi si è arreso, ha chiesto scusa e ha provato a cominciare a comportarsi bene. (Risata) Gli hanno messo il cappello da somaro e lo hanno portato in giro per le strade.

GG E’ così che finiva?

RC Certo. Ha dovuto farlo, non aveva scelta. Non ha avuto abbastanza palle per portare a termine la sua bravata e morire davvero tra le fiamme.

GG Per principio.

RC Non ha difeso fino alla fine le sue convinzioni: è tornato sui suoi passi decidendo di vivere. Non erano per nulla principi  comunque. Solo parole. Snoid è un tipo corrotto. (Ride) E’ il mio personaggio preferito. Non ha assolutamente nessuna qualità che lo riscatti.

GG Non è la stessa critica che hai fatto a Cerebus?

RC Non è quello che ho detto, Gary. Te lo dico meglio: non solo Snoid non ha nessuna qualità che lo riscatti. E’ che non ha nessuna qualità. Non c’è altro da dire sui personaggi. Sono deboli. Lo stesso Cerebus è un personaggio complesso, ma è… non so come definirlo esattamente… si merita le coccole come un arrogante.

GG Saresti sorpreso se ti dicessi che Cerebus è considerato uno dei fumetti più politicamente e socialmente acuti oggi pubblicati?

RC Certo, lo so. Tutti amano anche Bloom Country. Che ti posso dire? Non so perché alla gente piaccia quella roba. Fa tutto parte delle preferenze personali, su quello che ci si abitua a vedere nella vita, cosa si conosce delle cose. Forse è solo ciò che di più interessante sono riusciti a scovare, o ciò che riescono ad accettare maggiormente.

GG Una cosa che ha sorpreso me invece, è che negli anni ‘60 tu eri completamente indifferente all’influenza dei fumetti della Marvel.

RC Perché ti sorprende?

GG Considerando la tua passione per i fumetti e l’impatto che ebbe la Marvel negli anni ‘60, pensavo che li apprezzassi anche tu.

RC Ho provato a dar loro un’occhiata, ma quando ero piccolo i supereroi non mi interessavano. Non mi hanno mai interessato, a dire il vero. Preferivo leggere fumetti criminali o dell’orrore, ma mai i fumetti di supereroi.

GG Cosa pensavi della Marvel a quel tempo?

RC Li ignoravo. Per me era spazzatura, merce deteriorata. Non mi piaceva niente di quel genere. All’epoca non c’era assolutamente nessun fumetto americano che mi interessasse. C’era anche qualcosa di buono, tipo qualcosa di Jules Feiffer, ma non nel mercato dei comic books.

GG Ti sconcerta sapere che esista qualcuno capace di produrre due storie di fumetti al mese?

RC Ossignore! Quello che sconcerta è che quel qualcuno sia capace di continuare a farlo svuotandosi in quel modo. Come si può tenere lo stesso livello qualitativo durante tutta la storia? Io non ci riuscirei. Intendo anche fisicamente. Mi verrebbe il maldipancia. Ma posso capire chi si inventa e fa propria una tecnica rilassata per fare disegni piacevoli, pronti, fatti a tutta velocità.

GG Come definiresti un professionista che lavora per tirare a campare?

RC Qualcuno che non riesce a concentrarsi per lungo tempo su quello che sta facendo, e per questo lo fa meccanicamente. Ho lavorato anch’io così. Devi fare in modo di levarti il lavoro dalle scatole il prima possibile. Quindi trovi il metodo più semplice di procedere e in qualche modo finisci la storia. La soluzione migliore è inventarsi uno stile rilassato o una tecnica che fa sembrare tutto a posto senza eccessivo sforzo. Non possiamo biasimare chi disegna così: chi fa fumetti mettendoci il giusto tempo, non fa molti soldi.

GG Stai parlando con cognizione di causa.

RC Oh, ma certo. Il fatto di impiegare del tempo in più per fare una cosa raramente paga. Gli autori delle locandine più pagate o delle illustrazioni per Playboy possono permettersi di impiegare del tempo in più. Io invece accetto anche di essere pagato meno, ma voglio fare a modo mio. Preferisco fare questa scelta.

GG Mah, sai, probabilmente il 90% di chi disegna comic books fa quello che vuole.

RC Novanta percento? La pensi così? Credi davvero che facciano quello che vogliono?

GG Si.

RC E sono felici?

GG Molto contenti, si.

RC Ommioddio, che mondo! (incredulo) E tu ci credi veramente?

GG Certo.

RC Deprimente. Siamo al grottesco. (Risata) Questi tizi sono contenti di imitare la spazzatura della Marvel. Per certi versi io sono all’esatto opposto di tutti gli autori che fanno fumetti di fantasia. Io ho il mio piccolo personale mondo rarefatto che mi sono costruito, da cui ho rimosso tutta quell’orribile merda ispirata dai centri commerciali e da McDonald’s. Mi affascinano le vicende del mondo reale e mi piace riprodurle nei miei lavori. Se qualcuno vive nella merda ed è ormai rassegnato, dovrebbe poterne fuggire col suo lavoro, il lavoro stesso dovrebbe essere di per sé una fuga. Non vedi mai un’auto o un telefono in Elfquest o in Cerebus. O spazzatura in strada. Non c’è niente del mondo reale. In quei fumetti non vedi mai goffa gente di periferia con indumenti di poliestere di taglia sbagliata stretti intorno alla loro pancia grassa. Sono tutti fisicamente tonici, anche “i cattivi”. Non sono grotteschi come ti aspetteresti.

GG Come fai a essere sicuro di non esserti isolato troppo dal mondo reale tanto da avere una percezione distorta della realtà?

RC Non ne sono sicuro. E non credo nemmeno di percepire la realtà com’è. Ma ho coltivato il desiderio di osservarla. Ancora ce l’ho. Penso che sia una cosa giusta da fare: osservare la realtà e vederla per quella che è, talvolta portandola nei miei lavori, perché tutti gli artisti che io ammiro l’hanno fatto, da Brueghel e continuando un bel po’ oltre fino a Will Elder.

GG Ti senti sotto pressione a causa del fatto che le tue opinioni e i tuo punti di vista non sono molto condivisi?

RC Beh, io vivo nella mia piccola atmosfera rarefatta, quindi questa cosa mi tocca solo superficialmente. In effetti, quando vado alla Dallas Comicon, mi sento assediato. Questo perché io non concepisco certe cose. Non vado alle convention dei fumettisti perché per me è parecchio fastidioso vedere tutta quella gente avvolta in vestiti stupidi. (Risata) Io vado per la mia strada.

GG Quali fumetti o fumettisti ti senti di consigliare?

RC Non so. Non molti. (Risata) Sul serio, non lo so. Non posso dire alla gente cosa leggere e cosa no.

GG Ma io volevo solo sapere le tue preferenze.

RC Mi piace Weirdo. Leggete Weirdo. (Ride)

GG RAW?

RC Si, RAW va bene, per quanto non ne vada pazzo. Mi sembra che abbia un po’ troppe pretese artistiche.

GG Maus ti piace?

RC Si, è molto interessante, come fumetto. Credo che faccia del suo meglio per adattare i temi che tratta alla forma del comic book. Mi ricorda molto il fumetto giapponese Gen of Hiroshima, molto simile a Maus per quanto riguarda la strana dicotomia che c’è tra ciò che succede e come viene rappresentato. I disegni sono in uno stile quasi spensierato; inoltre l’argomento è molto cupo e greve, la tristezza è assoluta. E’ solo la verità di un avvenimento terribile che è successo, la verità che deve essere raccontata. E’ quando i fumetti vengono utilizzati in questo modo che si vede tutta la loro potenza. Gen è la cosa che mi ha dato più informazioni su quel periodo storico, un resoconto personale a fumetti che si percepisce in modo davvero forte. Mi ha fatto comprendere quegli avvenimenti nel modo più deciso di cui io abbia mai avuto esperienza. E lo stesso ha fatto Maus. E’ interessante anche perché non si vedono molti fumetti che trattano questi temi, benché io pensi che ci sia un gran potenziale per parlare di argomenti forti attraverso i fumetti. Harvey Pekar è un altro che mi piace. Amo molto il suo lavoro. Riesce a fare grandi cose con il mezzo “comic book”. Tutta la sua opera sarà ricordata per lungo tempo e se ne parlerà parecchio anche dopo che la robaccia Marvel sarà ridotta a un cumulo di spazzatura polverosa. A nessuno interesserà più di quella roba. Diventerà esattamente come le dime novel del 1890. Nessuno le legge più, nessuno presta loro la benché minima attenzione. Sono diventate chiacchiere sterili, lavori mediocri. Sonetti improvvisati dell’aristocrazia del XVIII secolo. Mi sembra abbastanza lampante.

GG Sei stato lapidario, secondo me.

RC Lo penso anch’io. Puoi anche dire “L’ultima parola di R. Crumb.” Uno dei miei fumetti preferiti che ho visto recentemente è Heartbreak Soup di Gilbert Hernandez. Lo disegna ancora?

GG Si, praticamente su ogni numero di Love & Rockets.

RC Ho pensato che fossero fumetti ricchi. Mi piacciono quasi più di quelli di Jaime.

GG Cos’è che non ti piace nei fumetti di Jaime?

RC Sono troppo leziosi e non hanno molto a che vedere con la realtà. Quelli di Gilbert invece vi si rifanno parecchio. Puoi imparare molto da quei fumetti. Sono anche divertenti. Mi piacciono i disegni, le storie sono ironiche… insomma, c’è dentro tutto.

GG Hai sempre una predisposizione per i dettagli scabrosi.

RC E’ la realtà ad esserlo.

GG Ma la realtà ha i suoi alti e bassi.

RC Hai ragione, è così, ma…

GG Ma tu sembri negare una cosa in favore di un’altra.

RC Se un artista lavora solo per mostrare un prodotto carino e affascinante, per me diventa subito vacuo. La reputo una menzogna, la menzogna di aver omesso parte della verità. E quando ometti troppa realtà, rischi di dire una menzogna.

GG Ma omettendo invece i momenti felici o piacevoli o carini, non credi che la verità sia rappresentata in modo distorto?

RC Momenti piacevoli. Mi chiedo quando è stata l’ultima volta che ne hai avuto uno. Ma dai…. (Sophie, la figlia piccola di Crumb, entra nello studio) Ecco, questo si che è un momento carino.

GG Qui ti volevo! Hai dimostrato ciò che intendevo.

RC Hai ragione, Gary. Sono d’accordo.

GG Stavi passando dei momenti piacevoli anche un’ora fa circa, mentre giocavi con tua figlia. Nei tuoi fumetti non se ne vedono molte, di queste scene.

RC Dici?
GG Raramente (Risata)

RC Evidentemente non sono ancora pronto a mostrare i miei momenti carini. E’ difficile per me. (Ride) Penso sempre che per qualche ragione questo non mi dia soddisfazione. Non sono per nulla capace di fissare i momenti carini. (Risata)

GG Stavo solo cercando di difendere il lavoro di Jaime per riequilibrare un po’ la tua seriosità con certi momenti frivoli. Il suo lavoro è una rappresentazione veritiera di questi due aspetti, che nella vita coesistono.

RC Mi ricordo la prima volta in cui ho letto Love & Rockets. Ho letto la prima storia e ho capito subito che non mi ci sarei appassionato. Perciò ho accantonato il libro per un paio di mesi. Poi, siccome lo vedevo sempre in giro per casa, l’ho ripreso in mano, l’ho sfogliato e mi sono soffermato su “Hartbreak Soup”. Ho fatto così: (prende una rivista, la alza verso il viso, poi la spinge via come un elastico) BOING! Questo si che sembra qualcosa di reale. E’ reale. L’altra roba non mi aveva preso a quel modo, non aveva la stessa sostanza, la stessa corrispondenza col reale. Sono sempre eccitato e felice quando trovo qualcosa di veramente vicino alla realtà. E non ci crederai mai, il suo lavoro è molto meno popolare di quello del suo fratello minore. (Risata) Il ragazzo, Jaime, sa veramente come si disegna una bella ragazza. Tutte le donne di Gilbert hanno quella strana combinazione di caratteristiche, molto umana, che le rende in qualche modo imperfette. Non disegna mai donne perfette: gli riconosco questo merito. Lui sa, e ha il coraggio di ammettere, che ogni donna ha qualche difetto. (Ride) E se ce n’è una che non ne ha, diventa non-interessante. Nei disegni di Gilbert c’è cuore, c’è solidarietà, c’è un’umanità che ti prende. Il resto sono solo fantasie che riguardano una vita abbagliante, in cui ogni istante è parte di un pacchetto che contiene avventura, sesso, suspense, eccitazione. Il ragazzo ha una formula di successo. Non può perdere.

GG Sai, negli ultimi tempi ho capito che molti dei migliori fumetti attualmente in circolazione sono di natura biografica o autobiografica, tipo quelli di Pekar, di Spiegelman, perfino quelli di Jack Jackson sono storicamente biografici. I fratelli Hernandez sono un’eccezione perché il loro è un lavoro di fantasia.

RC Il più autentico e autobiografico lavoro di Gilbert è quello che amo di più. Mi piacerebbe che riuscisse a tornare all’epoca dei fatti e li rappresentasse nei suoi fumetti.

GG Preferiresti che riuscisse a far questo piuttosto che leggere i suoi fumetti di adesso?

RC Si.

GG Come mai?

RC Penso che possa dimenticarsi di quegli eventi man mano che il tempo passa. Beh, è anche vero che mi sono perso i due ultimi numeri. Avevo letto su The Comics Journal che era tornato su quegli argomenti, anche meglio che nei primi episodi. Nei primi dieci numeri circa di Love & Rockets ha parlato di fatti realmente accaduti. Io penso che si sia stufato e per un po’ ne abbia parlato in modo più frivolo. Mi piacerebbe vederlo inserito nella realtà che conosce e osservarlo mentre la rappresenta.

GG Dici che ti piacerebbe vederlo rappresentare qualcosa di autobiografico?

RC Certo. Sarebbe grande. Davvero vorrei vederglielo fare. Secondo me è il più eloquente esempio di autore che racconta come si cresceva in quella cultura. Non ho mai visto nulla di simile in nessun fumetto –immagino che in letteratura sia stato fatto- ma nei fumetti non c’è mai stato nessun autore appartenente alla cultura Messicana o Latina che abbia toccato questi argomenti.

GG Ma secondo me questo è meno autobiografico rispetto a qualcosa che esca dalla sua immaginazione.

RC Certo, posso essere d’accordo. Ma anche così, si riesce a capire molto più di quella cultura rispetto a qualunque altra cosa letta a proposito. Ci sono fumetti demenziali che arrivano dal Messico che tentano di rappresentare quella cultura, ma in modo inconsapevole. Quei fumetti e tutto l’ambiente delle soap opera rivelano molto di quella cultura, ma senza saperlo. Sono davvero primitivi.

GG L’argomento al quale volevo portarti è: secondo te qual è il motivo per cui attualmente i migliori fumetti sono di natura biografica o autobiografica, in opposizione a quelli prettamente di fantasia?

RC In parte è dovuto al punto in cui è l’America oggi, e con essa la cultura. Tutto è diventato confuso e folle a tal punto che, se vuoi dire qualcosa di onesto, puoi farlo solo raccontando le esperienze che hai vissuto davvero, anche se molte di queste riguardano la confusione e l’alienazione in cui versa l’America ai giorni nostri. Crescere nell’America postbellica: un’esperienza demenziale.

GG Ma questo non vale per la narrativa.

RC Ah no?

GG No. Voglio dire, la migliore narrativa non è autobiografica, di solito.

RC Charles Bukowski è uno dei miei scrittori preferiti, al momento. Lo definirei abbastanza autobiografico.

GG Davvero?

RC Si. Quasi completamente autobiografico. Alcuni dei suoi migliori lavori sono le lettere che ha scritto alla gente. E’ realmente disinvolto, mentre parla della sua vita. E’ così grande, così ricco. Da quando faccio parte anch’io del moderno fenomeno americano, sono più attratto dagli scritti autobiografici, dai diari, anche degli scrittori passati, piuttosto che dai romanzi o dalla narrativa. Secondo me in questi ultimi ci sono molte più stronzate.

GG Pensi che abbia senso affermare che un lavoro autobiografico tenda a limitare l’uso dell’immaginazione?

RC Si, che ha senso. Potrebbe perfino riuscire a renderti incapace di realizzare ogni tipo di fiction. Appena dopo aver finito un pezzo autobiografico è quasi impossibile schiacciare l’interruttore che ti fa diventare uno scrittore di romanzi di fantasia. I lavori di Aline sono totalmente autobiografici. Non riesce a inventare né delle storie, né dei personaggi. Credo che non ne sia assolutamente capace. Ma quello che riesce a fare è un dono. Dire la verità sulle esperienze che ti sono capitate e farlo bene e in modo divertente è un vero dono. Mi attrae particolarmente quel modo in cui si autobiasima, trasformando anche se stessa in un personaggio. Trovo invece irritante chi fa lavori autobiografici rappresentando se stesso in modo eroico. Un sacco di fumettisti l’hanno fatto, di mostrarsi davvero fighi. Ritengo tutto questo mortalmente noioso.

GG Per esempio chi?

RC Will Eisner. Sharon Rudahl. Trina (Robbins). Molto spesso la gente fa credere di essere l’innocente personaggio di Candido. Io stesso sono colpevole di questo. E l’ho trovato davvero irritante.

GG L’hai trovato irritante perché tu non pensi che sia la verità.

RC Si, è come se volessi mettere da parte te stesso. Tutti sono pazzi, tutto ciò che ti circonda è follia, solo tu sei figo. Qualcosa del genere. Non sei onesto con te stesso. Quando incontri qualcuno che si è comportato in questo modo, ti sembra che sia un po’ stupidotto. Sembra che loro stessi non riescano a fare i conti con ciò che hanno fatto. Un sacco di artisti e comici di religione ebraica hanno un’autoironia propria della loro cultura, che li porta a prendersi gioco di se stessi. E’ una caratteristica innata. Per i Cristiani, i Cattolici e i WASP è innato il contrario: per loro è difficile essere autoironici. Per me è stato un esercizio –tipo yoga- beccarmi quella roba Ebrea. Visto che ai Cristiani fin dalla nascita viene insegnato ad ambire ad essere perfetti, è difficilissimo per loro ammettere –soprattutto pubblicamente- di non esserlo. C’è una sorta di rigidità nella gente cattolica o WASP, che gli Ebrei non hanno. Gli Ebrei riescono a irritare i ”goyim” ridicolizzando questa loro rigidità. Quando curavo Weirdo, i materiali che prediligevo –a prescindere dalla loro crudezza o non-professionalità- erano quelli da dove usciva una verità anche subconscia. Era materiale molto raro da trovare. E normalmente non ha nulla a che fare con le abilità professionali dell’autore. Alcuni di questi erano molto qualificati ed esperti, altri per niente. E’ solo una peculiarità che alcune persone hanno.

GG Quindi l’unico criterio che usavi per selezionare i materiali di Weirdo era quello di favorire i prodotti del subconscio? Non ne usavi altri?

RC Il mio unico scopo era rendere Weirdo piacevole da leggere. Vedevo materiali davvero demenziali, ma diavolo se erano accattivanti. Ma si sarebbero sgretolati negli anni, sarebbero diventati incoerenti, e questo è seccante. E’ sempre stato raro trovare materiali coerenti nel tempo. Molti mi chiedevano, “Come hai potuto pubblicare la roba di Eleanor Norflus? Come hai potuto pubblicare questo, come hai potuto pubblicare quello?” Pubblicavo la roba che mi piaceva. In effetti è difficile vedere della coerenza nei materiali che utilizzavo: sono tutti diversissimi, a volte in modo sconvolgente. E’ l’unico modo in cui posso spiegare la mia linea editoriale. Credo che molto dipendesse dalla sola mia opinione personale. Ma sai, purtroppo non c’è un gran mercato per fumetti di questo genere. (Risata)

GG Non c’è un gran mercato dove far dilagare il tuo subconscio?

RC No, è troppo minaccioso verso la società, anche se solo attraverso segni sulla carta. E’ troppo inquietante.

GG Cos’è che ti piace del lavoro di E. C. Segar?

RC All’epoca i cartoonist uscivano dai guai. Si evince dal loro lavoro, non riuscivano a staccarsene. Era parte del loro mondo. Segar non ha mai concepito di rappresentare qualcosa che non appartenesse al suo mondo. I fumetti che disegnava avevano come protagonisti le persone che poi avrebbero letto i suoi fumetti. C’è una sorta di qualità, benché trasandata, in questo: guardando quei fumetti puoi sentire il profumo del pane raffermo e del cavolo bollito. E’ roba pesante. Inoltre trovo brutto che non abbiano pensato a mantenere questa qualità nel film che ne è stato tratto. E’ una vera vergogna. Un totale abominio contro Popeye. Non è bello. Gli attori invece erano tra i migliori: l’attrice che impersonava Olive Oyl non era male. E Robin Williams è stato molto bravo.

GG Perché credi che sia difficile per te forgiare un’identità individuale come artista? Il 95 per cento degli artisti in attività possono essere accomunati a un mix di artisti diversi.

RC Certo, perché l’imitazione o la somiglianza è un atteggiamento che non fai coscientemente. Non puoi dire, “Ora vado, mi siedo e mi forgio un’identità, perbacco!” (Ride) Credo che questa sia una cosa che non si riesce a controllare. Molte persone interessanti che conosco sono pazze. C’è qualcosa in loro che semplicemente non riescono a codificare con gli schemi cosiddetti normali. Spesso non è piacevole trovarseli in giro. Gente come Harvey Pekar o Bruce Duncan sono talmente incazzati che difficilmente si riesce a sopportarli per lungo tempo.

GG Includi anche te stesso in questa categoria?

RC Non lo so. Credo di non poter essere molto obiettivo su me stesso. Non credo di essere pazzo come loro. Io ho cercato di far funzionare la mia famiglia, loro no. Devo per forza essere un pelo più stabile.

GG Ma in un certo senso un artista deve essere in grado di trovare il modo giusto di esprimersi liberamente, e tramite questo fare anche autocritica.

RC Si, sono d’accordo.

GG Se un artista non riesce ad essere autocritico, è perso.

RC Si, là fuori c’è una continuità culturale in movimento perpetuo e molti artisti cercano sempre di emulare quella che a loro piace di più, mentre ogni tanto potrebbero provare ad essere originali e innovativi. Quello che tu ammiri ha sempre a che fare con i valori in cui hai creduto o che hai abbandonato durante la tua crescita, sono parte di quel passaggio critico. Quindi, se hai ammirato Frank Frazetta, finirai col diventare…

GG Un pessimo artista?

RC O forse anche un buon artista-emulo-di-Frank-Frazetta. Quando disegno, ho sempre in mente le cose che mi piacciono e cerco di emulare le stesse qualità nel mio lavoro. Quando tratteggio, penso sempre a Thomas Nast. Come diavolo avrebbe reso, lui, un effetto 3D con le palle? Penso un sacco a Brueghel, e anche a Will Elder.

GG Allora pensi che tali pregiudizi si assimilino in giovane età?

RC O preferenze, o in quale altro modo tu voglia chiamarle, tutto ciò che ti conquistava quando eri giovane e che ancora hai dentro. Una cosa che non riesco a fare è dire a me stesso, “Devo disegnare questo fumetto nello stile di R. Crumb.” Non sono per niente capace di lavorare in quel modo.

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CRUMB SECONDO CRUMB

GG Sei mai stato all’università?

RC Università? Ma va. Mai frequentata.

GG Esclusiva istruzione personale?

RC Direi più idiota sapiente. A volte penso che mi piacerebbe essere andato a scuola da giovane. C’è un sacco di roba che sto imparando ancora adesso, mentre avrei potuto farlo da piccolo. Il guaio è che quando sei giovane, molto spesso non riesci a valutare le informazioni che ti arrivano e per questo le ignori. Le cose accadono proprio sotto il tuo naso e non ne approfitti. Quindi non so se sarei andato all’università se ne avessi avuta l’occasione. Ricordo che Jaime Hernandez mi raccontò di quel ragazzo che mostrò loro (ai fratelli Hernandez) tutto quanto su come si disegna, insegnandoglielo magistralmente. L’hanno imparato bene: hanno l’abilità necessaria e sono capaci di utilizzarla. Mi meraviglio di quanta padronanza della tecnica ci sia nei loro lavori. E peraltro sembra che a loro venga facile, appunto perché l’hanno imparata da piccoli. Non devono combattere oggi per averla. Io ogni volta mi costringo a tenere correttamente la mano. Dove cavolo sta l’articolazione di questo maledetto dito? Lo sai tu? Ogni volta che disegno una fottuta mano, per farla come si deve devo guardare la mia.

GG Ancora combatti con questo genere di problemi?

RC Oh si. Si vede anche nei miei disegni. Soprattutto quando cerco di disegnare in modo realistico, si nota una certa goffaggine. La storia su “Patton” (Zap n. 10) ne è un esempio lampante. In sostanza tutti i miei primi lavori erano solo figure a forma di pneumatico di bicicletta. O salsicce, se preferisci.

GG Ma anche i disegni che hai fatto a 18, 19 anni erano straordinariamente acuti.

RC Si, ma in modo divertente, eccentrico. Non erano certo disegni tecnicamente ineccepibili. Erano eccentrici, strani. Andavano bene, OK, ma quello era il mio limite. Se avessi voluto fare fumetti sulla gente vera, la storia sarebbe stata ben diversa. Ho cercato di migliorare questo aspetto solo negli ultimi due anni.

GG Come hai imparato a disegnare? Hai studiato sui libri?

RC Un po’. Non è granché utile, studiare disegno sui libri. Per disegnare dal vivo devi forzare la tua mano a imparare a farlo. Vedi, a scuola la disciplina e la preparazione sono già tutte lì, devi avvantaggiarti di questo. Se non sei stato a scuola, devi acquisire da solo sia la disciplina che la preparazione. Parecchio più difficile. A scuola ci vai ogni giorno, e lì c’è sempre qualcuno che supervisiona e vede quello che fai. Va bene quando sei giovane, se sai apprezzarlo. A molta gente non va giù. Conosco dozzine di persone che hanno frequentato la scuola d’arte e non hanno imparato per un cazzo a disegnare solo perché non apprezzavano le regole della scuola.

GG Anche oggi pensi di non avere una buona tecnica di disegno?

RC Non l’ho mai avuta. Non sono mai stato un disegnatore. Quello che ha deciso per me è che i miei occhi erano incasinati e per questo ho dovuto capire la prospettiva quando ero molto piccolo. Quando avevo cinque anni riuscivo a disegnare un transatlantico che si avvicinava e poi si allontanava diventando sempre più piccolo. La gente diceva, “Diamine, guarda che disegni fa, il ragazzino. Che prospettiva. Veramente bravo.”

GG Ufficialmente quindi non hai mai imparato la tecnica prospettica dei tre o quattro punti?

RC Non ho mai studiato alcuna teoria prospettica. Ancora adesso infatti mi causa dei guai. Spesso la disegno sbagliata. Prendo in mano il lavoro e dico, “Oh mio dio, la prospettiva è completamente toppata.” Butto via tutto e ricomincio daccapo, o cambio radicalmente alcune cose. Nell’estate del 1964, come molti giovani artisti, per un certo periodo ho disegnato ritratti sulla passeggiata in riva al mare costruita con assi di legno. C’era, fra gi altri, un ragazzo portoricano, anche lui faceva ritratti, chiedendo $2,50 per un profilo, $5 per un ritratto frontale. Aveva circa vent’anni, come me, ma riusciva a rendere le somiglianze quasi perfette. Non solo: disegnava la gente talmente bene che tutti sembravano belli, eleganti, simpatici. Erano tutti dannatamente soddisfatti dei suoi ritratti. Ero meravigliato. Mi sedevo a guadarlo chiedendomi cosa vedessero i suoi fottuti bulbi oculari. Era così rilassato, era impressionante. “Come ci riesci?”. Non parlava nemmeno inglese. Aveva solo quel dannato talento.

GG Ma c’è una certa sterilità in quell’impeccabile rilasatezza.

RC Certo. Però mi sarebbe piaciuto sapere come ci riusciva. Credo sia bello esser capaci di fare una cosa quando vuoi farla.

GG Gil Kane una volta mi ha detto che tu eri uno dei disegnatori più naturali e dotati che abbia mai lavorato nel mondo dei fumetti. E’ davvero impressionato dai tuoi lavori.

RC Davvero? Dev’essere cieco. Dice cose senza senso. Buon disegnatore ‘sto cazzo. E’ l’ultima delle mie capacità. Magari posso essere un cartoonist divertente e piacevole, ma di sicuro zero tecnica. Nei miei disegni c’è ogni tipo di goffa grossolanità, specie in quelli del periodo in cui facevo largo uso di stupefacenti. Se anche avessi imparato uno straccio di tecnica, ormai è letteralmente andato in fumo. (Risata) Durante gli anni ‘70 ho potuto osservare la progressiva diminuzione delle mie abilità dovuta all’abuso di droghe, fino al punto in cui tutto raggiunge un livello di semplicità primitivo, iconografico. Subito dopo aver smesso con la droga ho cominciato a risalire di livello perché di nuovo mi interessava raggiungere una certa padronanza nel disegno.

GG Ti dai delle regole quando ti metti a disegnare?

RC Oh si. Mi esercito un sacco. Faccio schizzi, di tanto in tanto. Li faccio quasi automaticamente. Smetto e riparto a seconda delle emozioni. Ho sempre voluto riflettere alcuni aspetti stilistici della cultura che mi affascinava più che imparare a disegnare, specialmente quando prendevo l’LSD. Mi affascinavano alcuni stili dei cartoni animati.

GG Hai detto che la tecnica di disegno è l’ultima delle tue abilità. In cosa pensi di essere bravo?

RC Forse nel fare fumetti di critica satirica, in un certo senso. E forse nel saper raccontare storie. Penso che a un certo punto io sia diventato un buon inchiostratore. Credo di avere uno stile di chiaroscuro abbastanza piacevole. (Risata) Sono orgoglioso della mia capacità di disegnare chiaroscuri come quelli di Thomas Nast che riproducono una bella profondità e dimensione. A un certo punto le capacità che hai diventano miracolose perfino per te. Ti vien da dire, “Dio, posso davvero farlo,” e sembra davvero impressionante. Ci hai lavorato talmente a lungo che è davvero soddisfacente riuscire a farlo, e anche bene. Adesso sai che puoi sederti e farlo. Certo, magari a volte devi faticare un po’, ma con la consapevolezza che finirai quello che ti sei messo in testa di fare. E questo è parecchio soddisfacente.

GG Da dove arriva la tua abilità nella narrazione, invece?

RC Quando ero piccolo ho fatto un mucchio di storie per i comic book. Mio fratello tra l’altro era molto più bravo di me. Era capace di tirar fuori storie davvero divertenti. Gli veniva davvero semplice. Mi era difficile stargli dietro. In realtà, da ragazzino, io ero più interessato al disegno in sè. Mentre a lui fondamentalmente piaceva raccontare storie con personaggi divertenti. Non gli interessava il disegno. Ma a furia di leggere e realizzare tutti quei fumetti, capisci, a un certo punto cominciai a pensare di mettermici sul serio. Mi allenavo, cercando di capire come la gente dialogava e agiva. C’è voluto del tempo prima di sentirmi pronto a pubblicare qualcosa di mio. Anche alcuni dei miei primi fumetti di Fritz non avrebbero dovuto essere pubblicati. Erano solo esercizi. Non avevano un aspetto professionale, per gli standard del tempo. Le cornici non erano precise, il lettering era buttato giù in fretta. Ho pensato, “Beh, fra poco, quando anch’io avrò qualcosa da pubblicare, dovrò farlo in modo più professionale.” Tutto avrebbe dovuto essere più rigoroso, il lettering più conciso… ma tutte queste regole furono gettate alle ortiche con l’avvento dei fumetti underground.

GG Mi ha sconcertato una tua dichiarazione che ho letto qualche tempo fa. Dicevi: “La domanda che devi farti davvero è: quanto dannato sudore sei pronto a versare per far bene questo disegno? Hai voglia di sudare sopra il tavolo da disegno? Son capaci tutti di inventare storie, sai.” Ora, questo non solo sembra essere lontano dal vero, ma di certo è lontano dalla tua posizione filosofica come artista.***

RC Ho detto questo? (Ride)

GG Proprio così.

RC (Ride) Hai ragione, è proprio una cazzata. In giro non vedo assolutamente idee. Non vedo nemmeno molto sudore sui tavoli da disegno. Per fare prodotti artistici interessanti bisogna metterci molta energia mentale. Vero è che un sacco di gente ci investe della fatica perché magari alcuni hanno idee interessanti ma non la pazienza di rappresentarle a fumetti. Disegnare buoni fumetti è davvero un gran lavoro, sul serio. Non basta ideare personaggi interessanti, bisogna anche pensare a una trama, a un intreccio, che tutto funzioni. Dopodiché, si devono organizzare le tavole, fare i balloon, il lettering, sviluppare una particolare abilità per disegnare lo stesso personaggio più e più volte, e nello stesso tempo rendere il tutto piacevole da leggere e con un senso logico. Non è facile. Non tutti ci riescono.

GG Qual è la parte del processo che porta via più tempo?

RC L’inchiostrazione. Porta via un sacco di tempo, ma è un lavoro gradevole.

GG Gradevole nel senso di rilassante?

RC Si, soprattutto quando si tratta di lavori come questo (la copertina di Weirdo n. 4), dove tutto è curato da me, dove esprimo le mie idee. Effettivamente, amo tutti gli aspetti del mio lavoro. E’ una vera soddisfazione.

GG Quanto tempo ci vuole per inventare una storia rispetto al disegnarla sul foglio?

RC Non molto. Sono fortunato. Sono una delle poche persone al mondo che ha un lavoro che lo soddisfa appieno. Avere una tale soddisfazione personale dal proprio lavoro è una vera fortuna.

GG Nelle tue strip ad argomento politico tendi a non formulare risposte, ma piuttosto a porre questioni. Così facendo, implicitamente ammetti di non avere risposte a tali domande.

RC Immagino che detta così sia un po’ sconfortante. Si, non mi sento a mio agio a fare vere e proprie prediche in ambito politico sulle soluzioni ai problemi e a come dovrebbero andare le cose. Ero così quando lavoravo per Winds Of Change.

GG Le strisce di Mode O’Day sembrano quasi una parodia sugli yuppie e sulle persone che vorrebbero appartenere alla classe medio alta.

RC E’ un po’ vago. Si, non è chiarissimo il bersaglio delle critiche, perché non mi conosco molto bene. Sono reazioni istintive, di pancia. Un artista ha detto “Non posso essere ritenuto responsabile per i prodotti che arrivano dal mio subconscio.” E’ più o meno come mi sento io: finché sono consapevole di ciò che mi succede a livello inconscio, non credo di dovermi fermare, o provare a percorrere la strada del “politically correct”. Una parte della mia mente non pensa che certe cose siano corrette, pensa solo che le cose siano fottute.

GG Intendi la parte cosciente della tua mente?

RC Qualunque cosa sia. E’ come una nonnina seduta in disparte che ti dice sempre qual è “la cosa giusta” da fare. Nel mondo dell’arte non funziona altrettanto bene. E’ la piccola, prudente parte di te che vuole fare sempre quello che è giusto.

GG Ritieni che sia impossibile per un artista esprimere sinceramente il proprio subconscio quando non ne ha il piano controllo?

RC No, è possibilissimo controllare il subconscio. Spesso una persona non capisce nemmeno quanto si stia contenendo mentre si comporta in modo trendy, o in modo che lui considera trendy. Raramente si trova qualcuno che lascia libero il subconscio, perché la gente ne ha paura. Potrebbe non essere la cosa più chic da dire. Quello che succede nel loro subconscio è quantomeno strano e alieno a loro stessi.

GG Ma secondo te non dovrebbe essere comunque rivelato, in qualche modo?

RC Certo. E’ sempre svelato, ma spesso lo è in modo involontario. Anche leggendo i fumetti della Marvel scopri rivelazioni collettive, represse, subconscie. Non dichiarazioni personali, ma collettive. Nella cultura popolare le varie forme d’arte possono dirti cosa succede davvero sotto la superficie. Puoi farlo anche con quei fumetti di merda della Marvel, ma gli stessi artisti non se ne rendono conto. Non lasciano uscire il loro subconscio, è solo un girarci intorno. Fondamentalmente è una pazzia collettiva. E’ ciò che rende la classe media così affascinante da studiare. Puoi vedere la pazzia collettiva.

GG La cultura popolare porta questa pazzia collettiva alla superficie?

RC No, è il comportamento collettivo che è demenziale. E’ già in superficie. Dovresti starne lontano per capire quanto è demenziale. Se lo analizzi dopo anni, riesci a capire quanto un comportamento fosse folle, ai tempi. E’ più difficile riconoscerlo nel presente. Ma a dire la verità, sono rari gli artisti capaci di permettere al loro subconscio di avere un qualche tipo di ruolo.

GG Questo è interessante, perché ho sempre pensato che i tuoi lavori non fossero mediati.

RC Alcuni più di altri. Dipende da come mi sento. A volte vengo stimolato da eventi improvvisi. Circostanze esterne.

GG Il permettere al subconscio di uscire non è l’unico modo che hanno gli artisti di dire la verità, sei d’accordo?

RC Si, sono d’accordo, perché il tuo subconscio non riconosce mai la verità. Conosce soltanto l’istinto o le idee. Cos’è la verità? E’ una sorta di rivelazione, non un fatto concreto tipo uno più uno uguale due. Quella non è verità, è aritmetica. Se guardi un’opera artistica e ti si accende una scintilla, quella è una rivelazione. Non puoi dire, ”Ecco quello di cui si parla, ecco la verità”. Forse non si riesce nemmeno a definire. E’ una sensazione che si prova.

GG Secondo te esistono artisti veri che meticolosamente, intellettualmente, si esercitano in quello che fanno?

RC Certo, e talvolta ne esce anche la verità. Se la persona ha il desiderio sincero di raccontare la verità, spesso avanza a fatica in mezzo a tutte quelle stronzate intellettuali. Se quel desiderio è presente, a volte funziona e a volte no. E’ complicato. A volte una persona deve essere folle per riuscire a raccontare la verità. La mente è davvero un gran bel casino.

GG Stai dicendo che riesci consciamente a esprimere il tuo subconscio. Non è una contraddizione in termini?

RC E’ complicato. Ti sei messo in una bella merda complicata, adesso. Devi credere in te stesso. Siamo nel campo della fiducia. Talvolta gli artisti rischiano di diventare arroganti perché hanno talmente fiducia in se stessi da farla uscire. Serve una sorta di arroganza egotistica per fare questo. Puoi davvero perderti se non credi abbastanza in te stesso. Non si incontrano di frequente persone così. Io ci combatto ogni volta; è parte della tensione di tutto il processo. Questa tensione, insieme al progredire è parte del motivo per cui le persone si identificano con essa e per cui è attraente, perché tutti noi ci sforziamo di sapere chi siamo e di capire cosa realmente succede. Chi riesce a esprimere articolatamente tutto questo in un’opera d’arte è molto d’aiuto, perché chi fruisce di quest’opera, sia essa musicale, artistica o letteraria, ne viene arricchito e ne è felice. “Non si vive di solo pane.”

GG A parte la mancanza di talento, cosa pensi degli artisti che non riescono a scavare nel proprio subconscio, o che non si preoccupano di tralasciare certi aspetti della verità?

RC Di solito lo fanno perché vogliono fortissimamente compiacere il gruppo. Per dar loro ciò che vogliono o ciò che credono essi vogliano. Lo fanno per denaro o per ottenere approvazione. Puoi avere le più oneste ideologie politiche e voler aiutare l’umanità, ma resti in mezzo al nulla se tieni sepolto il tuo subconscio per avere l’approvazione del gruppo. Di solito comunque, le ragioni sono più personali. Questo atteggiamento serve per far “progredire” se stessi in qualche modo. Alcuni riescono a compiacere il gruppo, sono maledettamente piacevoli e diventano grandi esperti nel loro lavoro, e fondamentalmente non si parla di nulla che sia vicino al reale, ma vende, funziona. Finalizza il desiderio di ognuno di appartenenza a un gruppo. Crea un sogno di favola su come dovrebbe essere il mondo ideale.

GG Suppongo che il desiderio di appartenere a un gruppo sia un impulso inconscio che magari uno non sa di avere e che può essere impossibile da superare.

RC Naturalmente. Non pensano di agire a quel modo per appartenere al gruppo, pensano solo che sia figo, che sia la cosa giusta. Anche qui ci sono pro e contro. Molti artisti di quel genere hanno elementi di verità nel loro lavoro. Non è tutto bianco o tutto nero.

GG Ti senti in dovere di fare…

RC No. (Risata) Non mi sento in dovere di fare niente. Immagino di non voler essere troppo nero o deprimente nei miei fumetti. Sai, alcuni artisti si compiacciono di essere tetri, tipo S. Clay Wilson. Lui ha una visione talmente cupa della vita che vomita fuori tutti i più orribili incubi. Spero di non fremere mai di rabbia tanto da mettermi a fare fumetti del genere. Non riesco a definire cosa io stia facendo in realtà, non mi conosco bene. Combatto con questa cosa ogni volta che mi siedo qui (indica il tavolo da disegno) e mi chiedo cosa sto facendo, cosa significa questo? Non lo so nemmeno io. A volte credo di capire il significato dell’opera dopo averla guardata e mi dico: oh certo, ora so cosa significa. Di solito si tratta di qualcosa di strano nel mio subconscio. E questa, per me, è la cosa più interessante per cui lottare: tirar fuori qualcosa di cui nemmeno tu stesso conosci il significato. E’ complicato essere un avtista. (Risata)

GG Credi che questo conflitto fra pragmatismo e…

RC Essere un artista…

GG …essere un artista stia diventando più intenso?

RC Diventa più intenso man mano che diventi vecchio, già.

GG Intendi che diventa più intenso mentre invecchi o che è più intenso a quell’età?

RC Non lo so. Non conosco bene come stavano le cose in passato, quindi non ti so dire. Voglio dire, puoi anche idealizzare gli artisti del passato, ma anche loro avevano i loro problemi. Molti di loro sono morti giovani o sono stati rovinati dalle circostanze o diventarono matti.

GG Tendo a pensare che la pressione commerciale oggi sia maggiore che in ogni tempo perché ogni cosa viene trattata alla stregua di prodotto. Da vendere e comprare.

RC Si, ma anche i tempi del mecenatismo non erano proprio tutti rose e fiori. Ho letto l’autobiografia di Benvenuto Cellini, lo scultore del Rinascimento. Non ci si può credere. Duchi, vescovi e cardinali, papi –quelli erano delle canaglie, nel vero senso della parola. Cellini poteva lavorare per loro mesi e mesi alla più bella statua di marmo con la promessa che sarebbe stato pagato con migliaia di ducati, mentre invece riusciva a malapena a coprire le spese. E’ anche successo che i suoi “mecenati” lo abbiano fatto arrestare con un pretesto e fatto incarcerare, solo per non doverlo pagare. Sono arrivati a screditare la sua reputazione a tal punto da costringerlo a lasciare la città-stato e a ricominciare daccapo altrove. Cellini ha passato in questo modo la sua intera vita. Questo per dire che è sempre stato difficile essere un artista. E’ difficile uscirne vivi. Maledetto fottuto pianeta. (Ride) Ma no, su, la vita è bella. Cerchiamo di essere positivi. (Ride) Una delle ragioni principali per cui continuo a vivere è pensare di non avere ancora realizzato la mia opera migliore. Ho paura e penso di stare correndo fuori tempo. Ho ancora un po’ di roba da fare. Non posso lasciare le cose così, il lavoro non è ancora abbastanza buono. Ci sto arrivando. E’ questa la mia “eredità”?

GG Ieri hai detto una cosa che mi è parsa davvero interessante. Stavo leggendo un vecchio fumetto di Fritz The Cat e stavo notando quanto fosse diverso il tuo approccio al disegno, alla scansione di pagina e all’uso dei neri, e tu mi hai risposto che l’esperienza che hai acquisito nel disegno non è ancora matura…

RC Non del tutto. Un po’ si. Certo, qualcosa si è perso. Guadagni in esperienza, ma ti dimentichi qualcosa durante il viaggio: l’acquisizione di nuove conoscenze non è una linea retta. Si può pensare che lo sia, ma non è una regola fissa. Talvolta fantastico sulle cose che ho fatto da giovane: adesso non saprei nemmeno da che parte cominciarle. Ma adesso faccio cose che all’epoca non mi passavano neanche per l’anticamera del cervello. In certe cose ero davvero brillante, da giovane. Avevo una perspicacia che adesso non ho più. La mente ha il suo picco di lucidità a 25 anni.

GG Davvero?

RC Così dicono. Sei molto perspicace ma di contro, a quell’età, non raggiungi picchi elevati di, lasciami dire, conoscenza o saggezza. Hai invece il picco della capacità di recepire le cose e della velocità con cui riesci a farlo. Con l’età questo si affievolisce.

GG Perspicacia in che senso? Che tipo di perspicacia vedi nei tuoi primi lavori che adesso non ritrovi?

RC Difficile da definire con precisione. Alcuni aspetti tecnici. Dopo aver iniziato ad assumere tutte quelle droghe alla fine dei ‘60, ho perso molte delle capacità tecniche che avevo accumulato. Quando ero alle prese con un approccio ai fumetti religiosamente visionario, che avevo dopo aver assunto LSD, semplicemente dimenticavo di concentrarmi sulla tecnica. Ero fisicamente incapace di concentrarmi sulla tecnica di disegno. Quello faceva parte del “modo lineare” che era stato perso.

GG E stai ancora tentando di recuperarlo?

RC Beh, da quando ho smesso con gli stupefacenti ho recuperato, ma in un certo senso sono anche andato oltre le abilità tecniche che avevo da giovane. Ma a 19, 21, 23 o 25 anni avevo una intensità di concentrazione che ora non ho più. Non so se questo è un risultato dovuto al danneggiamento del cervello causato dalle droghe o solo dall’età, ma di certo devo sforzarmi molto di più per ottenere un livello di concentrazione come quello che avevo da giovane.

GG Di quale aspetto particolare del tuo lavoro stai parlando?

RC Di tutto. Il completo, totale epicentro di qualunque cosa, lo facevo senza alcuna distrazione. Intero, chiaro, senza interferenze. Nessuna paralisi mentale. Buona parte era grazie al fatto di non avere responsabilità alcuna. Assolutamente niente da pensare se non ai miei 19 anni. Eventualmente alle ragazze. (Ride) L’unica distrazione. Adesso ne ho 43 e la vita è più complicata. Deve voler dire qualcosa. C’è anche un motivo fisico. Penso davvero che mentre invecchi perdi un po’ di intensità mentale, anche se hai accumulato della saggezza, che compensa quella perdita. Ti da un vantaggio che non hai quando sei giovane. Credo di essere così anch’io.

GG E’ interessante che tu ti descriva in questo modo, perché a me sembra invece che i tuoi primi lavori fossero molto più spontanei. Adesso sembra pianificato molto più attentamente.

RC Ah, certamente. La spontaneità arriva da quella pura, incontaminata energia della giovinezza. A 20 anni puoi uscire e correre a rotta di collo per un chilometro senza problemi. Quando ne hai 40 devi programmare seriamente una corsa come quella, sapere precisamente quello che stai per fare. E’ esattamente la stessa cosa. Essere capaci di avere la concentrazione che ti serve per fare le stesse cose più attentamente.

GG Sei sempre preoccupato di essere ripetitivo?

RC Si che ne sono preoccupato. Ho quelle due o tre ossessioni alle quali sembro sempre ritornare. Quella di essere attratto dalle donne col culo grande, ad esempio. Non riesco a sfuggire da queste ossessioni.

GG Certo, certo. Mi stavo giusto chiedendo quanto a fondo saresti capace di scavare nei tuoi problemi con le donne.

RC Indefinitamente. Potrebbe durare per sempre. (Ride) La prima volta che l’ho fatto (“My Trouble With Women”, Zap n. 11), appena finito il lavoro ho realizzato di avere grattato a malapena la superficie. Quando invece ho finito la seconda puntata (Hup n. 1), ho capito che stavo iniziando a farci i conti. E c’è una cosa alla quale più ci penso e più ne sono convinto: non arriverò mai alla puntata n. 25. (Ride)

GG Pensi che scandagliando le tue nevrosi potresti diventare autoindulgente?

RC Oh si, sono certo che potrei. Gli infiniti lamenti e piagnistei su come sono stato perseguitato e miserabile quando avevo 20 anni. Ma non lo so…

GG Sei anche ritornato a Mr. Natural.

RC (Ride) Sono sorpreso che non l’abbiano accolto come pensavo che avrebbero dovuto accoglierlo. Le persone a cui piace quel fumetto, di solito le rispetto meno di quelle che amano “Trouble With Women”.

GG Penso che le strisce odierne di Mr. Natural siano molto più autocoscienti delle prime.

RC Hmmm. Mi solleticava l’idea di riprenderlo, ma quando mi ci sono messo ho avuto problemi per ambientarlo nel periodo alla fine degli anni ‘80.

GG Beh, penso che fosse evidente. Era palese che stessi tentando di renderlo un personaggio contemporaneo.

RC Come Dagoberto. Mi chiedo cosa facesse Dagoberto negli anni ‘80, per amor di Dio.

GG Yeah.

RC Non so, ho un’altra idea per una striscia di Mr. Natural, una continuazione di Devil Girl. Ma non ne sono sicuro.

GG Stai cercando deliberatamente di cercare di essere un artista?

RC No, non deliberatamente. Non penso che si possa pianificare. Davvero. Credo anche che per me sia meglio non farlo. Non ho una formula per tirar fuori delle idee. Arrivano loro quando vogliono e in modi diversi, lo sai. Anche dalle biografie di figure le cui vite per me sono davvero avvincenti per qualche ragione, ad esempio quella di Jelly Roll Morton o Boswell. Nella mia stessa autobiografia sembro essere sempre più profondo. Man mano che diventi vecchio trovi la tua giovinezza sempre più affascinante. Vedi la tua vita con un po’ più di distacco. Sono davvero sorpreso del fatto che ancora mi piaccia disegnare. Mi sento molto fortunato. Non so chi devo ringraziare per questo. Quanti a 43 anni possono dire di amare ancora il loro lavoro? Mi piace buttar giù schizzi sui miei album come quando avevo 19 anni.

GG Ti senti costretto a disegnare?

RC Si. Se passa qualche giorno senza che io lo faccia, mi deprimo. La vita diventa del tutto insignificante. Sono legato a doppio filo al disegno. Se non disegno, mi sento una nullità. Mi piace anche suonare, ma sento che non è la stessa cosa. E’ più una distrazione. L’arte è la mia vita, Gary, che ci posso fare? (Risata)

GG Sei un artista.

RC Uno dei benefici che mi dava l’LSD era quello di separare un pochino il mio ego dai miei disegni e questo permetteva al flusso dell’ispirazione di invadermi. Quando uno ha un ego parecchio invadente, è sempre preoccupato per quello che fa, si irrigidisce, perde molto di spontaneità. Quando prendevo tutti quegli acidi il mio lavoro diventava spontaneo di brutto. Avevo passato gli anni precedenti a combattere con quella rigidezza, ora avevo la capacità di essere spontaneo. L’acido mi separava dal mio ego e quindi mi liberavo, diventavo disinvolto, sentendomi come mai mi sono sentito, anche negli anni successivi. Quando persi le mie illusioni verso le droghe e smisi di assumerne, ho pensato che non avrei più avuto fonti di ispirazione. Ma quando diventi vecchio, la tua stessa crescita diventa la tua ispirazione.

GG La sola esperienza di vita?

RC Certo. L’accumulo delle tue visioni sulla vita. E’ così ricca e interessante da sola che non hai più bisogno di nessun’altra ispirazione.

GG C’è un senso nei tuoi lavori autobiografici in cui cerchi di risolvere qualcosa, di mettere ordine nella tua vita?

RC Oh, certamente. E’ una terapia, chetticredi! Tutto diventa sensato. Prova e capirai.

GG Ma davvero tutto questo funziona o fa solo nascere altre domande?

RC Beh, tutto ciò che funziona fa nascere altre domande, che però diventano più interessanti e più precise. Non c’è fine alle domande. E’ come togliere degli strati. Man mano la cosa si fa più interessante. Come ho detto, il grosso problema con cui devo lottare in questo periodo è prepararmi all’azione per riuscire a lavorare e a concentrarmi su quello che sto facendo. Diventa sempre più avvincente e interessante man mano che invecchio. Esprimere la mia vita nel mio lavoro diventa un’emozione talmente autosufficiente, interessante e completa che vorrei investirci tre quarti della mia vita, se mi verrà consentito.

crumb women

*Shatter è un fumetto digitale creato da Peter B. Gillis e Mike Saenz, edito da First Comics. Il primo numero è del 1985. Sono storie di fantascienza sullo stile di Blade Runner, in un’ambientazione immaginaria in cui le condizioni di vita sono estreme, difficoltose e derivano da privazioni, oppressione o terrore. E’ stato il primo fumetto commerciale realizzato interamente al computer, in controtendenza rispetto al metodo tradizionale di fare comics: inizialmente veniva disegnato con il mouse su un computer Apple di prima generazione; i disegni venivano poi passati a una stampante a matrice di punti, sempre Apple. Queste stampe venivano fotografate allo stesso modo degli originali disegnati a mano e venivano create le separazioni cromatiche nel modo tradizionale. In pratica era il processo inverso che si usava tradizionalmente: si disegna in bianco e nero, si scansisce e si applicano i colori con la computergrafica.

**Richard von Krafft-Ebing (Mannheim, 14 agosto 1840 – Graz, 22 dicembre 1902) è stato uno psichiatra e neurologo tedesco naturalizzato austriaco.

Deve la sua fama all’essere autore della Psychopathia sexualis (prima edizione in tedesco: 1886), il primo tentativo di studio sistematico, quasi “enciclopedico” dei comportamenti sessuali devianti. L’opera ebbe un vasto successo di pubblico, nonostante i passi giudicati “scabrosi” fossero tradotti in latino; nella versione rivista da Moll fu ristampata ininterrottamente fino alla fine del XX secolo.

Su Weirdo n. 3 Crumb disegna la storia di 10 pagine Psychopathia Sexualis

***Da un’intervista condotta da Keith Green nel 1974. Ecco il testo: “[…] Quite the contrary, my dear fellow. The Mr. Natural story was quite easy to do. It just required drawing Mr Natural over and over again, sitting in the desert in the same position. What it really gets down to, though, is how much god-damned sweat are you willing to put into a drawing? Do you feel like sweating over the drawing board? Anybody can think up ideas, you know? […]”

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