giovedì 22 gennaio 2015

Dissertando di Camere Chiuse:John Dickson Carr Vs Clayton Rawson

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Il primo ad aver inventato una Camera Chiusa, The Big Bow Mystery, nel 1896, fu Israel Zangwill; ma il primo ad aver elevato il problema ed il sottogenere narrativo, che da essa prese il nome, ad un tale livello di raffinatezza da assurgere a vette di inusitata grandezza, fu John Dickson Carr.

John Dickson Carr, che pur americano visse per molti anni in Inghilterra, fin dall’inizio della sua attività, provò a fondere, nelle sue opere narrative, più generi: il fantastico, il sovrannaturale, il gotico, il poliziesco ad enigma, creando virtuosistici intrecci il cui scopo era mettere in crisi il lettore, costringendolo prima ad accettare passivamente una situazione dei fatti che pareva incredibile se non addirittura sovrannaturale, per poi  accantonarla, sulla base di una soluzione tecnicamente ineccepibile, di cui forniva tutti gli appigli logici, così da comporre il puzzle e dargli forma definitiva .

I suoi romanzi, fin dal primo di essi, rifuggirono da trame troppo semplici, e si concentrarono preferibilmente sui temi classici del “whodunnit”, e in particolar modo quelli del “delitto impossibile” (come per esempio The Curse of the Bronze Lamp, in cui si ricollega idealmente, nella dedica ad Ellery Queen, ad un radiodramma di quest’ultimo, The Disappearance of Mr. James Phillimore, trasmesso il 14 o 16 gennaio 1943), e ancor più in modo massiccio, quelli de “la Camera Chiusa”; anzi, proprio per la trattazione sistematica di tutte le possibili variazioni di una Camera Chiusa, Carr è ritenuto da tutti, il più grande tra tutti i romanzieri che abbiano trattato questo particolare genere poliziesco, in cui l’elemento centrale non è tanto quello di scoprire il responsabile quanto come il crimine (delitto, furto o quant’altro) venga commesso.

Invariabilmente, in tutti i romanzi che abbiano una Camera Chiusa, la prima impressione degli investigatori coinvolti nell’indagine è che il criminale sia svanito nel nulla : è inutile dire quanto Carr amasse questa situazione del “delitto impossibile” e come svanire nell’aria fosse diventata la sua fissazione (soleva dire “faded into thin air”).

Discende, ovviamente da ciò, il fatto che, la soluzione debba ascriversi o a evento soprannaturale o invece che essa debba avere una base rigorosamente logica.  Ma, una volta inventata la situazione paradossale di un delitto avvenuto all’interno di camera chiusa dall’interno, sono state create via via, non solo da Carr ma da una nutrita schiera di scrittori versati al problema, tutte le possibili varianti: camera chiusa dall’interno, camera le cui entrate sono guardate a vista da soggetti di fiducia, camera in cui esistono marchingegni fisici in grado di creare la situazione di impossibilità, situazioni non previste che fanno scattare il presupposto di impossibilità, “camere allargate” (distese di neve, di sabbia, di acqua), “camere” diverse (automobili, cabine telefoniche,  tetti, scale), etc..

Carr, del resto, a confermare la fama che dall’esterno gli è stata riconosciuta, tentò ad un certo punto, di dare una classificazione il più possibile esaustiva delle Camere, fondandola su molteplici sottocategorie. Va da sé che l’aver posto una tale trattazione teorica, in un romanzo piuttosto che in un altro, deve aver significato qualcosa per lui : deve cioè aver conferito a quel romanzo (che è The Hollow Man, “Le tre bare”), il sigillo dell’opera migliore, o almeno dell’opera più rappresentativa tra i tanti firmati John Dickson Carr.

E’ però il caso di sottolineare che, nell’ambito della produzione firmata come sopra in cui trovano spazio le due serie di Henri Bencolin e di Gideon Fell e parecchi romanzi storici, il genere de “The Looked Room” non è quello preferito, in quanto se è vero che notevoli e addirittura eccezionali sono alcuni esiti (oltre a The Hollow Man, ci piace ricordare He Who Whispers o The Case of the Constant Suicides o ancora The Witch of the Low Tide ) è altrettanto vero che vi sono altri romanzi che non contengono Camere Chiuse anche se sono di altrettanta eccezionale fattura (ad es. Arabian Nights Murder ); e quindi ci pare significativo che aver ideato una dissertazione teorica sul genere della Camera Chiusa, e averla inserita in uno dei pochi romanzi capolavori firmati con il suo nome e cognome, nell’ambito di una serie di romanzi in cui molti non contengono questa particolare situazione, debba avere un significato particolare: perché cioè non inserire la “Looked-Room Lecture” nell’ambito della serie che ha protagonista principale H.M. e firmata Carter Dickson, votata proprio alla Camera Chiusa?

Innanzitutto The Hollow Man è del 1935: prima di esso, Carr aveva firmato con il suo nome e cognome per esteso Hag’s Nook e The Mad Hatter Mystery nel 1933, Eight of Swords e The Blind Barber nel 1934, e Death Watch già nel 1935, oltre che 3 dei quattro titoli con Bencolin; mentre con pseudonimo Carter Dickson, The Plague Court Murders e The White Priory Murders nel 1934, e  The Red Widow Murders (primo romanzo di Carr pubblicato in Italia) nel 1935.

Ora, perché mai Carr pensò bene di affidare a Fell invece che a Bencolin e ancor più ad H.M. la “Looked-Room Lecture”? Intanto i romanzi con Bencolin prima del 1935, seppure geniali, sono intrisi sino al midollo e sino alla fine di un’atmosfera nera e gotica che stride con quella solare della razionalità affermata; inoltre quelli con H.M., se proprio si vuole analizzare per bene il tutto, non è proprio vero che non abbiano anche loro le proprie dissertazioni: infatti, in due romanzi con H.M. della prima serie, quella che va sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, cioè in The White Priory Murders del 1934 e in The Peacock Feather Murders o The Ten Teacups del 1937 vi sono due riflessioni, che seppur più contenute della “Conferenza di Fell”, a parer mio hanno pari importanza. Per questo ritengo opportuno metterle a confronto con quella più celebre per accentuare il fatto che Carr, laddove pontifichi, non lo faccia mai a vanvera; e che le riflessioni che Carr mette in bocca a H.M., pur ignorate o almeno sottovalutate dai critici, abbiano pari valore, sottolineando un aspetto che nella trattazione teorica ne “Le tre bare”, manca.

Cominciamo con la celeberrima dissertazione sulle camere chiuse (da cui espungerò i passi per me più significativi), presente in The Hollow Man (1935):

“La maggior parte dei lettori, sono lieto di dire, va matta per le stanze chiuse. Ma – è qui il maledetto guaio – perfino i loro amici sono frequentemente dubbiosi. Io ammetto di esserlo spesso. Quindi, per il momento, ci metteremo tutti quanti a studiare la faccenda e vediamo cosa riusciamo a scoprire. Perché siamo dubbiosi quando sentiamo la spiegazione della stanza chiusa?….

Un uomo scappa da una stanza chiusa a chiave..be’?… È la fuga dalla stanza che mi lascia perplesso. E per vedere se riusciamo a trovare un filo conduttore, traccerò un abbozzo sommario dei vari sistemi per commettere delitti in stanze sigillate, classificandoli separatamente.

- Primo! C’è il delitto commesso in una stanza ermeticamente sigillata che è realmente sigillata ermeticamente e dalla quale nessun assassino è mai uscito perché nella stanza non c’era nessuno. Spiegazioni:
Uno. Non è assassinio ma una serie di coincidenze che finiscono con un incidente che somiglia a un assassinio. Poco prima che la stanza venisse chiusa c’è stato un furto, un’aggressione, un ferimento, oppure un rumore di mobili che si spaccano che fa pensare a una lotta mortale. Più tardi la vittima viene incidentalmente uccisa o stordita in una stanza chiusa e si presume che tutti questi avvenimenti abbiano avuto luogo nello stesso tempo…

Due. È delitto, ma la vittima è costretta a uccidersi o a soccombere accidentalmente. Questo può avvenire a causa di una stanza abitata dagli spettri, per suggestione, o più normalmente, per del gas filtrato dall’esterno. Questo gas o veleno fa perdere la testa alla vittima che si abbandona a violenze sfasciando la stanza come se vi fosse stata una lotta, tanto che finisce col morire per una ferita da coltello che s’infligge da se stesso…

Tre. È delitto, per mezzo di un congegno meccanico installato nella stanza e nascosto in un qualunque mobile dall’aspetto innocente…

Quattro. È suicidio con l’intenzione di farlo apparire delitto. Un uomo si accoltella con un ghiacciolo, il ghiacciolo si scioglie! e poiché nella stanza non si trova nessun’arma, si presume il delitto. Un uomo si spara con un’arma legata a un elastico… l’arma, quando lui la lascia andare, sparisce nel camino, fuori dalla vista. Varianti di questo trucco (non concernenti stanze chiuse) sono state la pistola, attaccata a un peso con una cordicella, che dopo lo sparo schizza nell’acqua dal parapetto di un ponte; e, sullo stesso stile, la pistola gettata da una finestra in un cumulo di neve.
Cinque. È un delitto che trae il suo problema dall’illusione ottica e dalla personificazione. Così: la vittima, ritenuta sempre viva, è già assassinata dentro una stanza la cui porta è sorvegliata. L’assassino, sia vestito come la sua vittima o scambiato, da dietro, per la vittima, entra precipitosamente nella stanza. E precipitosamente si libera del travestimento ed esce istantaneamente dalla porta sotto le proprie spoglie. L’illusione ottica è che lui, uscendo, si sia semplicemente scontrato con l’altro. Qualunque cosa accada, lui ha un alibi perfetto perché, quando più tardi verrà scoperto il cadavere, si presumerà che il delitto sia stato commesso dopo che la vittima impersonata è entrata nella stanza.
Sei. È un delitto che, per quanto commesso da qualcuno sul momento fuori della stanza, sembra commesso da qualcuno che doveva essere stato dentro la stanza.
“Nello spiegarvi questo – disse il dottor Fell interrompendosi bruscamente – classificherò simile tipo di delitto sotto il nome di Delitto da Lontano o Delitto del Ghiacciolo, dato che di solito è una variante di quel principio. Ho già parlato dei ghiaccioli, capite cosa intendo. La porta è chiusa ermeticamente, la finestra è troppo piccola perché l’assassino possa passarvi, tuttavia la vittima viene pugnalata nell’interno della stanza e l’arma è introvabile. Be’, il ghiacciolo è stato sparato dall’esterno come una pallottola… non staremo a cavillare se sia possibile o meno, non più di quanto abbiamo fatto per i misteriosi gas cui ho accennato prima – e si scioglie senza lasciar traccia.
Sette. Questo è un delitto che dipende da un effetto esattamente alla rovescia di quello del numero cinque. Cioè si presume che la vittima sia morta molto prima di quello che è in realtà. La vittima è addormentata (drogata ma illesa) in una stanza chiusa. I colpi alla porta non riescono a svegliarla. L’assassino si finge molto spaventato, forza la porta, entra per primo e uccide, pugnalando o sgozzando e suggestionando poi gli altri a credere di aver visto qualcosa che non hanno visto… – Calma! Un momento! – interruppe Hadley battendo sul tavolo per ottenere attenzione. Il dottor Fell, con espressione soddisfatta, si voltò gentilmente verso di lui e gli sorrise. Hadley continuò: – Tutto questo sarà magnifico. Hai sviscerato tutte le situazioni delle camere chiuse…
- Tutte? – ribattè il dottor Fell spalancando gli occhi. – Non proprio, direi. Non ho neanche trattato a fondo i metodi sotto quella determinata classificazione. Ho fatto solo un abbozzo. Bah, lasciamo perdere.

Ora stavo per parlare dei vari sistemi di truccare porte e finestre in modo che sembrino chiuse dall’interno. Ah. Ehm. Ecco, signori. Continuerò….C’è il camino vuoto con la stanza segreta dietro…. Ma l’assassino che taglia la corda arrampicandosi su per un camino è rarissimo…Delle due principali classifiche – por­te e finestre – la porta è di gran lunga la più popola­re e vi posso elencare qualche sistema in modo che sembri chiusa dall’interno.

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Primo. Trafficare con la chiave che è sempre nella serratura. Questo era il metodo antico preferito, ma le sue varianti sono troppo note oggi perché qualcuno le usi seriamente. Il gambo di una chiave può essere afferrato e girato dall’esterno: noi stessi lo abbiamo fatto per aprire la porta dello studio di Grimaud…

Secondo. Togliendo i cardini della porta senza toc­care la serratura o il paletto. Questo è un trucco inge­gnoso noto alla maggior parte dei ragazzini quando vogliono aprire una credenza chiusa a chiave, natural­mente i cardini devono essere dalla parte esterna.

Terzo. Manomettere il paletto. Cordoncino di nuo­vo. Questa volta con un congegno di spilli o aghi da rammendo, per mezzo del quale il paletto viene spin­to dall’esterno dall’azione della leva di uno spillo in­filato all’interno della porta mentre il cordoncino è in­filato nel buco della serratura. Philo Vance, al quale faccio tanto di cappello, ci ha mostrato la migliore applicazione di questa trovata…Ellery Queen ci ha mostrato un altro sistema ancora, che comportava la partecipazione del morto stesso… ma raccontato così senza parlare di tutti gli sviluppi farebbe un effetto talmente pazzesco che non si renderebbe un buon servigio a quel geniale scrittore.

Quarto. Manomettere un saliscendi. Questo normal­mente si effettua incastrando sotto la sprangherà qual­cosa che può essere eliminato dopo che la porta è sta­ta chiusa dall’esterno, in modo che la sprangherà possa ricadere. Il miglior metodo è di gran lunga l’uso del­l’insostituibile cubetto di ghiaccio: lo si mette sotto la sprangherà e non appena è sciolto, la spranghetta scen­de. C’è anche un caso in cui la brusca chiusura della porta basta a far cadere la spranghetta.

Quinto. Un’illusione ottica, semplice, ma efficace. L’assassino, dopo aver commesso il suo delitto, ha chiuso la porta dall’esterno e si è tenuto la chiave.

(John Dickson Carr, The Hollow Man, “Le tre bare”, traduz. Maria Luisa Bocchino, I Classici del Giallo Mondadori N.234 del 1976, passi tratti dal Cap.17 “La conferenza sulla stanza chiusa a chiave”, pagg.183-195).

Come si vede, Carr mette in chiaro sette modi per perpetrare un delitto in una stanza cosiddetta chiusa, creando un problema per gli eventuali investigatori, ma in realtà, uno dei sette modi, il sesto, è una variazione complicata di altro, cioè del quarto. Tutto quanto Fell espone può dirsi una summa tecnica dell’allestimento di una Camera Chiusa; manca però in questa trattazione, la spiegazione del perché secondo Fell un possibile assassino ricorra alla preparazione di una situazione impossibile: manca cioè la parte che ne spieghi la psicologia dell’intento. Ecco allora che Carr vi mette mano, nel ciclo di H.M. firmato Carter Dickson.

A ben vedere, però, la prima riflessione di Merrivale precede quella di Fell di un anno :

“Questo problema della camera chiusa vi turba i sonni, vero? E’ i1 vostro unico e personale incubo. Pare quasi che gli assassini lo facciano apposta a far passare da fesso l’ispettore capo Humphrey Masters rifiutandosi di rispettare le regole della logica. Stavolta, però, la questione è anche più spinosa. Se aveste solo il problema della camera chiusa, sareste ricco e felice:tutti conoscono qualche trucco per chiudere una porta dall’esterno. Si possono tirare catenacci con un semplice meccanismo organizzato con spilli e filo. Si possono far girare chiavi la serratura per mezzo di una pinza sottile. Si possono staccare dai cardini porte intere e poi rimetterle senza disturbare affatto la serratura. Ma quando la camera chiusa è rappresentata dal semplice, puerile, folle problema di due centimetri di neve intatta per un perimetro di trenta metri quadrati, allora…bè, lasciamo andare. Però c’è di peggio, Masters…La prima cosa da fare è stabilire il movente dell’assassino. Non il movente che lo ha spinto a commettere il delitto, ma quello che lo ha indotto a creare una situazione del genere. Questo è importantissimo, figlio, perché è il migliore zio che ci potrà guidare al movente del delitto. Perché ha fatto questo? Nessuno, tranne un pazzo, si divertirebbe a creare un problema insolubile al solo scopo di farsi quattro risate spalle della polizia…

Prima di tutto, potrebbe aver voluto far credere a un suicidio. La cosa è semplice. Io vengo a casa vostra, vi sparo in fronte e vi caccio la pistola in mano. Diciamo che si tratti di una casa come questa, con i vetri a pannelli. Niente di meglio. Chiudo a chiave e a chiavistello la porta dall’interno. Ho con me una borsa contenente un vetro tagliato nella misura giusta, stucco e attrezzi. Tolgo uno dei pannelli accanto alla serratura. Esco dalla finestra, infilo la mano dal buco e la richiudo dall’interno. Dopo rimpiazzo il pannello vecchio col mio nuovo: lo fisso con lo stucco, vi soffio sopra un po’ di polvere perché abbia lo stesso aspetto degli altri e me ne vado. Così la camera risulta perfettamente chiusa e tutti penseranno che voi vi siate suicidato.”…

“Secondo. Si può mettere in scena un fantasma, ossia qual­cuno può cercare di far credere che si tratti di un delitto so­prannaturale. Accade di rado: nel migliore dei casi presenta un sacco di complicazioni e difficoltà, senza contare che si deb­bono preparare con cura sia l’atmosfera che le circostanze. Ovviamente nulla del genere compare nel delitto che c’interes­sa, perché nessuno ha finora cercato di suggerire soluzioni so­prannaturali; anzi, nessuno ha neppure insinuato che il padi­glione sia frequentato da fantasmi assassini.

“Infine abbiamo l’incidente, ossia l’assassino che crea una situazione impossibile suo malgrado, senza volerlo. Facciamo un esempio. Voi e l’ispettore Potter dormite in camere conti­gue; e l’unica porta esterna, che dà nella sua stanza, è chiusa a chiave dall’interno. Io voglio uccidere voi e far cadere i sospet­ti su di lui. Vengo durante la notte, entro col solito trucco del pannello di vetro della finestra, vi pugnalo al buio ed esco per dove sono entrato, rimettendo poi il vetro. Tutto bene. Ma ho dimenticato o trascurato una cosa: che la porta di comunica­zione tra la vostra camera e quella di Potter è chiusa e sbarrata dalla parte vostra… e così ecco che ho creato una situazione impossibile. Grrr!” (Carter Dickson, The White Priory Murders, Assassinio nell’Abbazia, trad. A.M.Francavilla, I Classici del Giallo Mondadori N.614 del 1990, pagg. 122-123).

In sostanza, Carr in questo primo accenno ad una discussione sulla Camera Chiusa, distingue tre distinti moventi che possono spingere il reo a servirsi di una Camera Chiusa nella propria macchinazione: far credere ad un suicidio; inscenare la situazione sovrannaturale; inscenare un suicidio dimenticando qualcosa che invece possa spingere nella direzione di una situazione impossibile, oppure verificandosi qualcosa di imponderabile che sfugga alla stessa volontà dell’omicida e creando un presupposto di impossibilità.

Non è però l’unica parola di Merrivale sul movente che abbia potuto indurre un assassino a servirsi di una Camera Chiusa. L’ultima parola su questo interessante aspetto, infatti, Merrivale la consegna quattro anni dopo (anche se il tempo di Merrivale è inferiore):

“Una volta, un paio d’anni fa, io elaborai una teoria. Dissi che c’erano solo tre motivi perché un assassino creasse la situazione della “camera chiusa”: primo, per dare l’impressione che si trattasse di suicidio; secondo, per far pensare che fossero stati i fantasmi; terzo, per una serie di circostanze che l’assassino stesso non aveva potuto evitare. Be’, mi sbagliavo. Mentre passo passo mi appariva chiaro il modo in cui era stato realizzato il gioco di presti­gio del quale ci stiamo occupando, ho capito altresì che esisteva un quarto motivo, il più astuto e il più intelligente. Un criminale arcifurbo finalmente ha visto il valore legale dell’impossibilità; si è reso conto che, se riusciva a creare una situazione davvero impossibile, non avrebbero mai potuto condannarlo per omicidio, neppure dinanzi ad altre prove tanto convincenti da far impiccare una schiera di vescovi. Lui non ha cercato di eludere il potere che la legge ha d’investigare, ma solo il suo potere di punire. Ha com­preso che in confronto all’impossibilità, ogni altra maniera di celare le proprie tracce sarebbe stata goffa e di esito incerto.

“Vedete, un criminale dei soliti magari decide di com­mettere un delitto e di coprirsi… in che modo? General­mente con un alibi. Manipola orologi, salta dentro e fuori da autobus e treni, s’imbroglia in chilometri di biglietti e di orari e non si rende conto che il suo comportamento lo mette nel pericolo più grave, perché ogni tappa viene a dipendere da testimonianze altrui, ogni tappa genera nuove complicazioni, ogni tappa gli fa correre il rischio di venir colto in flagrante menzogna.

“Supponete invece che lui uccida la sua vittima in modo tale che la polizia non può dire come ha fatto… una stanza chiusa, un cadavere che giace nella neve intatta… quel che volete. Be’, la polizia può esser sicura che è stato lui. Può pescarlo con le mani insanguinate e il bottino in tasca. Se ha il coraggio di spedirlo in tribunale, giudice e giuria possono essere altrettanto sicuri della sua colpevolezza. Ma se la pubblica accusa non può spiegare come è stato commesso il delitto, l’assassino dovrà essere assolto per forza. Un tribunale non decide basandosi sulla probabilità ma sulla certezza. Fa bene, dunque, il nostro criminale a riporre la sua fede nel principio su cui si basa il diritto penale: il ragionevole dubbio” (Carter Dickson, The Peacock Feather Murders o The Ten Teacups, Il Mistero delle Penne di Pavone, trad. A.M.Francavilla, I Classici del Giallo Mondadori N.493 del 1985, pagg. 185-186).

Interessantissimo questo confronto, vero? Fell parla di tecnica, Merrivale di psicologia: ecco perché Carr scompone i due aspetti: vuole che siano trattati separatamente dai due suoi maggiori personaggi, dando importanza ad entrambi. Eppure, il giudizio di Merrivale, a torto, negli anni, è stato sottovalutato:ancor di più nel romanzo del 1937 rispetto a quello del 1934, Carr fa emergere la ragione vera che sottende alla necessità di allestire una Camera: è l’unico modo che l’assassino abbia, per mettere alla polizia il bavaglio. Chi infatti, pur arrestandolo, non convincerà il giudice esponendo una teoria che spieghi esattamente come l’assassinio sia stato perpetrato, dovrà per forza rimetterlo in libertà. Perché quello che serve non sono indizi seppur parecchio sicuri, quanto la certezza assoluta.

Carr quindi rappresenta sicuramente il massimo. Ma in questo caso “massimo” non è concetto assoluto, quanto relativo: infatti, se è vero che la “conferenza sulle Camere Chiuse ” di Gideon Fell, e le due riflessioni interessantissime di H.M. costituiscono un monumento per tutti coloro che ne riconoscono il primato, è anche vero che esse possono considerarsi un contraltare rispetto all’altra straordinaria “conferenza”, quella che Clayton Rawson, grande amico di Carr, fa tenere al grande Merlini.

Clayton Rawson inserì la sua “Looked-room lecture” nell’ambito del suo straordinario Death from a Top Hat, romanzo del 1938, in cui si trovano due straordinarie Camere. Anche lui, ovviamente, parla di Carr, solo che questa volta il dialogo di Merlini, con l’ispettore e altri personaggi, non si limita ad una mera riflessione o anche ripetizione, bensì ad una analisi critica che amplia in maniera significativa gli orizzonti della trattazione di Carr. Inoltre va detto, che Rawson presenta in maniera assai originale il confronto di Merlini con Carr:  gli fa affermare che Carr non sia stato un autore originale in quanto egli avrebbe trasferito in maniera romanzata le gesta di un vero detective inglese, Gideon Fell.

A seguire, ecco dei passi significativi della dissertazione, al cap. 13, Designs for escape, “Piani per la fuga”: i brani sono in lingua madre, perché la traduttrice del romanzo pubblicato in Italia da Mondadori (I Classici del Giallo N.417 del 1983), omise nella traduzione proprio la dissertazione, che è una delle cose più interessanti del romanzo:

“…” Then, with sudden seriousness, he asked, “Ever hear of Dr. Fell, Inspector?”

Gavigan’s grunt was negative.

“Harte?”

“I’m way ahead of you. You’re thinking of his ‘Locked Room Lecture’ in The Three Coffins. Right?”

Merlini nodded, his eyes twinkling. “Yes. Dr. Fell, Inspector, is an English detective of considerable ability, whose cases have been recorded by John Dickson Carr. Locked rooms are a specialty of his. And, in the book Harte mentions, he outlined a fairly comprehensive classification of the possible methods of committing murder and contriving to have the body found in a sealed room-minus murderer.

“He mentions two major classes: (A) The crime committed in a hermetically sealed room which really is hermetically sealed, and from which no murderer has escaped, because no murderer was actually in the room, and (B) the crime committed in a room which only appears to be hermetically sealed, and from which there is some more or less subtle means of escape.”

Gavigan puffed at his pipe and I listened carefully.

“The first class includes such devices as,” he ticked them off on his fingers:

“1.   Accident that looks like murder.

“2.   Suicide that does the same.

“3. Murder by remote control, in which the victim meets death violently, and apparently by someone’s hands, but in reality through poison, gas, or at his own hands, being forced to it by outside suggestion.

“4. Murder by a long list of mechanical lethal devices, some of which, as they occur in detective fiction, are pretty silly.

“5. Murder by means of an animai, usually a snake, insect, or monkey.

“6.   Murder by someone outside the room, but which looks as if the murderer must have been inside; dagger fired through windows from air guns-that sort of thing.

“7. Murder by illusion, or the Cockeyed Time Sequence. The room is sealed, not with locks and bolts, but because it is watched. The murderer kills his victim and walks out; then, when the observer has taken up his place before the only door, he makes it appear that the victim, is still alive. Later, when he is discovered foully done in, it appears impossible.

“8. The reverse of 7. The victim is made to appear dead while he is stili alive, and the murderer enters the room just in advance of the others, and accomplishes his dirty work then.

“And, finally, No. 9 is perhaps the neatest trick of them all, because essentially it is the simplest. The victim receives his mortal wound elsewhere, in the conservatory or the music room; and then, still traveling under his own power, enters the room in question, preferably a library, and manages to lock himself securely in before popping off.”

“They don’t do that when they’ve been strangled,” Gavigan protested.

“No,” Merlini agreed. “Sabbat’s murder doesn’t seem to fall in Class A, unless you can conceive of some mechanical contraption that will strangle a man and then evaporate. Icicle daggers or bullets that vanish by melting may be practical, but offhand l’d say a man couldn’t be strangled very efficiently with a piece of ice.”

“You forgot method No. 10,” Gavigan added quietly. “Mur­der by the supernatural, which includes such damn foolishness as homicidal pixies who can dematerialize and Watrous’s theory of strangulation by etheric vibrations. Proceed, professor. Get the rest of it out of your system.”

“You’ve got the patter down very well, Inspector.” Merlini grinned. “It begins to get interesting now. Class B, the hermeti­cally sealed room that only looks that way because the murderer has tampered with the doors, transoms, windows, or chimneys; or because he has been thoughtfully provided with a sliding panel or secret passageway. The last contingency is so whiskered a device that we’ll pass it without comment. Doors and windows, however, can be hocused by :

“1.  Turning the key which is on the inside from the outside with pliers or string. The same goes for bolts and catchcs on windows.

“2. Leaving at the hinge side of the door, without disturbing either lock or bolt, and replacing the screws.

“3. Removing a pane of glass and reaching through from outside to lock the window, and replacing the glass from the outside.

“4. Accomplishing some acrobatic maneuver that overcomes the seeming inaccessibility of a window-hanging by one’s teeth from the eaves or walking a tightrope.

“5. Locking the door on the outside, and then replacing the key or throwing the bolt on the inside, after breaking in with the others to discover the body.

“Hey!” the Inspector yelled. “Stop it! Just consider I didn’t mention the subject.”

Merlini spluttered a bit, then calmed down. “There is,” he announced unexpectedly, “one more class of locked-room flim-,flam. Class C.”…

…. “What is ClassC?” »

“It’s something Dr. Fell didn’t mention, as I remember. Superintendent Hadley was always interrupting him in the most interesting places.”

“If this Fell person always had to work up a lather of sus­pense on his listeners before he carne out with it, I don’t blame the Superintendent. Get on with it!”

“Class C includes those murders which are committed in a hermetically sealed room which really is hermetically sealed and from which no murderer escapes, not because he wasn’t there, but because he stays there, hidden-”

“But-” Gavigan and I both started to protest.

“Stays there hidden until after the room has been broken into, and leaves before it is searched!”

“Harte!” Gavigan turned on me. “What about it?” “Not a chance,” I said, and then, almost before my words had traveled a foot, I saw it. I grimaced; it was so ridiculously simple. Our attention had been so occupied with the triplicate sealing of the doors, the locking, boiting, and keyhole stuffing, that we had overlooked the obvious.”

Gli ampi inserti sono stati tratti da Clayton Rawson, Death from a Top Hat, Dell, N. 69/1945, pagg.107-113,Chapter Thirteen, “Designs for escape”, edizione originale messami gentilmente a disposizione dal mio amico e grandissimo conoscitore di letteratura gialla, Tiziano Agnelli.

Riassumendo quanto prima riportato, Rawson, attraverso Merlini, innanzitutto distingue tra due classi diverse di Camere: la classe A che comprende quelle Camere effettivamente chiuse ma da cui nessun assassino è scappato perché nessun assassino davvero vi stava dentro, e la classe B che è quella cui appartengono Camere che solo apparentemente sembrano effettivamente chiuse e da cui ci sono più sottili metodi di fuga. Alla prima classe (A) appartengono: incidente che sembra assassinio; assassinio che sembra suicidio; assassinio servendosi di gas, veleno, e inducendo la vittima ad uccidersi; assassinio provocato da marchingegni letali e meccanici; assassinio da parte di animali, tra i quali scimmie, serpenti, insetti; assassinio perpetrato fuori da una stanza, servendosi di armi ad aria compressa da sparare attraverso la finestra per far credere che l’assassino fosse dentro; assassinio servendosi dell’illusione: non vi sono porte o finestre sbarrate, perché le uscite sono guardate a vista, e ‘omicida che ha già assiso la vittima, si fa vedere fuori richiamando l’attenzione sul fatto che la vittima in realtà sia ancora viva e vegeta, cosicché quando muore, la cosa pare impossibile; l’inverso della precedente: la vittima è viva e vegeta e magari solo addormentata, ma l’assassino insinua il dubbio e fa credere ad altri che invece sia morta, e così facendo in modo di essere il primo ad accorrere, in un secondo l’uccide, determinando la situazione precedentemente impossibile; e infine, la ferita mortale la riceve in altro ambiente, ma magari sottovaluta il tutto o non se ne accorge, si chiude nella sua stanza, e quindi causa la situazione impossibile.

Clayton Rawson amplia quindi pertanto la dissertazione di Carr. E’ il solo a farlo e quindi è il solo che a ragione possa dirsi l’anti-Carr: motivi di profonda amicizia e di sana rivalità professionale, portarono Rawson che era uno dei più grandi illusionisti e maghi d’America, a confrontarsi e a cercare un’alternativa o un ampliamento rispetto alla teoria carriana. Ma le sorprese non finiscono qui. Infatti nel prosieguo della dissertazione, Merlini osserva che alla seconda classe (B) appartengono tutti quei metodi che consentono di perpetrare un delitto in una camera chiusa e poi di uscirne, alterando serrature, chiavistelli, finestre, camini, oppure servendosi di pannelli o ingressi segreti: girando la chiave dall’esterno servendosi di pinze; rimuovendo la porta dai cardini, senza disturbare la serratura e sostituendo le viti; rimuovendo un pannello di vetro della finestra e poi rimettendolo al posto dall’esterno; servendosi di manovre acrobatiche per superare l’altezza di finestre poste in alto, o camminando sulla fine o servendosi di grondaie; chiudendo la porta dall’esterno con una chiave, sostituendola poi e inducendo i presenti ad abbattere la porta assieme a lui (e magari aggiungo io, nel caso si sia inserita una chiave non a fondo e non la chiave di quella serratura, ma per far vedere che comunque ci fosse, sostituirla con quella effettiva con cui si è chiusa la stanza dall’esterno); e che, si badi bene, c’è anche una terza classe (C) di cui, dice lui Merlini, Fell non aveva parlato perché interrotto da Hadley: la classe in cui rientra l’assassinio commesso in una stanza veramente chiusa anzi sigillata, da cui l’assassino non è uscito perché al momento in cui c’è l’irruzione, da qualche parte vi è nascosto dentro pronto a confondersi agli altri.

Questa è l’uscita plateale di Merlini, la cosa ovvia a cui nessuno aveva pensato: ecco perché Rawson è davvero l’anti-Carr.

Pietro De Palma

VIA: Blog del Giallo Mondadori

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